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Depressione economica e lotta per il reddito

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 Premesse e obiettivi

Il peggioramento della congiuntura economica, che sta producendo sempre più vasti e profondi sommovimenti sociali nel mondo intero, ci ha indotto a riprendere e rafforzare le proposte formulate colla precedente pubblicazione “Se 5000 vi sembrano pochi.…”.

Vogliamo continuare a focalizzare il discorso sugli squilibri che caratterizzano la distribuzione del reddito, facendo riferimento specifico ai trattamenti retributivi e previdenziali sia nel settore pubblico che nel settore privato. Successivamente proponiamo alcuni possibili interventi che potrebbero da un lato contenere le eccessive ed ingiustificate differenze, e dall’altro consentirebbero un importante recupero di risorse finanziarie a vantaggio della collettività.

Proprio in questi giorni alcuni organi di informazione hanno intrapreso una campagna contro uomini politici e personalità, per evidenti scopi elettoralistici e con toni qualunquisti. Molti dei dati e dei nomi che vengono utilizzati in tale campagna sono stati indebitamente prelevati dalle nostre precedenti pubblicazioni; vorremmo precisare che nulla abbiamo a che fare con gli obiettivi di questa operazione.

Non ci interessa sottoporre a giudizio questo o quel notabile per soddisfazione scandalistica, tant’è che in questa pubblicazione ci asteniamo da indicare nomi specifici, da tutti peraltro molto conosciuti.

Quello che ci interessa veramente è la sostanza del problema, ci interessa che il contenuto di questa analisi, con tutti i suoi limiti, possa essere dibattuto tra coloro che si devono predisporre a proporre un’alternativa politica e sociale a questo paese, un’alternativa nella quale la questione del reddito rappresenti il fulcro centrale.

L’analisi è condotta con l’utilizzo dei dati ufficiali reperibili in rete, piuttosto limitati per la verità, da cui vengono dedotti ed estrapolati i dati per suffragare le tesi esposte. Come in passato, le stime sono state adottate al ribasso. Una maggiore scientificità, applicabile da parte degli studiosi ed analisti che vorranno prendere in considerazione queste tesi, potrebbe condurre a risultati sicuramente più precisi ed aderenti alla realtà, conferendo loro un grado ancora maggiore di attendibilità.

La distribuzione della ricchezza e la crisi.

Partiamo da una constatazione oggettiva che non può essere contestata. Il progressivo acuirsi della crisi, la chiusura delle fabbriche, la riduzione del potere d’acquisto dei salari, il dilagare delle forme irregolari e non tutelate di lavoro, ecc ha portato ad un peggioramento profondo delle condizioni di vita di sempre più larghi strati di popolazione; per dirla con gli statistici si è allargata a dismisura “la fascia di povertà”. Vedendola in modo forzatamente asettico, ciò potrebbe essere considerato naturale ed inevitabile.

Quello che non può apparire ineluttabile è che, contemporaneamente, esistono degli strati sociali il cui tenore di vita non pare essere minimamente intaccato da questa situazione economica. Anzi, più il livello della qualità della vita della maggioranza si abbassa, più l’ostentazione del lusso, dell’agiatezza, di consumi superflui da parte di questi ceti aumenta. E non crediamo sia frutto solo di un’immagine “televisiva” della realtà.

Questa divaricazione intollerabile avviene perché questa classe sociale beneficia di meccanismi di produzione e distribuzione della ricchezza che, soprattutto nel nostro paese, sono profondamente squilibrati e cozzano anche contro gli stessi principi liberisti di cui tanti si ergono a paladini.

Se alla categoria dei cosiddetti manager, ad esempio, vengono garantite prebende e “stock option” ingenti in modo del tutto slegato dagli effettivi risultati imprenditoriali raggiunti, non ci sembra che ciò non risponda al criterio del “rischio d’impresa”. Mentre un dirigente d’azienda guadagna 100 – 200 volte il salario di un operaio, solo il destino di quest’ultimo è legato all’andamento aziendale, solo lui rischia continuamente di essere estromesso dal ciclo produttivo; perché il primo, pur in presenza di bilanci negativi deve continua a beneficiare di compensi plurimilionari ?

Se proviamo a calcolare quanti sono i responsabili d’azienda e/o componenti dei C.d.A. – non solo industrie, ma anche banche istituti finanziari società d’assicurazione società commerciali società di servizi ecc. – che godono di questa situazione di privilegio immotivato, si può credere che essi ormai costituiscono una vera e propria classe sociale ipergarantita, che ha sostituito, utilizzando la struttura legale delle S.p.A., quella che una volta era la classe dei padroni imprenditori, e che a differenza di quelli ora non rischia più nulla.

Questa rappresentazione oggettiva della realtà esistente ci induce ad effettuare un calcolo approssimativo per definire materialmente a quanto ammonta questo squilibrio, cioè: quante risorse finanziarie vengono risucchiate dagli appartenenti a queste categorie, nelle sue diverse stratificazioni?

Tutte le categorie professionali e dirigenziali che operano con forme di rapporto diretto subordinato o di consulenza, in organismi e strutture pubbliche o in aziende private, si caratterizzano per essere sostenute da trattamenti economici molto sostanziosi e molto distanti da quelli destinati al resto del personale. Vediamo più nel dettaglio.

Distribuzione della ricchezza e pubblico impiego.

Già nella precedente pubblicazione abbiamo evidenziato come migliaia di dirigenti e funzionari pubblici, ai vari livelli di responsabilità, percepiscono trattamenti stipendiali (e poi previdenziali) di svariate decine di migliaia di euro annui.

Ipotizziamo di esaminare, come paragone e come estrapolazione di tutto il settore pubblico, la realtà di un solo ente. Un dirigente di II fascia (dirigenti di ufficio) di un ente pubblico, ad esempio, attualmente percepisce almeno 85.000 euro circa, una media della retribuzione assegnata a un dipendente non dirigente si attesta attorno ai 20.000 euro, il rapporto tra le due retribuzioni è di 1 a 4.

I dirigenti generali percepiscono sui 190-200.000 euro annui, quindi il rapporto con la retribuzione di un dipendente non dirigente sale qui a 1 a 10. Un Direttore Generale guadagna ormai sui 350.000 euro l’anno. Rapporto con un dipendente medio: quasi 1 a 15.

Pensiamo a quanti dirigenti dei vari livelli sono presenti in tutti gli enti, le amministrazioni, le strutture che compongono la Pubblica Amministrazione. Nel valutare quali siano le risorse impegnate in tutto il settore pubblico, va tenuto presente che, specie in certi settori, l’incidenza numerica percentuale della categoria dirigenziale è tutt’altro che trascurabile.

Nelle Forze Armate, ad esempio, il rapporto tra personale di truppa/sottoufficiali e ufficiali è di circa 9 a 1 (nell’Esercito prestano servizio 108.000 uomini, di cui 13.000 ufficiali; nelle intere forze armate, con questo rapporto, gli ufficiali vanno valutati in circa 17.000).

Nella Magistratura il livello dirigenziale è direttamente connesso all’ingresso nella carriera. I dati ufficiali della RGS relativi al 2009 danno come attivi 10.486 magistrati.

Anche per settori come la Presidenza del Consiglio dei Ministri (2344 unità), le carriere prefettizie, diplomatiche e penitenziarie (circa 3000 unità) le retribuzioni si devono completamente ascrivere a livelli dirigenziali.

Si consideri poi il gran numero di funzionari di alto livello presenti nelle Forze dell’Ordine (questori, commissari ecc.), nelle Aziende Sanitarie (presidenti, primari, amministratori ecc.), nelle Università (rettori, direttori e dirigenti di dipartimento, docenti ecc.) negli Enti territoriali locali (nei grossi comuni i funzionari esecutivi, i capi gabinetto dei sindaci, i direttori generali ecc. guadagnano anche più di 200mila euro), nelle agenzie specialistiche istituite per legge, come le Authority. Ognuno, per completare il quadro, aggiunga le altre amministrazioni e gli altri enti meno noti, che sono a più sua diretta conoscenza e che noi abbiamo tralasciato.

Già facendo queste poche considerazioni, è già evidente che l’incidenza numerica del personale dirigenziale nel settore pubblico è molto alta, e di conseguenza, considerandone la media retributiva stimabile, è altissimo il loro costo nell’ambito del bilancio pubblico.

Questo per il personale in attività di servizio.

Allarghiamo l’orizzonte al personale in pensione: le alte retribuzioni dirigenziali si trasformano in altrettanto alti trattamenti previdenziali, ammontanti a svariate decine di migliaia di euro, per ciascun funzionario che viene collocato a riposo.

Come dipendenti di un ente previdenziale che si occupa proprio di pensioni pubbliche, abbiamo visto decine, centinaia di dirigenti dell’ente andare in pensione con liquidazioni da sogno e con pensioni da favola. Molti di essi sono andati in pensione con un’età anagrafica accettabilissima, in virtù di percorsi di carriera piuttosto “agevolati”, che li hanno spinti in pochi anni ai vertici dell’istituto e dei suoi uffici.

La conclusione della attività dirigenziale nelle amministrazioni, inoltre, spessissimo significa solo che termina quell’incarico, ma non che l’attività del dirigente si concluda, molti passano ad altro istituto o organismo (Consiglio di Stato, Scuole della pubblica amministrazione, Consigli Superiori ecc. ecc.) per “meriti” o “competenze” o per titolo onorifico, molti intraprenono attività di consulenza per altri enti o per istituzioni private. È questo un aspetto che riprenderemo oltre.

Non avendo reperito dati ufficiali, per avere un’idea di quanti sono i dirigenti pubblici di alto e medio rango attualmente sono collocati a riposo, proviamo ad effettuare una proiezione.

Una media percentuale del rapporto personale/dirigenti nelle diverse amministrazioni può essere attestato attorno al 5 %. Manteniamo lo stesso rapporto anche per i pensionati. Le pensioni pubbliche pagate da INPDAP nel 2009 sono circa 2.690.000, secondo la percentuale da noi stimata (5%) le pensioni rivolte a personale ex dirigente sono almeno 134.000.

Per calcolare il costo sostenuto per queste pensioni possiamo proiettare la media retributiva dei dirigenti in servizio, che si attesta sui 105.000 euro l’anno. Il trattamento previdenziale garantisce a queste categorie un importo pari ad almeno l’80% dell’ultima retribuzione, cioè 84.000 euro di pensione media. Se moltiplichiamo questa pensione media per i 134.000 pensionati dirigenti otteniamo una spesa di circa 11 miliardi di euro (la spesa complessiva per le pensioni pubbliche INPDAP è di 56 miliardi). Un quinto della spesa complessiva è assorbito dalle pensioni agli ex dirigenti.

La sproporzione che esiste a livello retributivo per il personale in servizio, si riflette quindi anche sui trattamenti previdenziali per il personale collocato a riposo, con l’aggravante che se – in una certa misura – le differenze per chi è in attività di servizio potrebbero essere giustificate con il differente livello di responsabilità, nel caso di personale non più attivo essa appare del tutto ingiustificata.

Queste differenze sono ulteriormente appesantite dal fatto che proprio le categorie più privilegiate (magistrati forze armate e di polizia) non risentono delle riforme previdenziali orientate in senso contributivo, cosicché l’ammontare delle pensioni resta legato alle ultime retribuzioni percepite in servizio.

Nel caso delle forze armate e delle forze di polizia immediatamente prima il collocamento a riposo, gli ufficiali vengono anche promossi al grado superiore, il che aumenta ancora di più il relativo trattamento di quiescenza. Gli appartenenti a queste categorie usufruiscono molto spesso di pensioni privilegiate dipendenti da cause di servizio (non sempre concesse con accertamenti severi sul possesso effettivo dei requisiti, e beneficiano anche di bonus fiscali che non vengono riconosciuti ad altre categorie di dipendenti pubblici).

È così che per i dirigenti pubblici, gli ufficiali, i magistrati, i docenti universitari ecc. ecc. si arriva a pensioni di parecchie decine, a volte centinaia di migliaia di euro.

 

Distribuzione della ricchezza e settore privato.

Le considerazioni fatte per il micro-cosmo del pubblico impiego, valgono, ma in misura quantitativamente molto più rilevante, per il settore privato.

Proviamo a riflettere su quante aziende di media e grande estensione operano sul nostro territorio. Le statistiche ISTAT indicano in circa 3 milioni le aziende operanti nei vari settori in Italia tra il 2005 ed il 2008.

Anche qui possiamo procedere per stime prudenziali e diciamo che almeno la metà sono medie e grandi imprese – escludendo quindi le aziende individuali e famigliari – e considerando quindi quelle imprese che nella loro struttura annoverano uno o più organi di funzionamento come direttori generali, direttori commerciali, funzionari con vari compiti ecc..

Molte di questa aziende, come Banche, Assicurazioni, Soc. per Telecomunicazioni, per loro costituzione hanno una struttura funzionale di parecchie centinaia, anzi migliaia di funzionari ai diversi livelli, le aziende di dimensioni più contenute invece possono anche avere solo una o due persone che si occupano della gestione esterna ed interna. Sempre prudenzialmente, assumiamo come una media ipoteticache ciascuna azienda abbia solo un funzionario di livello dirigenziale.

Anche in questo caso la stima è molto al ribasso: nel settore privato, infatti, vi sono rami di attività in cui l’inquadramento professionale ed il livello retributivo medio è molto alto, come ad esempio gli organi di informazione giornalistica (direttori, direttori editoriali, capi-redattori tutti con stipendi molto gratificanti), oppure il settore delle trasmissioni televisive (registi, assistenti, dirigenti di produzione ed ispettivi, conduttori, redattori ecc.); le stesse Banche contano un numero altissimo di funzionari, sia nelle loro strutture centrali sia in quelle territoriali (si provi a pensare quanti direttori di agenzia bancaria vi sono in Italia): settori che se effettivamente conteggiati nella loro reale consistenza numerica determinerebbero sicuramente un innalzamento delle medie stimate che abbiamo indicato.

Assunta la media di almeno un dirigente per azienda, comunque, si può tranquillamente dire che nel settore privato vi sono almeno 1.500.000 dirigenti d’azienda e funzionari di livello superiore.

Quanto alle retribuzioni, esiste una moltitudine di contratti nazionali stipulati per le diverse categorie d’appartenenza e ciò rende difficoltoso stabilire un importo esatto, ma una media stimata attendibile può essere attestata a circa 100.000 euro l’anno, dato che si va da stipendi minimi per i dirigenti appena assunti di 50.000 euro e si arriva agli stipendi dei dirigenti più remunerati che arrivano a 300.000 euro e oltre.

Questa stima, quindi, ci porta a un dispiego di risorse che ammonta a circa 150 miliardi di € all’anno.

Come per il settore pubblico, anche lo squilibrio retributivo di cui godono le categorie dirigenziali durante il loro periodo di lavoro si riflette sui trattamenti previdenziali.

La stima che si può fare, in questo caso, è, stimati i livelli dirigenziali in attività 1.500.000, che vi sia un numero di pensionati ex dirigenti almeno pari a 1.000.000 e che i loro trattamenti, calcolati all’80 % della retribuzione, siano in media di 80.000 € annui. La spesa complessiva annua per questi super – pensionati è calcolabile perciò in circa 80 miliardi.

Reddito ed attività politica.

Una categoria che merita di essere considerata a parte è quella che gravita nel mondo politico, cioè l’insieme di tutte le persone che ricoprono incarichi elettivi, di governo e direttivi negli organi istituzionali, in quanto consiglieri e assessori regionali, provinciali o comunali, senatori, deputati, sottosegretari, ministri o che ricoprono incarichi in organizzazioni politiche come segretari o portavoce di partiti e organizzazioni sindacali nazionali.

Tutte nomine ben remunerate: come si sa, un parlamentare arriva a ricevere quasi 20.000 € mensili, tra rimborsi spese diaria ecc.; i consiglieri regionali si accontentano di una media di 10.000 € mensili; abbastanza bassi, tutto considerato, sono gli emolumenti concessi a consiglieri ed assessori comunali. Ma c’è da considerare che gli emolumenti più sostanziosi, anche a questi ultimi, sono elargiti in forma di rimborso per il mancato stipendio non percepito come lavoratore dipendente prima dell’incarico politico. Ed il giochino delle assunzioni fittizie per sfruttare indebitamente questi rimborsi sono quasi la norma, come sappiamo.

Teniamo presente che questa categoria non è composta da pochissime persone, come si potrebbe pensare superficialmente. A parte i parlamentari che sono circa 1000 (ma consideriamo tutti quelli che percepiscono il vitalizio per essere passati dalle parti di Montecitorio Palazzo Madama per una o due legislature), i consiglieri regionali sono 1117, i consiglieri provinciali sono (calcolando una media di 30 per provincia) non meno di 3000, allo stesso modo il numero dei consiglieri comunali può essere calcolato in non meno di 150.000. Lasciamo in questo caso a chi legge il divertimento di calcolare la spesa da sostenere.

Reddito e incarichi e attività plurime.

Un aspetto che aggrava – e non poco – la sproporzione dei guadagni di cui gode la “classe dirigente” di questo paese è quello delle incarichi e delle nomine molteplici che vengono ricoperti da tanti individui ad essa appartenenti. Ne vogliamo parlare in dettaglio perché essa formerà oggetto di una parte importante della nostra proposta.

6.1 Attività molteplici dei dirigenti della P.A.

Sappiamo come, nella Pubblica Amministrazione, il fatto di ricoprire un incarico come responsabile di una Direzione, a livello centrale o territoriale, comporti quasi automaticamente il fatto di essere membro di commissioni, di partecipare ad organismi di vario genere, di collaborare con pubblicazioni, di essere chiamati a convegni, di svolgere attività di consulenza presso terzi ecc., tutte attività perfettamente legittime, ma bisogna dirlo, lautamente remunerate. Una remunerazione sostanziosa, che va quindi ad aggiungersi alla retribuzione o alla pensione da dirigente.

Un primario di ospedale nel corso della sua attività medica visita migliaia i pazienti, percepisce milioni e milioni in parcelle, di fronte alle quali lo stipendio dell’ospedale o della clinica rappresenta una percentuale trascurabile.

Un professore universitario, in genere, oltre che svolgere l’incarico di docente, esercita l’attività professionale nel settore di sua competenza, redige testi di studio, scrive saggi sulle materie insegnate, partecipa a convegni, fornisce consulenze. Tutte attività che sono lautamente retribuite e che aumentano fortemente il reddito, del quale lo stipendio da professore finisce per costituire una parte marginale.

Va sottolineato anche che questo tipo di attività, in buona parte, viene per molti mantenuta, come abbiamo già detto, anche dopo il collocamento a riposo, in virtù della esperienza accumulata come dirigenti durante l’attività in sevizio.

Molti generali alti ufficiali delle FF.AA. e delle Forze di Polizia, molti prefetti, molti magistrati, molti medici dai loro reparti, dalle loro amministrazioni, dai loro tribunali, dalle loro ASL, passano a svolgere funzioni di consulenti o dirigenti per questo o quell’ente o società; moltissimi di essi hanno intrapreso la carriera politica nei diversi schieramenti. Anche queste attività sono molto redditizie e vanno ad aggiungersi al reddito dato dalla pensione.

Potremmo continuare a valutare altri settori di attività, come le professioni del settore tecnico edilizio, ad esempio, o del settore giuridico – legale. Ogni ente, ogni comune, provincia o regione, anche alcuni ministeri, ha un proprio servizio tecnico edile e si avvale di un servizio legale, per varie e motivate ragioni: architetti, ingegneri, geometri, avvocati, che operano per conto dell’ente in vicende e con competenze squisitamente tecniche; seppure esistono delle normative che dovrebbero escluderlo, o perlomeno limitarlo, questi professionisti ovviamente non operano in esclusiva con le pubbliche amministrazioni da cui dipendono, ma esercitano regolarmente la loro professione al di fuori, magari non comparendo formalmente in prima persona. E anche qui pensiamo che ciò che essi guadagnano come dipendenti non può essere paragonato all’ammontare delle loro parcelle.

6.2 Attività molteplici dei dirigenti privati.

Ma l’attività plurima non è certo appannaggio esclusivo della dirigenza pubblica.

Sostenere incarichi molteplici anzi è caratteristica propria delle classi dirigenziali private.

Pensiamo ad esempio ad una categoria come i direttori condirettori e capi redattori delle testate giornalistiche. Chi tra loro non partecipa a più di una pubblicazione, chi non collabora ad iniziative editoriali di vario genere, chi non partecipa a trasmissioni televisive in sede nazionale o locale, chi non partecipa come esperto, o come moderatore magari, a convegni, fiere, ecc. tutti incarichi pagati oltre lo stipendio, già cospicuo, da giornalista. Potremmo dire che con l’attività di giornalista è connaturato il fatto di occuparsi di più attività.

Pensiamo a quanti dirigenti d’azienda e consiglieri d’amministrazione ricoprono incarichi presso più di una azienda, o hanno partecipazioni azionarie distribuite in più di una società (loro se lo possono permettere, e su questo aspetto torneremo poi)

Ed anche nel privato il fenomeno dei pensionati che continuano a lavorare importanti e ben pagati è tutt’altro che trascurabile, se non altro per gli importi dei compensi che girano. Sempre nell’ambito giornalistico, quanti ex direttori settantenni ed ottantenni, in pensione, continuano a scrivere, ricevendone anche una forte autorevolezza, per diverse testate, quanti ex giornalisti in pensione sono andati a fare gli addetti stampa nelle grandi aziende e nei grandi enti ?

6.1 Attività molteplici dei politici.

Ma l’apice della multifunzionalità viene naturalmente raggiunto nell’ambito politico.

Oggetto di ripetute campagne di opinione, tanto che ormai il termine “casta” è utilizzato nel gergo per definire qualsiasi categoria privilegiata, i politici nostrani hanno immutabilmente continuato a percepire i loro stipendi e pensioni d’oro; ma anche qui non si sottolinea abbastanza che per loro quegli stipendi rappresentano quasi un fatto marginale. La maggior parte di loro, infatti, proviene da carriere professionali ed imprenditoriali già avviate e consolidate, avvocati, ingegneri, architetti, ecc.

Queste attività, durante la nomina politica non viene naturalmente abbandonata, anzi piuttosto in buona misura essa viene agevolata dal fatto di essere per così dire “accompagnata” dall’attività politica. Lo stipendio di politico, quindi va ad aggiungersi ai ricavi prodotti dall’attività professionale.

Molti politici, infine, assumono, legalmente, anche doppi incarichi istituzionali, ad esempio come sindaci, e ricevono, legalmente, doppi stipendi.

Reddito, speculazione finanziaria e povertà.

Un aspetto sul quale non si riflette mai abbastanza è che tutti coloro che appartengono a questi ceti dirigenti per il fatto di godere di trattamenti economici rilevanti ed esuberanti le normali necessità, possono concedersi molto agevolmente la opportunità di investire in modo cospicuo in speculazioni finanziarie, immobiliari, borsistiche ecc.

In questi ultimi anni si parla della “speculazione finanziaria internazionale”, come di una specie di “Spectre” che agisce occultamente, di un mostro intangibile, al quale tra l’altro si può anche attribuire il “merito” di avere generato l’attuale gravissima crisi economica (non siamo noi a dirlo, ma l’attuale ministro dell’economia italiano). Ci sembra paradossale che non si accosti mai questa lobbie inafferrabile a coloro, ben individuati personalmente, che hanno le possibilità di effettuare materialmente queste speculazioni.

Sono proprio questi ceti dirigenti che compongono la “speculazione finanziaria”, sono loro che possono dirottare milioni e milioni di euro verso queste forme di investimento, che abbiamo visto come siano lontane dal mondo produttivo, e però poi lo condizionano negativamente, generando sovrapproduzione, disoccupazione e poi emarginazione e povertà.

Uno sbilanciamento che va riequilibrato.

Questo è il quadro altamente e ingiustificatamente sperequato che caratterizza la distribuzione del reddito in Italia.

Dai calcoli fatti in modo grossolano e perciò volutamente al ribasso, scaturisce una mole incredibile di risorse di finanziarie che si concentra nelle mani di una scarsa minoranza di persone, risorse che se rimodulate diversamente potrebbero dare soluzione a moltissime delle esigenze sociali che tormentano questo paese.

Stando alle dichiarazioni recenti di ministri ed economisti la quota di debito “spettante” a ciascun cittadino a circa 30.000 €.

Bene, la grande maggioranza dei cittadini ha un reddito che è ben al di sotto di questa quota.

È ancora accettabile che essi continuino ad accollarsi la “quota” di debito, non solo quella loro, per così dire, ma anche quelle che spetterebbero a questa minoranza di ricchi, i quali invece fanno mancare del tutto il loro contributo, depauperando le risorse indispensabili ai servizi sociali, all’istruzione alla sanità, per il sostegno all’occupazione, alla cultura, alla ricerca e così via ?

Bisogna cambiare rotta e per farlo occorre derivare le conseguenze più dirette dalla situazione che abbiamo delineato.

La spesa necessaria a soddisfare bisogni sociali primari quali l’assistenza, l’istruzione, la salute, la cultura, la ricerca, il sostegno al lavoro, il diritto alla’abitazione ecc., che uno Stato che voglia dirsi civile non deve eludere o affidare ad altri soggetti, deve essere sostenuta, in proporzione diretta alle proprie possibilità, da tutte le classi sociali. Quindi le risorse vanno, molto semplicemente, prelevate laddove si trovano in quantità più elevata, cioè devono provenire da coloro che possiedono i redditi più elevati.

Prima proposta: tetto alle retribuzioni ed alle pensioni.

Tutti gli individui che appartegono alle categorie privilegiate fin qui esaminate hanno, per origini, attività svolte, beni acquisiti, investimenti ecc., generalmente, accumulato risorse finanziarie notevoli e sono in grado di sostenere un alto tenore di vita, anche a prescindere dal percepire gli stipendi e le pensioni d’oro che ricevono.

In ogni settore, cioè, per tutte queste figure si delinea una situazione in cui lo stipendio, che pure risulta elevato per il loro inquadramento, finisce per essere una quota quasi trascurabile del loro reddito.

Da questa considerazione nasce la prima nostra proposta.

Preso atto che coloro che percepiscono questi alti stipendi e pensioni hanno la possibilità di incrementare a dismisura il proprio reddito con attività aggiuntive ed investimenti, va applicato, sulla retribuzione o sul trattamento previdenziale, un tetto massimo che non può essere valicato.

Si tratta quindi di stabilire che gli stipendi riservati alle categorie dirigenziali pubbliche e private non debbano superare un certo importo mensile.

Tali norme dovrebbero essere riferite non solo ai rapporti di lavoro dipendente stabili, ma anche a quelle tipologie di rapporto para-subordinato, proprio degli incarichi manageriali, ad esempio, dove, anzi, il limite massimo assumere un ruolo quantitativamente molto più rilevante (pensiamo a Marchionne con un tetto massimo del compenso).

Analoga norma dovrebbe stabilire un tetto massimo anche alle pensioni individuali erogabili dagli enti previdenziali (INPS,INPDAP,Casse professionali ecc.).

Dalla realizzazione di questa proposta si potrebbero trarre molteplici benefici, sotto vari aspetti.

  • prima di tutto, dal punto di vista delle amministrazioni pubbliche, relativamente ai propri dirigenti, si otterrebbe un risparmio notevolissimo di risorse, che successivamente tenteremo, anche qui grossolanamente, di quantificare.

  • dDal punto di vista della aziende private il risparmio sarebbe notevole, anche superiore, complessivamente, a quello conseguito dalla P.A., perché vi sarebbe un risparmio gestionale dato dalla minore spesa per gli stipendi dei dirigenti, ma anche dalla riduzione della forte contribuzione previdenziale ed assicurativa.

  • dal punto di vista del “bilancio” previdenziale, da quello dell’INPS per intenderci, si avrebbero indubbi benefici, perché il pagamento mensile degli ingenti trattamenti previdenziali spettanti ora a queste categorie pesa non poco sui costi del sistema.

  • sempre dal punto di vista delle aziende private, la minore spesa sostenuta per questo tipo di personale potrebbe portare a rivalutare la stessa organizzazione delle aziende, che finora si sono affidate alla centralità di alcune figure ultra – pagate, caricate, in conseguenza del loro alto costo, di incombenze notevoli; dovendo e potendo pagare stipendi più contenuti per i dirigenti, le aziende potrebbero adottare un modello di funzionamento con responsabilità più ripartite e meno accentrate, con qualche risvolto positivo anche dal punto di vista occupazionale.

Un aspetto che però ci preme particolarmente di sottolineare, come dicevamo, è quello del risparmio immediato che l’amministrazione pubblica in senso lato trarrebbe direttamente da questa mutata situazione, con l’applicazione del tetto.

Applicazione del tetto e risparmi conseguiti.

Sempre col consueto metodo delle approssimazioni successivamente, valutate al ribasso, proviamo a calcolare a quanto ammonterebbe questo risparmio.

Per effettuare il calcolo riprendiamo in considerazione come tetto massimo da applicare quello già considerato nelle precedenti pubblicazioni, e cioè 5.000 € mensili. Ci sembra che tale tetto sia abbastanza congruo da garantire un vita alquanto agiata, soprattutto a chi gode comunque di ben altre entrate, come abbiamo visto.

Nella prima parte abbiamo calcolato che il personale ex dirigente in pensione sia costituito da circa 134.000 individui, che in base ad una media di 84.000 € l’anno, danno un costo complessivo pari a 11 miliardi di euro.

Con l’applicazione del tetto a questo ambito e assumendo che tutti i dirigenti in pensione ricevano gli 84.000 euro medi (e sappiamo che per tanti sono molti di più), la spesa annua scenderebbe a 8 miliardi e 700 milioni. Già questo calcolo molto approssimativo ci dà l’idea dell’importante risparmio: almeno 2 miliardi e 300 milioni l’anno.

Se analogo tetto venisse applicato anche alle retribuzioni dei dirigenti pubblici in servizio, il calcolo del risparmio, fatto allo stesso modo, porterebbe ad un risparmio ancora superiore, naturalmente; in questo caso infatti la spesa – senza tetto – ammonta, in base alle nostre stime, a circa 19 miliardi l’anno. Applicando il tetto di 5.000 euro mensili la spesa scenderebbe a circa 11 miliardi e mezzo, un bel risparmio: circa 7 miliardi e mezzo l’anno in meno.

Quindi tra la riduzione della spesa per le pensioni d’oro e quella per le retribuzioni dei dirigenti pubblici in servizio, arriviamo ad un risparmio annuo di quasi 10 miliardi, solo per le pensioni pubbliche

A costo di essere molto ripetitivi, facciamo osservare ancora che questo calcolo è sicuramente lontano dalla realtà, perché è fatto applicando a tutti gli interessati delle medie di retribuzione e pensione, medie che sappiamo essere largamente superate dagli importi realmente percepiti da moltissimi soggetti.

Non ci stupiremmo per niente se i dati effettivi, conteggiando le tantissime pensioni e stipendi d’oro e di platino che vengono erogate, portassero ad un importo di risparmio reale del doppio di quello da noi calcolato, se non di più.

Tutte le leggi e manovre finanziarie (pardon leggi di stabilità, che suona meglio) azzannano alla gola la cittadinanza meno ricca per succhiare le ultime gocce di sangue, con ritocchi sempre più pesanti sull’età pensionabile, aumenti tariffari, nuove e sempre meno progressive tassazioni, accompagnate ovviamente con altrettante agevolazioni verso i ceti più possidenti.

In queste leggi, che dovrebbero servire per garantire la stabilità finanziaria, ma anche l’espletamento delle funzioni minime dell’apparato pubblico, si ignora sistematicamente che esiste la possibilità, anno dopo anno, di recuperare immediatamente risorse attraverso un provvedimento semplice ed immediato come quello che abbiamo descritto.

L’ultima legge, ad esempio, prevede tagli alla spesa pubblica per circa 7 miliardi; applicando il tetto in un solo anno avremmo largamente recuperato questa somma e avremmo salvaguardato tutti i settori che da quella legge sono stati compiti (scuola, enti locali, ricerca ecc.).

Da decenni si favoleggia di “recupero della mostruosa evasione fiscale”, di escogitare “patrimoniali” fantasiose impossibili da imporre, forse per dire di voler cambiare tutto, ma senza cambiare niente in realtà.

Tutti abbiamo verificato come questi propositi vengono puntualmente disattesi; noi aggiungiamo che, anche nel caso improbabile in cui l’evasione fiscale fosse seriamente combattuta o si riuscisse a progettare un’imposta patrimoniale valida, questi provvedimenti non potrebbero dare gli stessi effetti di ciò che noi stiamo proponendo, in termini di certezza, immediatezza, facilità e continuità dei risultati finanziari.

Prendiamo i risultati della lotta all’evasione fiscale, che riteniamo – è bene precisarlo – un dovere ineludibile da parte dello Stato e che deve essere ovviamente continuata ed approfondita, magari evitando, dall’altro lato, di incentivarla con provvedimenti come condoni e scudi, facendo uscire dalla finestra ciò che si è fatto rientrare dalla porta.

Per il primo semestre del 2010 si è registrato un recupero di 5 miliardi, che è cifra sicuramente notevole. Ma dobbiamo far notare che tale lodevole e utilissimo risultato viene presentato come risultato record, dovuto perciò ad uno sforzo eccezionale delle strutture chiamate a perseguire l’evasione; inoltre questa somma è stata prodotta dall’individuazione di imposte evase per più annualità, non per un solo anno.

È facile confrontare questo risultato con quello ottenibile dall’applicazione del tetto alle retribuzioni e pensioni dirigenziali, che darebbe – come abbiamo visto – risultati assai superiori già per un solo anno, è che quindi risulta comunque vantaggioso rispetto a qualsiasi altra attività di perseguimento del recupero fiscale (che comunque va attuato).

Seconda proposta: divieto di cumulo applicato a tutti i redditi.

Molti sanno, per esperienza diretta o indiretta, che per le pensioni erogate dagli enti previdenziali vigono dei ben precisi tetti di cumulabilità.

Il caso classico è quello della pensione di reversibilità: il coniuge superstite che percepisce già un’altra pensione, subisce, sulla pensione proveniente dal coniuge deceduto, delle limitazioni di importo relativamente all’ammontare complessivo delle due pensioni cumulate.

Per essere più chiari, se un superstite percepisce già un altro reddito subisce, nel caso questo sia superiore a certi importi delle decurtazioni progressivamente maggiori sulla pensione di reversibilità, fino ad arrivare ad un taglio del 50 %.

A parte la discutibilità di queste regole, che limitano eccessivamente la percezione di reddito da parte di una categoria di pensionati che certo non naviga nel lusso (per dire chi supera i 17.000 euro viene già tagliato del 25 %), constatiamo che, “stranamente”, nel casi di redditi plurimi ricevuti da ben altre categorie questa regola non viene applicata.

È una precisa scelta legislativa quella di, da un lato, impedire o limitare fortemente il cumulo tra pensioni, e dall’altro, al contrario, di consentire tale cumulo, senza limiti o tagli, per chi, da pensionato, svolge attività lavorativa.

Se ciò può essere considerato legittimo nel caso di un pensionato sociale o al minimo, o comunque con una pensione non elevata, il quale, proseguendo a lavorare, tenta di ottenere un reddito dignitoso per vivere, non possiamo comprendere perché pensioni di decine o centinaia di migliaia di euro l’anno non possano essere toccate, se chi ne gode continua ad percepire altri redditi, per di più molto importanti come abbiamo evidenziato nei paragrafi precedenti.

Nelle precedenti pubblicazioni facevamo preciso riferimento ad alcune personalità ben note, che beneficiano di trattamenti previdenziali come ex funzionari pubblici e che attualmente svolgono altri compiti ed incarichi di alto e altissimo livello, remunerati ovviamente con i soliti elevati stipendi, senza subire alcuna decurtazione dei loro trattamenti previdenziali.

Vogliamo in questa sede evitare di fare riferimento diretto ai nomi, per non dare spazio a speculazioni scandalistiche, ma ci sembra comunque necessario quantificare materialmente con alcuni esempi, per dare un dato più indicativo di questa situazione.

Un ex presidente del consiglio degli anni ’90 gode di pensione da professore universitario dall’ 1/1/98 di 22.048,11 euro mensili lordi

Un ex professore universitario, ora parlamentare con svariate legislature sulle spalle, dall’ 1/11/2007 percepisce una pensione di 5.498,30 euro mensili lordi.

Un altro ex professore economista, presidente di commissione parlamentare, ex sottosegretario gode di pensione di € 5.714,42 mensili dal 7/8/2008 e per “arrotondare” percepisce pure una pensione di riversibilità di € 697,56

Un altro professore universitario, famigerato mini-stro, drammaticamente noto ai dipendenti pubblici gode di pensione da professore universitario da 31/12/2009 di 4.351,07 euro mensili lordi

Un parlamentare, famoso per i suoi continui ed insistenti interventi a favore delle modifiche (leggi tagli) del regime pensionistico (degli altri), come ex dirigente della pubblica amministrazione prende una pensione dal 1/4/2007 di € 10.776,66 mensili.

Un ex segretario di una grande confederazione, ora deputato, prende una pensione da ex docente universitario dal 1/4/2001 di € 8.595,74 mensili lordi (tra l’altro maturata ad un’età anagrafica che mette seri dubbi sulla validità dei requisiti)

Un altissimo funzionario di vertice della Banca d’Italia, che periodicamente nei suoi interventi si riferisce alle impoverite condizioni economiche delle famiglie italiane, gode di pensione da ex dirigente della pubblica amministrazione dal 1/4/05 di € 14.843,56 mensili lordi

Un altro deputato, ormai da oltre 16 anni si gode una pensione elargita dall’ INPDAP di € 14.590,26 esente da qualsiasi tassazione in quanto percepita come “vittima del terrorismo”.

Un ex esercente macellaio, ex sindaco, successivamente nominato membro della Authority Antitrust, consigliere comunale a Bologna, e ora gode di una pensione di 16.516,58 € mensili lordi a decorrere dal 1/7/2009 come ex membro di quell’organismo

Un senatore PDL economista ex ministro della Difesa, gode dal 1/4/2002 di pensione docente universitario di € 5.788,33

Un ex direttore generale della Ragioneria Generale dello Stato, ora consulente del ministro Tremonti, è in pensione dal 1/7/2002 con soli € 19.051,51

Un ex ministro della sanità ed ex primario ospedaliero, dal 1/10/01 in pensione con 10.290,00 € mensili lordi

Un ex magistrato coinvolto negli scandali di Berlusconi gode di pensione dal lontano 26/06/96 di € 9.799,23 mensili

Un altro ex magistrato ora attivista della destra estremista, dal 5/7/06 gode di pensione di € 13216,37 esente da qualunque tassazione in quanto vittima di terrorismo

Un ex Generale ora membro del consiglio di stato con lauta remunerazione gode pure di pensione fin dal 2/4/2000 di € 27.927,75 mensili lordi

Un noto luminare della scienza medica, presidente di associazioni di ricerca, ex ministro della sanità, assunto recentemente ancora alle cronache per le sue posizioni diciamo “controcorrente” su nucleare inquinamento ed inceneritori, lautamente ricompensato da tutte le sue collaborazioni, interventi e pubblicazioni, gode pure di pensione fin dal 2/5/1994 di € 4.235 ,87 mensili lorde.

 

L’elenco potrebbe essere ancora lungo, ma già così dà l’idea di come questo fenomeno sia diffuso e di come coinvolga somme ingentissime.

Ritorniamo così al problema dei doppi e tripli incarichi, delle attività plurime di cui abbiamo parlato in precedenza, e che costituisce un’anomalia inaccettabile, soprattutto se consideriamo che in molti casi le attività lavorative svolte come funzionari pubblici sono solo “virtuali”.

Tanti fra questi, infatti, hanno maturato tranquillamente le loro belle pensioncine e le cumulano con i proventi che gli vengono dai loro incarichi di governo e dalle loro nomine, elettive e non, senza avere avuto una frequentazione molto assidua di aule d’università o corsie d’ospedale. I professori universitari transitati nell’attività politica, ad esempio, non hanno certo cominciato solo dopo il pensionamento la loro attività pubblica.

La nostra proposta, anche qui, è molto semplice e riteniamo che non si debbano adottare provvedimenti di legge molto complicati per applicarla.

Proponiamo banalmente l’applicazione del cumulo pensionistico anche a queste categorie: si tratta di limitare, con una progressività analoga a quella utilizzate dalle normative vigenti in tema di cumulo pensionistico, le pensioni erogate a questi soggetti.

Nella disciplina del cumulo pensionistico, attualmente, sulla pensione di reversibilità o d’invalidità, chi ha un altro reddito superiore ai 17.869 euro subisce un taglio del 40 %, fino a chi ha i redditi oltre 29.783 € che subisce un taglio del 50 % (i redditi sono annui).

Per limitare o vietare il cumulo tra reddito da lavoro e reddito da pensione, che qui stiamo proponendo, si potrebbe attuare una graduazione diversa, tesa ad imporre le decurtazioni soprattutto a chi possiede già un reddito molto alto al di fuori della pensione stessa.

A livello sperimentale, ipotizziamo di non applicare alcuna decurtazione a chi ha un reddito inferiore ai 36.000 annui (un po’ di più di 6 volte il minimo INPS). Al di sopra di tale limite, al crescere del reddito, si dovrebbero applicare progressivamente sempre più alte percentuali di decurtazione della pensione, fino ad arrivare al divieto totale di cumulo oltre un certo importo.

Ad esempio:

reddito extra – pensione percentuale di decurtazione pensione

Oltre 36.000

60 %

Oltre 42.000

70 %

Oltre 48.000

80 %

Oltre 54.000

90 %

Oltre 60.000

100%

 

Divieto di cumulo: calcolo del risparmio.

Anche in questo caso è difficile calcolare, senza avere accesso ai dati effettivi di dettaglio dei pagamenti pensionistici e delle altre fonti di reddito, a quanto ammonterebbe il recupero di risorse finanziarie.

Possiamo applicare anche in questo caso il nostro grossolano metodo deduttivo.

Ipotizziamo di applicare queste decurtazioni alle pensioni dei dirigenti pubblici.

Abbiamo precedentemente stimato che la spesa complessiva per le pensioni ai dirigenti ammonta a circa 11 miliardi di € l’anno. Se ipotizziamo che almeno metà di questa spesa sia relativa a pensioni a soggetti che ricevono altri redditi da lavoro rientranti nella disciplina del cumulo come da noi proposta appena sopra, diciamo che applicando anche solo la decurtazione minima del 60 %, si ottiene un risparmio annuo di 3 miliardi e 300 milioni.

Applichiamo lo stesso metodo alle pensioni INPS per i dirigenti.

La spesa che abbiamo stimato è in questo caso di circa 80 miliardi. Anche qui ipotizziamo che la metà di questo importo sia dovuto a pensioni di soggetti interessati dal cumulo con altri redditi.

Applicando anche solo la decurtazione minima si raggiunge la cifra di 24 miliardi recuperati alle casse INPS.

Chissà se si parlerebbe ancora di “deficit previdenziale”, di necessità di alzare l’età pensionabile, di escogitare sempre nuovi modi di ridurre i trattamenti previdenziali più bassi, di dirottare finanziamenti e soldi dei lavoratori verso la cosiddetta “previdenza” integrativa, per foraggiare le assicurazioni e gli istituti finanziari privati …

Chissà se finalmente sarebbero smentiti i falsi argomenti che favoriscono la odiosa “guerra” tra padri e figli, che i politicanti hanno trasformato in un vero proprio ricatto generazionale, fondato sul falso presupposto che le pensioni dei padri risucchiavano risorse al lavoro dei figli.

Abbiamo visto che c’è qualcuno che sicuramente risucchia ingenti risorse che dovrebbero essere impiegate per i giovani, ma non sono certo le pensioni dei lavoratori.

Riepilogo e conclusioni.

In questo ragionamento vorremmo, per finire, anche inserire una valutazione sanamente “meritocratica”, non la meritocrazia dei più ricchi, ma quella che dovrebbe valutare la reale importanza dei compiti svolti da ciascuno nelle proprie attività lavorative.

Siamo proprio convinti che il lavoro svolto da un vigile del fuoco, o da un infermiere, o da un netturbino, o da un insegnante, figure che guadagnano uno stipendio medio da impiegato pubblico, siano tanto meno utili, meno essenziali, sia meno meritevoli di essere gratificate, dell’attività di un qualsiasi dirigente di un qualsiasi sconosciuto ufficio pubblico che guadagna 5 – 10 volte il loro stipendio?

E perché essi, al momento della pensione, devono ricevere, come ringraziamento, un trattamento che viene sempre più ridotto con gli anni, e che non gli consente di trascorrere dignitosamente e serenamente gli ultimi anni di vita, mentre altri possono permettersi, con quello che ricevono di liquidazione e pensione, di effettuare investimenti che garantiscono vite agiate non solo a loro ma anche ai loro famigliari ?

Sono motivazioni di ordine sociale come queste che ci hanno spinto a formulare queste proposte concrete.

Ma non sono le sole.

Esistono una serie di motivazioni meno “morali”, ma molto concrete e serie, che si collegano alla necessità di aprire, in questo paese, degli spazi per ricostruire un tessuto di intervento pubblico nei settori in questi anni depauperati dalle privatizzazioni, dalla corruzione, dalla avidità di questo capitalismo assistito e mafioso.

Bisogna creare le condizioni che consentano allo Stato di attivarsi nella salvaguardia della scuola pubblica, del diritto alla salute, del diritto all’abitare, degli investimenti nella ricerca, nella cultura, nella formazione.

Per costruire una società più attenta ai bisogni della collettività nel suo insieme, senza privilegi accordati immotivatamente a nessuno, una società più solidale, in cui l’appartenenza alle fasce più povere non sia motivo di discriminazione e di emarginazione, anzi sia motivo per ricevere l’aiuto necessario ad una vita dignitosa.

Una società preoccupata del futuro delle generazioni giovani, che progetti il progresso di domani tenendo ben ferme le compatibilità ambientali e di sicurezza, mettendo in secondo piano i profitti economici di questo o quello.

Per aspirare ad una società come questa, bisogna creare i presupposti materiali, prima di tutto quelli economici, in cui lo Stato abbia un potere finanziario forte, che gli consenta di agire in autonomia rispetto agli interessi individuali e privatistici. Ecco perché abbiamo individuato in queste due proposte un metodo potente per costruire delle forti fondamenta in questo senso.

Per dare un quadro di riepilogo dei risultati ottenibili dai provvedimenti fin qui proposti, vi sottoponiamo lo schema che segue:

Tetto sulle retribuzioni e sulle pensioni

DIRIGENTI PUBBLICI

individui

media stipendio / pensione

spesa annua attuale

spesa con applicazione del tetto

risparmio

in pensione

134.000

84.000

11 miliardi

8 miliardi 700 milioni

2 miliardi 300 miliioni

in servizio

175.000

105.000

19 miliardi

11 miliardi

7 miliardi 500 milioni

totale risparmio conseguito direttamente dalla P.A.

9 miliardi 800 milioni

 

 

 

 

 

DIRIGENTI PRIVATI

individui

media stipendio / pensione

spesa annua attuale

spesa con applicazione del tetto

risparmio

in pensione

1.000.000

80.000

80 miliardi

65 miliardi

15 miliardi

in servizio

1.500.000

100.000

150 miliardi

97 miliardi 500 milioni

52 miliardi 500 milioni

totale risparmio per l’applicazione del tetto

77 miliardi 300 milioni

 

Decurtazione pensioni d’oro per cumulo con redditi da lavoro

 

importo pensioni rientranti nel cumulo

applicazione della decurtazioni minima (60%)

pensioni dirigenti pubblici

5.500.000.000

3.300.000.000

pensioni dirigenti privati

40.000.000.000

24.000.000.000

totale recuperato per cumulo

27.300.000.000

Abbiamo voluto concretizzare materialmente le proposte per evidenziare come esse possano dare risultati sorprendenti.

Vorremmo dire anche che esse non ci sembrano per nulla utopiche ed irrealizzabili.

Ovviamente non sono proposte che possano essere prese in considerazione dal mondo politico istituzionale, come esso attualmente si presenta. Questo, è utopico, e siamo d’accordo.

Invece siamo convinti che esse possano e debbano essere oggetto di una seria riflessione in tutto il composito movimento di opposizione, studentesco, operaio e sociale che si sta mostrando in questo periodo; esse possono contribuire a far fare a questo movimento di opposizione il necessario salto di qualità, per la costruzione di un soggetto politico complessivo, alternativo alle strutture partitiche usuali ed ai metodi istituzionali classici.

In altre parole, gli obiettivi che queste proposte prefigurano possono costituire un primo passo verso la realizzazione di un “programma” comune che coinvolga ed unifichi tutte le diverse anime ed orientamenti del movimento, che gli dia finalmente l’opportunità di indicare un proprio percorso rivendicativo, una propria visione politica complessiva, al di là dell’opposizione estemporanea e passeggera contro questo o quel governo o contro questa o quella norma.

In questo movimento sono attivi tanti soggetti che hanno la personalità e le competenze per assorbire questo tipo di proposte, elaborarle, migliorarle, suffragarle anche con ulteriori studi, analisi e dati.

In questo spirito e con questi propositi nei prossimi mesi cercheremo di inserire queste proposte nel dibattito in corso sulle prospettive del movimento e ci auguriamo che ad esse se ne possano aggiungere altre, dotate delle stesse caratteristiche di concretezza e capaci di alimentare con continuità la nostra voglia di batterci per la conquista di una società più giusta.

 

Aprile 2011 *COBAS – INPDAP

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1 Commento


  • Biancardi Maria

    Condivido molti aspetti.
    Ma soprattutto vorrei che venisse tolta la possibilità di cumulo tra pensione e redditto, in tutti i casi.
    Se uno va pensione non si rimette a lavorare togliendo il posto di lavoro ad un giovane.
    Se poi la pensione non gli basta per vivere, come dite voi, andiamo a vedere il perchè. Se veramente è una persona svantaggiata si possono ipotizzare gli opportuni interventi di sostegno.
    Ma scopriremo che nella maggioranza dei casi saremo in presenza di persone che per scelta, durante la loro vita lavorativa, non si sono preoccupate di costituirsi una pensione. O perchè non hanno lavorato o perchè erano autonomi o non hanno versato evadendo oltre le tasse anche i contributi. Questa è la realtà !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

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