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Per ragioni contingenti

 C’è chi esercita la memoria per mettersi al riparo dalle critiche sul presente e chiedere il silenzio sulle proprie azioni ignobili. E chi ricorda i guasti irreparabili dell'”indifferenza” rispetto al tempo presente d’allora, che hanno imprintato con l’infamia il futuro e l'”anima di una nazione”. Con questo spirito abbiamo letto questo brano di Erri, da http://fondazionerrideluca.com.

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Per ragioni contingenti: con questa espressione Fernando Palazzi, autore di un dizionario di lingua italiana, spiega un suo ritardo.
Solo nell’edizione seconda, pubblicata nel dopoguerra, riconosce il suo debito di riconoscenza verso Eugenio Treves. Così scrive Palazzi nella sua prefazione :” La prima edizione uscì nell’agosto 1939 alla vigilia della seconda guerra mondiale”.
Quello che impedì i dovuti ringraziamenti a Treves erano le state le leggi razziali del 1938 che cancellavano gli Ebrei italiani dalla vita civile. Era la procedura prevista dai nazisti per isolare e facilitare le deportazioni. Mussolini le adottò per sudditanza a Hitler.
“Per ragioni contingenti”: le leggi razziali vengono ridotte, in una prefazione del dopoguerra, a un imprevisto impedimento. Questa formula reticente spiega quanto a fondo il fascismo aveva impregnato le coscienze. Anni dopo, in piena Repubblica democratica, una prefazione neanche osa citare l’infamia di quelle leggi e le loro conseguenze sulla vita di una comunità di cittadini italiani. L’ omertà, il sorvolo sulle proprie responsabilità, l’ assoluzione verso se stessi permetteva di ridurre quel passato a ragioni contingenti, a contrattempi.
In apertura di dizionario, dove ci si impegna a chiamare le cose con il loro nome e dare conto del significato dei vocaboli, si tradiva la lettera e lo spirito dell’opera che sta a fondamento del linguaggio.
La censura fascista, abrogata dalla Costituzione, proseguiva negli uomini e nelle opere.

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