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Iran, cronistoria di un assedio

L’intreccio si fa sempre più fitto, almeno quanto la trama diventa sempre meno chiara. L’unica certezza è che tutta questa storia ruota attorno a Teheran. Una serie, nebulosa, di eventi che ruotano minacciosi attorno alla Repubblica Islamica, soffiando come venti di guerra sulla regione. Proviamo a tracciare una cronistoria, incompleta ma significativa.

L’ultimo episodio, in ordine di tempo, è avvenuto il 13 novembre scorso. Due cittadini kuwaitiani sono stati arrestati dalla polizia iraniana. Sono accusati di essere entrati illegalmente in Iran, dal posto di frontiera di Abadan e di aver svolto attività di spionaggio. L’arresto dei due cittadini sembra una rappresaglia per l’arresto in Kuwait di cinque cittadini iraniani, avvenuto a marzo 2011, che sono stati poi condannati (due a morte e tre all’ergastolo) con l’accusa di voler costruire una rete terroristica che avrebbe dovuto spingere la minoranza sciita del Paese (circa il 30 percento della popolazione) all’insurrezione contro la monarchia sunnita che governa il Kuwait.

L’episodio è avvenuto, anche se non sembra esistere un nesso, il giorno dopo la drammatica esplosione del deposito di armi nella base militare di Bidganeh, a Malard, 45 chilometri da Teheran. Ventisette persone hanno perso la vita, tra loro il generale dei Pasdaran (milizia d’elìte che risponde direttamente al leader supremo Alì Khamenei) Hassan Moqaddam, l’uomo che per molti era l’architetto del sistema militare iraniano. Responsabile della base che sarebbe tra quelle in grado di armare gli Sahab, i missili a lunga gittata che sarebbero in grado di colpire Israele. Il Time e il Guardian, citando fonti d’intelligence iraniana, sostengono che l’esplosione non sia casuale ma che il Mossad – servizio segreto israeliano – sia già all’opera per eliminare tutti gli uomini chiave del programma nucleare iraniano.

Ma non finisce qui. Il 14 novembre scorso, il governo iraniano ha respinto ”le ridicole accuse senza fondamento delle autorità del Bahrein secondo le quali sarebbe legato al gruppo che pianificava attentati nel Bahrein. Questo tipo di accuse senza fondamento non fanno altro che ripetere lo scenario ridicolo costruito dagli Stati Uniti nella versione del Bahrein”, ha detto Amir Abdolahian, vice ministro degli Esteri per gli affari arabi e africani dell’Iran. ”Il proseguimento di una politica d’Iranofobia inefficace e l’aumento della pressione sulla sicurezza non permetteranno di risolvere i problemi del Bahrein, il cui regime farebbe meglio a lavorare per ristabilire la fiducia e per colmare l’abisso che si è creato con la popolazione”.

Le relazioni tra Teheran e Manama sono ai minimi storici da marzo, quando la maggioranza sciita della popolazione è insorta contro da la dinastia sunnita al potere. Teheran ha duramente condannato questa repressione e ha predetto la caduta dei dirigenti del Bahrein. Questi ultimi, sostenuti da altre monarchie arabe del Golfo, hanno accusato l’Iran di ingerenza per avere incoraggiato i manifestanti.
Accuse pesanti, che si aggiungono a quelle degli Stati Uniti nei confronti di Teheran, accusata di preparare attentati contro obiettivi israeliani e sauditi nel territorio degli Usa. Il presunto complotto sarebbe stato rivelato da Mansoor Arbassiar, arrestato a metà ottobre, che si muoveva per conto del governo iraniano nel tentativo di ingaggiare killer della malavita messicana.

A questo si è aggiunto l’ultimo rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (Aiea) che per la prima volta ha accusato pubblicamente l’Iran di lavorare a un programma nucleare con finalità militari. L’Iran nega, ma l’opzione di un intervento militare israeliano diventa sempre meno uno scenario remoto. La Russia si dice contraria, ma Usa e Gran Bretagna non hanno escluso l’opzione armata. Che secondo alcuni, però, sarebbe già iniziata. Con altri mezzi.

Quello degli omicidi mirati. Gli Stati Uniti, a luglio, si sono dichiarati ”totalmente estranei” all’omicidio dello scienziato nucleare iraniano Dariush Rezaei, ucciso davanti alla sua abitazione a Teheran. Ma l’elenco di morti eccellenti di personaggi coinvolti nel programma nucleare iraniano è lungo. Massud Ali-Mohammadi, assassinato a Teheran a gennaio 2010, scienziato nucleare. Un collega di Ali-Mohammadi, Shahram Amiri, è scomparso a dicembre 2009 e , da allora, non si hanno più notizie di lui. L’ingegnere Ali Mahmoudi Mimand, padre del programma missilistico dell’Iran, ucciso otto anni fa da una misteriosa esplosione all’interno del complesso militare industriale Shahid Hemat a sud di Teheran. Nel febbraio 2007 è stato il turno del professor Ardenshir Hassenpour, ucciso da una fuga di gas radioattivo. Hassenpour era ritenuto dall’intelligence di mezzo mondo il massimo esperto iraniano nel settore della ricerca militare. Ad agosto 2008, un aereo decollato da Biskek, capitale del Kirghizistan, e diretto a Teheran si schianta al suolo causando la morte di 44 tra ingegneri e scienziati iraniani.

Ma i mezzi per rallentare il programma iraniano sono tanti, compresa la cyberguerra. L’Iran è stato individuato come uno dei paesi del mondo colpiti da un particolare attacco informatico, noto come Duqu Code. Migliaia di computer in Iran, compresi quelli dello staff all’impianto nucleare di Natanz, sono stati infettati. Il virus è pensato per paralizzare lo Scada, un sistema computerizzato che può gestire grandi complessi come quello di Natanz. In particolare pare generato per distruggere i programmi usati dalla compagnia tedesca Siemens che ha venduto i suoi prodotti agli iraniani. L’unica certezza è che l’Iran è sempre più sotto pressione e nessuno può prevedere come finirà questa storia.

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