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“Cara” guerra

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Crediamo che nessuna persona dotata di un minimo di buon senso abbia creduto all’ipocrita bufala dell’intervento militare  in Libia per la difesa dei civili.
Francia e Gran Bretagna sono partite all’attacco da una parte per rientrare con ruoli egemonici nell’area mediterranea, dopo che le rivolte in Tunisia e in Egitto avevano deposto governi e presidenti loro alleati e protetti, dall’altra per mettere le mani sul petrolio, di cui la Libia possiede le seconde maggiori riserve al mondo, e sugli affari del post Gheddafi.
Ma il petrolio non è stato il solo obiettivo.
Tra le nobili motivazioni della guerra non è stato secondario il fatto di impossessarsi di un’ingente quantità di denaro rappresentato dai fondi statali libici, i cosiddetti fondi sovrani.
Il 28 febbraio scorso il Tesoro statunitense ha congelato 32 miliardi di dollari, proventi del petrolio libico, che erano stati depositati presso banche  USA.
La più grande somma mai bloccata negli Stati Uniti, un’iniezione di capitali  che ha rappresentato un’immensa boccata d’ossigeno per un’economia sempre più indebitata.
Poco dopo anche l’Unione Europea ha congelato 45 miliardi di euro di fondi libici!
Serviranno a ripagare le spese di guerra?
E si perché questa guerra costa molto, sia in termini di annientamento di vite umane, sia in termini di  cancellazione di valori politici e etici, sia in termini di costi sociali.
Per guardare solo al nostro paese, mentre si prospettano anni di ulteriori pesanti sacrifici, con manovre finanziare che faranno impallidire quelle dei primi anni 90, non si esita neppure un attimo a  distruggere con la guerra risorse che potrebbero essere usate per ben più nobili e utili scopi.
Un’ora di volo dei Tornado costa 32.000 euro, che passano a 60.000 per gli aerei da ricognizione, un missile va dai 136.000 ai 170.000, mentre una bomba costa dai 30 ai 50.000 euro, un raid aereo costa dai 200 ai 300mila euro, mentre per lo stazionamento di 5 mezzi militari navali davanti alle coste libiche servono oltre 10 milioni di euro al mese.
Il totale, finora, fa circa 100 milioni di euro al mese, tanto quanto costano alle finanze pubbliche gli stipendi di 4.000 insegnanti.
Ma con  il via libera ai bombardamenti i costi lievitano e in poche settimane si brucerà tutto il bilancio di  un anno intero della Difesa!! E dopo? Aumenterà la benzina o introdurranno qualche altra tassa, chiuderanno altri ospedali, licenzieranno altre migliaia di precari pubblici?
Non si risparmia sulle spese di guerra, mentre si tagliano tutti i servizi pubblici, dalla scuola alla sanità alla previdenza all’assistenza.
Non ci sono soldi per il reddito ai disoccupati né per le case popolari, non ci sono soldi per gli aumenti di salario ai pubblici dipendenti per i quali si prospettano altri tre anni di blocco dei contratti, non ci sono soldi per assumere i precari, non ci sono soldi per le spese sociali.
Tagliare la spesa pubblica è l’unico mantra che ci viene ripetuto in continuazione; dalla UE  che impone il pareggio di bilancio entro il 2014, da Draghi, governatore di Bankitalia e candidato a governare la Banca Comune Europea, che invita ad un drastico taglio del 7% in termini reali necessario per raggiungere quell’obiettivo, accompagnato da ulteriori liberalizzazioni e privatizzazioni, da Tremonti che ci prepara finanziarie da  40 miliardi di euro.
Ma necessario per chi?  necessario per i mercati finanziari, che stanno ridando fiato alla speculazione più sfrenata, non per i settari più deboli e tartassati della società, non per i lavoratori.
E allora se così stanno le cose non ci potremmo risparmiare almeno questa guerra!
Finora la reazione dei lavoratori e dei cittadini italiani, che i sondaggi dicono essere ampiamente contrari all’intervento in Libia, non ha trovato strumenti adeguati di opposizione.

Diventa quindi estremamente urgente mettere in campo mobilitazioni che, in nome del no alla guerra, siano in grado di impedire che i tagli ai servizi e ai salari vadano a finanziare operazioni belliche.

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