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Le “Crisi del Capitalismo Globale”. Ma di chi?

Le “Crisi del Capitalismo Globale”;

ma di chi è la crisi? chi ne trae vantaggio?

del prof. James Petras (***)

Introduzione

Dal “Financial Times” fino all’estrema sinistra, sono state versate tonnellate di inchiostro nello scrivere sulle possibili varianti delle “crisi del capitalismo globale”.

Mentre gli scrittori si differenziano sulle cause, le conseguenze e le cure, coerentemente con le loro visioni ideologiche, esiste un comune accordo, che “le crisi” minacciano di porre fine al sistema capitalistico come noi lo conosciamo.

Non vi è dubbio che, tra il 2008 e il 2009, il sistema capitalista in Europa e negli Stati Uniti ha subito un grave shock che ha scosso le fondamenta del suo sistema finanziario e ha minacciato di portare alla bancarotta i suoi “settori di punta”.

Tuttavia, io andrò a sostenere che le “crisi del capitalismo” si sono trasformate in sole “crisi per i lavoratori”.

Il capitale finanziario, il detonatore principe delle crisi e dello schianto, ha recuperato, la classe capitalista nel suo complesso si è andata rafforzando e, fattore più importante, ha utilizzato le condizioni politiche, sociali, ideologiche, originate come risultato delle “crisi”, per consolidare ulteriormente il suo dominio e lo sfruttamento sul resto della società.

In altre parole, le “crisi del capitale” sono state convertite in un vantaggio strategico per promuovere gli interessi fondamentali del capitale: l’allargamento dei profitti, il consolidamento del controllo capitalistico, la maggiore concentrazione della proprietà, l’approfondimento delle disuguaglianze tra capitale e lavoro, e la creazione di enormi “riserve di lavoratori” per aumentare ulteriormente i profitti dei capitalisti.

Inoltre, il concetto di una “omogenea crisi globale del capitalismo” fa trascurare le profonde differenze in termini di prestazioni e di condizioni, tra paesi, classi e gruppi di età.

La tesi sulla crisi globale: argomentazioni economico-sociali

I sostenitori della crisi globale argomentano che a partire dal 2007, e continuando fino al presente, il sistema capitalista mondiale è collassato, e il suo recupero è un miraggio. Citano la stagnazione e la recessione continua nel Nord America e nell’Eurozona.

Presentano i dati del PIL, che oscillano tra valori negativi e crescita zero. La loro argomentazione è sostenuta dai dati che indicano una disoccupazione a doppia cifra in entrambe le regioni. Spesso correggono i dati ufficiali, che sottovalutano la percentuale di disoccupati escludendo i lavoratori part-time, i disoccupati di lunga durata e altri.

L’argomento delle “crisi” è rafforzato dalla sottolineatura dei milioni di proprietari di case che sono state sfrattati dalle banche, dai dati sull’aumento violento della povertà e della miseria che accompagna coloro che perdono il lavoro, dalle riduzioni salariali e dall’eliminazione o riduzione dei servizi sociali.

Inoltre, le “crisi” vengono associate all’aumento massiccio di fallimenti di piccole e medie imprese e di banche regionali.

Le crisi globali: la perdità di legittimità

Gli analisti, in particolare sulla stampa finanziaria, scrivono di una “crisi di legittimità del capitalismo”, citando sondaggi che rilevano maggioranze consistenti che sollevano dubbi sull’equità del sistema capitalistico, che denunciano le vaste e crescenti disuguaglianze e le regole truccate con cui le banche sfruttano le loro dimensioni (“too big to fail – troppo grandi per fallire”) per razziare il Tesoro e l’erario, a scapito dei programmi sociali.

In sintesi, i sostenitori della tesi di una “crisi globale del capitalismo” espongono le loro forti ragioni, dimostrando gli effetti penetranti, profondi e distruttivi del sistema capitalistico sulle esistenze della grande maggioranza dell’umanità.

Il problema è che una “crisi dell’umanità” (più precisamente dei lavoratori salariati) non è la stessa di una crisi del sistema capitalista.

In realtà, come vedremo qui di seguito, le crescenti avversità sociali, i redditi e l’occupazione in calo hanno rappresentato un fattore importante, che ha facilitato il recupero rapido e massiccio dei margini di profitto della maggior parte delle imprese di grandi dimensioni.

Per di più, la tesi di una crisi “globale” del capitalismo amalgama economie non confrontabili, paesi, classi e gruppi di età, con prestazioni nettamente divergenti in diversi contesti storiche.

Crisi globali, o sviluppo ineguale e squilibrato?

È del tutto sciocco sostenere la tesi di una “crisi globale”, quando molti dei sistemi economici importanti nel mondo non hanno subito una flessione di rilievo, e altri hanno recuperato e rapidamente si sono sviluppati.

Cina e India non hanno subito proprio la recessione. Anche durante i peggiori anni del declino dell’Eurozona e dell’area degli Stati Uniti, i giganti asiatici sono cresciuti in media di circa l’8%.

Le economie dell’America Latina, in particolare i principali paesi esportatori di prodotti agro-alimentari (Brasile, Argentina, Cile,) con mercati diversificati, in particolare in Asia, hanno sopportarto una breve pausa (nel 2009), prima di realizzare incrementi di crescita da moderati a rapidi (tra il 3% e il 7%) a partire dal 2010 – 2012.

Aggregando i dati economici dell’Eurozona nel suo insieme, i sostenitori della crisi globale hanno trascurato le enormi disparità nelle prestazioni all’interno della stessa zona.

Mentre l’Europa meridionale sguazza in un’intensa e profonda depressione, in buona sostanza, dal 2008 all’immediato futuro, nel 2011 le esportazioni della Germania hanno segnato il record di un trilione di euro, il suo avanzo commerciale ha raggiunto i 158 miliardi di euro, dopo i 155 miliardi di euro di avanzo commerciale nel 2010. (BBC News, 8 febbraio 2012).

Mentre il tasso di disoccupazione aggregato dell’Eurozona raggiunge il 10,4%, le differenze interne sfidano qualsiasi nozione di “crisi generale”. La disoccupazione in Olanda è al 4,9%, in Austria al 4,1% e in Germania al 5,5%, con recriminazioni da parte dei datori di lavoro per la diffusa carenza di manodopera specializzata in settori chiave per la crescita.

D’altro canto, nella depauperata Europa meridionale la disoccupazione corre ai livelli della depressione, in Grecia al 21%, nella Spagna al 22,9%, in Italia all’8, 9%, e in Portogallo al 13,6% (Financial Times, 19 gennaio 2012, p.7).

In altri termini, “le crisi” non influiscono sfavorevolmente su alcune economie, che in realtà approfittano della loro posizione dominante sul mercato, e della forza tecno-finanziaria nei confronti dei sistemi economici dipendenti, debitori e arretrati.

Parlare di una “crisi globale” porta ad offuscare le relazioni fondamentali di dominio e di sfruttamento che facilitano la “ripresa” e la crescita delle economie di élite, a spese e contro i loro concorrenti e Stati clienti.

In aggiunta, i teorici delle crisi, a torto, hanno amalgamato i sistemi economici finanza delle ncorrenti e s 111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111-speculativi, che hanno cavalcato le crisi (Stati Uniti, Gran Bretagna), con quelle economie produttive dinamiche nell’esportare (Germania, Cina).

Il secondo problema che sorge con la tesi di una “crisi globale” è che si sorvola sulle profonde differenze insite nelle fasce di età.

In molti paesi europei la disoccupazione giovanile (16-25 anni) si snoda dal 30 al 50% (Spagna 48,7%, Grecia 47,2%, Slovacchia 35,6%, Italia 31%, Portogallo 30,8% e Irlanda 29%), mentre in Germania, Austria e Olanda i giovani disoccupati sono rispettivamente in Germania al 7,8%, in Austria all’8,2% e all’8,6% nei Paesi Bassi.

(Financial Times 1 febbraio 2012, p.2)

Queste differenze sono alla base del motivo per cui non esiste un “movimento giovanile globale” di “indignati” e “occupanti”. Differenze dell’ordine di cinque volte tra giovani disoccupati non contribuiscono alla solidarieta “internazionale”. La concentrazione di alte percentuali di disoccupazione giovanile particolarmente centrata nel Sud Europa spiega lo sviluppo ineguale delle proteste di massa sulle strade. .

Ciò spiega anche perché il Movimento “anti-globalizzazione” nord-euro-statunitense è in gran parte un Forum senza vigore, che attira la pontificazione accademica sulla “crisi globale del capitalismo”, e i “Social Forum” impotenti non sono in grado di coinvolgere i milioni di giovani disoccupati del Sud Europa. Costoro sono più attratti dall’azione diretta.

I teorici globalisti trascurano i modi specifici attraverso cui vengono sfruttate le masse di giovani lavoratori disoccupati nei loro paesi oppressi dal debito da cui dipendono.

I teorici non considerano il modo specifico in cui questi paesi sono governati e repressi da parte di partiti capitalisti di centro-sinistra e di destra. Il contrasto si è reso particolarmente evidente durante l’inverno del 2012.

I lavoratori greci sono costretti ad accettare un taglio del 20% nei salari minimi, mentre in Germania i lavoratori stanno chiedono un aumento del 6%.

Se le “crisi” del capitalismo si manifestano in regioni specifiche, allora anche i settori degli introiti e le classi stipendiali ne vengono influenzati in modo differente.

I tassi di disoccupazione dei giovani rispetto ai lavoratori anziani variano enormemente: in Italia il rapporto è di 3,5 a 1, in Grecia 2,5 / 1, in Portogallo 2,3 / 1, in Spagna 2,1 / 1 e in Belgio 2,9 / 1. In Germania è di 1,5 contro 1 (Financial Times, FT, 1 febbraio 2012).

In altre parole, a causa dei livelli più alti di disoccupazione tra i giovani, questi hanno una maggiore propensione per l’azione diretta “contro il sistema”, mentre i lavoratori più anziani con più alti livelli di occupazione (e indennità di disoccupazione) hanno mostrato una maggiore propensione a fare assegnamento su esiti elettorali, e si impegnano ad attuare scioperi limitati a questioni connesse al loro lavoro e salario.

La vasta concentrazione di disoccupati tra i giovani lavoratori significa che sono loro a formare il “nucleo disponibile” per un’azione sostenuta, ma significa anche che questi giovani possono solo raggiungere una limitata unità d’azione con la classe dei lavoratori più anziani, che stanno subendo la disoccupazione per una percentuale ad una cifra.

Tuttavia, è anche vero che la grande massa di disoccupati giovanili offre una formidabile arma nelle mani dei datori di lavoro, che minacciano di sostituire i lavoratori più anziani impiegati con i giovani.

Oggi, i capitalisti costantemente ricorrono all’utilizzo di disoccupati per abbassare i salari e le previdenze e per intensificare lo sfruttamento (soprannominato “aumento della produttività”), per aumentare i margini di profitto.

Lungi dall’essere semplicemente un indicatore della “crisi capitalista”, gli alti livelli di disoccupazione sono serviti, insieme ad altri fattori, per aumentare il tasso di profitto, accumulare reddito, allargare le disuguaglianze di reddito: tutto ciò contribuisce al crescere del consumo di beni di lusso per la classe capitalista; le vendite di auto e di orologi di lusso sono in pieno boom.

La crisi di classe: la contro-tesi

Contrariamente ai teorici delle “crisi globali del capitalismo”, viene messa in evidenza una notevole quantità di dati che si oppongono ai loro presupposti.

Un recente studio riporta che “i profitti delle compagnie degli Stati Uniti sono percentualmente più alti del prodotto interno lordo in qualunque momento della storia a partire dal 1950”

(FT, 30 gennaio 2012).

La disponibilità netta di moneta da parte delle imprese statunitensi non è mai stata più grande, grazie allo sfruttamento intensifivo sui lavoratori, e a sistemi salariali differenziati su vari livelli, per cui i nuovi assunti lavorano per una frazione in più per ricevere un salario pari a quello che ricevono i lavoratori più anziani (grazie ad accordi sottoscritti dai boss dei sindacati “zerbino”).

Gli ideologi delle “crisi del capitalismo” hanno ignorato le relazioni finanziarie delle principali corporation degli Stati Uniti.

Secondo il rapporto 2011 della General Motors ai propri azionisti, costoro hanno realizzato il maggior profitto di sempre, arrivando ad un guadagno pari a 7,6 miliardi di dollari, superando il precedente record di 6,7 miliardi del 1997.

Una gran parte di questi utili risulta dal congelamento dei loro fondi pensione usamericani sottofinanziati e dall’estrazione di una maggiore produttività da un numero inferiore di lavoratori, in buona sostanza viene intensificato lo sfruttamento, e dal taglio a mezzo dei salari orari dei nuovi assunti. (Earthlink News 16 febbraio 2012 )

Inoltre, la crescente importanza dello sfruttamento imperialista è messa in evidenza dalla percentuale di profitti che le corporation statunitensi realizzano all’estero, in continuo aumento a scapito della crescita di reddito dei dipendenti.

Nel 2011, l’economia usamericana è cresciuta dell’1,7%, ma i salari medi sono diminuiti del 2,7%. Secondo la stampa finanziaria, i margini di profitto del S & P 500 [N.d.tr.: S & P 500 è l’indice della Borsa di New York calcolato sui 500 maggiori titoli], sono balzati dal 6% al 9% del PIL negli ultimi tre anni, una percentuale ultimamente conseguita tre generazioni fa.

Per circa un terzo, la quota estera di questi profitti è più che raddoppiata, a partire dal 2000.

(FT, 13 febbraio 2012, p.9)

Se questa è una “crisi del capitalismo”, allora di cosa si ha bisogno per parlare di “boom capitalista”?

Le inchieste sulle maggiori società rivelano che le compagnie statunitensi hanno nelle loro casse 1.730 miliardi in contanti, “i frutti di elevati margini di profitto, da record”

(FT, 30 gennaio 2012, p.6).

Questi margini eccezionali di profitto sono il frutto di licenziamenti di massa, che hanno portato ad intensificare lo sfruttamento dei lavoratori rimanenti. Anche i tassi di interesse federali, praticamente irrilevanti, e un facile accesso al credito consentono ai capitalisti di sfruttare gli ampi differenziali tra l’indebitamento finanziario, i prestiti per mutui e gli investimenti.

Riduzione delle tasse e tagli ai programmi sociali danno come risultato per le corporation un bel mucchio di liquido contante sempre in crescita. All’interno della struttura societaria, i profitti finiscono quasi completamente nelle tasche dei vertici, visto che i superiori dirigenti si ripagano con bonus enormi. Infatti, tra le compagnie alla testa delle “S&P 500” imprese, la quota di profitto che va ai dividendi per gli azionisti è la più bassa dal 1900 (FT 30 gennaio 2012, p.6).

Una vera e propria crisi del capitalismo dovrebbe pregiudicare i margini di profitto, gli utili lordi e l’accumulo di “montagne di contante”. L’aumento dei profitti è dilagato perché i capitalisti hanno tratto vantaggio dallo sfruttamento intenso, e nel contempo ristagnano i consumi di massa.

I teorizzatori della crisi confondono ciò che è chiaramente rappresentato dal lavoro degradante, dal feroce attacco alle condizioni di vita e di lavoro, e perfino dalla stagnazione economica, con una “crisi del capitale”: quando la classe dei capitalisti aumenta i suoi margini di profitto, per montagne di miliardi, non è in crisi. Il punto chiave è che sono le “crisi del lavoro” ad essere lo stimolo importante per i capitalisti per recuperare profitti. Non si possono fare generalizzazioni da una crisi all’altra.

Senza dubbio, abbiamo assistito ad un momento di crisi del capitalismo (2008-2009), ma grazie al massiccio trasferimento di ricchezza, senza precedenti, dalle finanze pubbliche alla classe capitalista – alle banche di Wall Street in prima istanza – il settore delle compagnie ha recuperato, mentre i lavoratori e il resto del sistema economico è rimasto in crisi, è andato in bancarotta, e i lavoratori senza lavoro.

Dalle crisi al recupero di profitti: dal 2008/2009 al 2012

La chiave per il “recupero” dei profitti da parte delle corporation ha avuto poco a che fare con il ciclo economico, e tutto a che fare con il loro controllo completo di Wall Street e con il saccheggio del Tesoro degli Stati Uniti.

Tra il 2009-2012 centinaia di ex alti dirigenti di Wall Street, manager e consulenti per investimenti finanziari si sono insediati in tutte le principali posizioni decisionali del ministero del Tesoro e hanno incanalato migliaia di miliardi di dollari nelle casse dei principali gruppi societari e finanziari. Sono intervenuti nelle società in difficoltà finanziarie, come la General Motors, imponendo tagli salariali pesanti e licenziamenti a migliaia di lavoratori.

Questi agenti di Wall Street nell’ambito del ministero del Tesoro hanno elaborato la dottrina del “Too big to fail – troppo grande per fallire” per giustificare l’impressionante trasferimento di ricchezza. È stato ripristinato l’intero edificio speculativo costruito in parte da un contributo pari a 234 volte il volume di scambi commerciali con l’estero nel periodo 1977-2010.

(FT 10 gennaio 2012, p.7).

La nuova dottrina sostiene che la priorità assoluta per lo Stato è quella di riportare il sistema finanziario alla redditività, qualsiasi sia il costo per la società, i cittadini, i contribuenti e i lavoratori.

Too big to fail” ripudia completamente il principio fondamentale del sistema capitalistico, il “libero mercato”: l’idea che i capitalisti che perdono devono sopportarne le conseguenze; che ogni investitore o amministratore delegato è responsabile delle proprie azioni.

I capitalisti finanziari non hanno più bisogno di giustificare le loro attività in termini di un qualche contributo alla crescita dell’economia o all’“utilità sociale”.

Secondo gli attuali governanti, Wall Street deve essere salvata, perché è Wall Street, anche se il resto del sistema economico e la gente vanno in malora.

(FT 20 gennaio 2012, p.11).

Salvataggi e finanziamenti statali fanno da complemento per centinaia di miliardi di sgravi fiscali, producendo deficit di bilancio senza precedenti e la crescita di enormi disuguaglianze sociali.

La paga di un amministratore delegato come multiplo di quella di un lavoratore medio è arrivata da un rapporto di 24 a 1 nel 1965 ad un rapporto di 325 a 1 nel 2010.

(FT 9 gennaio 2012, p.5).

La classe dirigente ostenta la propria ricchezza e il potere, assistita e spalleggiata dalla Casa Bianca e dal ministero del Tesoro. A fronte dell’ostilità popolare contro il saccheggio del Tesoro da parte di Wall Street, Obama è passato attraverso la finzione di chiedere al ministero del Tesoro di imporre un tetto sui bonus di molti milioni di dollari che i direttori generali in carica hanno dato in premio a se stessi, mentre era in corso il salvataggio delle banche.

Gli agenti di Wall Street insediatisi all’interno del ministero del Tesoro hanno rifiutato di applicare questo ordine esecutivo, e nel 2011 gli amministratori delegati hanno ricevuto miliardi in bonus.

Il presidente Obama è andato avanti, consapevole che truffava l’opinione pubblica degli Stati Uniti con la sua retorica bolsa, mentre mieteva da Wall Street milioni di finanziamenti per la sua campagna elettorale!

Le giustificazioni del ministero del Tesoro, riprese da Wall Street, sono state che negli anni Novanta e Duemila le banche erano diventate una forza trainante delle economie occidentali. La loro quota nel PIL è aumentata nettamente (dal 2% negli anni Cinquanta all’8% nel 2010)

(FT 10 gennaio 2012, p.7).

In questo tempo, per i Presidenti è divenuta una “procedura operativa normale” nominare dirigenti di Wall Street in tutte le posizioni chiave dell’economia; ed è “normale” per questi stessi funzionari il perseguire politiche che massimizzano profitti per Wall Street ed eliminano ogni rischio di fallimento, non importa quanto questo sia pericoloso e denso di corruzione per coloro che… praticano quest’arte.

La porta girevole: da Wall Street al ministero del Tesoro e ritorno

Effettivamente, la relazione tra Wall Street e il Tesoro si è concretizzata in una “porta girevole”: da Wall Street – al ministero del Tesoro – a Wall Street.

I banchieri privati assumono cariche presso il Tesoro (o vengono reclutati) per garantire che tutte le risorse e le politiche adeguate alle esigenze di Wall Street siano assicurate con il massimo impegno, con il minimo ostacolo da parte dei cittadini, lavoratori e contribuenti.

I potenti di Wall Street aggregati al Tesoro attribuiscono la massima priorità alla sopravvivenza, al recupero e all’espansione dei profitti di Wall Street.

Costoro bloccano eventuali regolamenti o restrizioni sui bonus, o il ripetersi di truffe come in passato. Si “fanno una reputazione” al ministero del Tesoro e poi tornano al settore privato in posizioni più elevate, come consiglieri di amministrazione e soci.

Una carica al Tesoro è opportuna per una scalata gerarchica a Wall Street. Il Tesoro è una stazione di rifornimento per la “limousine” Wall Street: gli ex operatori di Wall Street riempiono il serbatoio, controllano l’olio e poi saltano sul sedile anteriore e partono rombanti verso una carica lucrativa, e… lasciano alla stazione di servizio (il pubblico) il conto da pagare!

Tra il gennaio 2009 e l’agosto 2011, 774 funzionari (per cominciare) sono usciti dal ministero del Tesoro (FT 6 febbraio 2012, pag. 7). Tutti hanno procurato “servizi” redditizi ai loro futuri padroni a Wall Street, un ottimo modo questo per rientrare nella finanza privata in una posizione più remunerativa.

Un articolo del Financial Times (5 Febbraio 2012, p. 7) portava il titolo appropriato “US Treasury: Manhattan Transfer”, e forniva esempi caratteristici della “porta girevole” Tesoro-Wall Street.

Ron Bloom era arrivato al Tesoro da una posizione di banchiere di livello inferiore presso la banca d’affari Lazard, contribuendo a progettare il piano di salvataggio di Wall Street per trilioni di dollari, e poi è rientrato in Lazard come consigliere di amministrazione.

Jake Siewert era arrivata da Wall Street per diventare il braccio destro del ministro del Tesoro Tim Geithner e poi veniva promossa alla Goldman Sachs, dopo aver contribuito a limitare i tagli ai bonus di Wall Street.

Michael Mundaca, il funzionario alle imposte di grado più alto nell’amministrazione Obama proveniva da Wall Street, e poi acquisiva una posizione altamente lucrativa presso la corporation Ernst and Young nel settore della contabilità aziendale, avendo collaborato alla riduzione delle tasse per le corporation durante il suo servizio come “pubblico ufficiale”.

Eric Solomon, un funzionario delle tasse di alto livello nella famigerata amministrazione Bush che esentava dalle imposte le corporation, percorreva il medesimo percorso di “commutazione”.

Jeffrey Goldstein, che Obama aveva messo a capo della regolamentazione finanziaria e che ha mietuto successi nel colpire le rivendicazioni popolari, è ritornato dal suo precedente datore di lavoro, la finanziaria Hellman e Friedman, con una promozione adeguata per i servizi resi.

Stuart Levey, che gestiva le sanzioni dell’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee, è un gruppo di pressione usamericano noto per il forte supporto allo stato di Israele) contro le politiche dell’Iran, come se AIPAC fosse una cosiddetta “agenzia anti-terrorismo” del ministero del Tesoro, è stato assunto come consulente legale generale per conto del gruppo HSBC (HSBC Holdings plc è uno dei più grandi gruppi bancari del mondo), per difenderlo dalle indagini su riciclaggio di denaro.

(FT 6 febbraio 2012, pag. 7)

In questo caso Levey è stato spostato da un ruolo di promozione di piani di guerra per conto di Israele a quello di difensore di una banca internazionale accusata di riciclaggio per miliardi di dollari dei cartelli della droga messicani. Levey, aveva speso così tanto tempo a contrastare i programmi dell’Iran, su mandato di Israele, che aveva totalmente ignorato il riciclaggio di miliardi di dollari dei cartelli della droga messicani, attraverso operazioni transfrontaliere per buona parte di un decennio.

Lew Alexander, consigliere superiore del ministro del Tesoro Geithner nel progettare il salvataggio delle banche per trilioni di dollari, è oggi un alto funzionario della Nomura, una banca giapponese.

Lee Sachs è ritornato dal Tesoro a Bank Alliance (la “piattaforma che l’aveva dato in prestito”).

James Millstein, passato da Lazard al Tesoro, ha salvato l’assicurazione AIG, entrando in collisione con Maurice Greenberg, e quindi ha costituito il proprio studio di investimenti privati riunendo attorno a sé un gruppo di ben coordinati funzionari del Tesoro.

[N.d.tr.: Questa è una storia interessante e paradigmatica!

Maurice Greenberg, l’ex amministratore delegato del colosso assicurativo americano AIG, ha fatto causa al Governo americano definendo l’intervento di salvataggio del 2008 “incostituzionale”. Secondo il Wall Street Journal, la Starr International, società guidata da Greenberg, e che all’epoca era il maggiore azionista della compagnia di assicurazioni, accusa il Governo di avere usato AIG come un “veicolo” per rilevare una quota dell’80% della compagnia in cambio di massicci aiuti; in questo modo, il Governo avrebbe sottratto proprietà di grande valore alla Starr e ad altri azionisti, in violazione del V emendamento della Costituzione (in base al quale nessuna proprietà privata può essere sottratta per uso pubblico senza un giusto compenso).

Le azioni del Governo erano apparentemente studiate per proteggere l’economia degli Stati Uniti e salvare il sistema finanziario. Sebbene questo sia un obiettivo lodevole, il fine non può giustificare il ricorso a mezzi illegali”, si legge nella documentazione presentata al tribunale.

Con la causa, avanzata presso la U.S. Court of Federal Claims, la Starr chiede all’amministrazione Obama 25 miliardi di dollari di risarcimento per danni.]

La “porta girevole” Goldman Sachs-Tesoro funziona ancor oggi.

Oltre ai responsabili del ministero del Tesoro, Paulson, nel passato, e attualmente Geithner, l’ex socio di Goldman, Mark Patterson, è stato di recente nominato “direttore del personale tecnico” di Geithner.

Tim Bowler ex amministratore delegato di Goldman è stato nominato da Obama alla direzione della divisione “mercati finanziari”.

Dovrebbe essere del tutto chiaro che le elezioni, i partiti e le campagne elettorali per miliardi di dollari hanno poco a che fare con la “democrazia”, e molto di più con la selezione del Presidente e dei legislatori che nomineranno alti dirigenti di Wall Street, che, pur non eletti, assumeranno tutte le decisioni economiche strategiche alle spalle del 99% degli Usamericani.

I risultati politici della “porta girevole” Wall Street-Tesoro sono chiari e ci forniscono un quadro per capire perché le “crisi del profitto” si sono rese evanescenti, mentre sono le “crisi del lavoro” a diventare sempre più profonde.

Le “realizzazioni politiche” della porta girevole

L’Apriti-Sesamo Wall Street-Tesoro (WSTC) ha eseguito un lavoro erculeo e sfacciato a favore della finanza e del capitale d’impresa. Nonostante la condanna universale di Wall Street da parte della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, per le sue truffe, i fallimenti, le perdite di posti di lavoro e i pignoramenti ipotecari, lo WSTC ha apertamente sostenuto i truffatori, con un piano di salvataggio finanziario di miliardi di dollari. Una mossa temeraria a fronte degli avvenimenti, come se maggioranze ed elezioni contassero per nulla.

Altrettanto importante, lo WSTC ha scaricato del tutto l’ideologia del “libero mercato”, che giustificava i profitti capitalisti, però fondati sul “rischio”, imponendo il nuovo dogma del “too big to fail – troppo grande per fallire”, per cui la Tesoreria dello Stato deve garantire profitti anche quando i capitalisti sono arrivati alla bancarotta, a condizione che si tratti di imprese di miliardi di dollari.

Per di più, lo WSTC ha scaricato il principio capitalistico della “responsabilità fiscale”, a favore di sgravi fiscali per centinaia di miliardi di dollari per la classe dirigente finanz-capitalista, accumulando deficit di bilancio mai registrati in tempo di pace, per poi avere l’impudenza di biasimare i programmi sociali, supportati dalle maggioranze popolari.

(C’è da meravigliarsi che questi ex-funzionari del Tesoro ottengano offerte talmente lucrative nel settore privato, quando abbandonano l’incarico pubblico?)

In terzo luogo, il Tesoro e la Banca centrale (la Federal Reserve) concedono prestiti a tassi vicino allo zero che garantiscono grandi profitti agli istituti finanziari privati, i quali prendono a prestito a basso tasso d’interesse dalla Fed e prestano il denaro ricevuto a ben più alto tasso, (perfino nei confronti del governo!), in particolare speculando su fondi di investimento esteri, governativi e societari.

In buona sostanza, queste istituzioni finanziarie ricevono da quattro a dieci volte i tassi di interesse che pagano. In altre parole, i contribuenti forniscono mostruosi sussidi per le speculazioni di Wall Street. Con la clausola aggiuntiva, che oggi queste attività speculative sono assicurate dal governo federale, secondo la dottrina “Too Big to Fail”.

Condizionata dalla ideologia della “riconquista della competitività”, la squadra di Obama per il settore economico (ministero del Tesoro, Federal Reserve, ministeri del Commercio e del Lavoro) ha incoraggiato i datori di lavoro ad impegnarsi nel più aggressivo disfarsi dei lavoratori nella storia moderna.

L’aumento della produttività e la redditività non sono il risultato di “innovazione”, come sostengono Obama, Geithner e Bernache; sono il prodotto di una politica dello Stato rispetto al lavoro che approfondisce le disuguaglianze, tenendo bassi i salari e aumentando i margini di profitto. Un minor numero di lavoratori che producono più merci. Credito a buon mercato e salvataggi finanziari delle banche per miliardi di dollari, e nessun rifinanziamento per le famiglie e per le piccole e medie imprese, con la conseguenza di fallimenti, acquisizioni forzate e “consolidamenti”, vale a dire una maggiore concentrazione della proprietà nelle mani di pochi.

Ne risulta che ristagna il potere di acquisto delle masse, ma i profitti societari e bancari raggiungono livelli record.

Secondo gli esperti finanziari, sotto questo “nuovo ordine” del WSCT, “i banchieri costituiscono una classe protetta che gode di bonus indipendentemente dal rendimento, mentre addossa al contribuente la socializzazione delle loro perdite”. (FT, 9 gennaio 2012, p.5)

Per contrasto, sotto l’azione del team economico di Obama, il mondo dei lavoratori deve far fronte

alla più grande insicurezza e alla situazione più minacciosa nella storia recente: “in tutto questo, ciò che è senza dubbio insolito è la ferocia con cui le imprese degli Stati Uniti si disfano dei lavoratori, ora che i sistemi di remunerazione e di incentivazione dei dirigenti sono vincolati a obiettivi di rendimento immediato.” (FT, 9 gennaio 2012, p. 5).

Conseguenze economiche delle politiche pubbliche

A causa dell’“acquisizione del controllo” da parte di Wall Street sulle posizioni di politica economica strategica del governo, ora possiamo comprendere il paradosso di margini di profitto record nel bel mezzo di una stagnazione economica.

Siamo in grado di capire perché le crisi del capitalismo, almeno temporaneamente, sono state rimpiazzate da una profonda crisi del mondo del lavoro.

All’interno della matrice di potere “Wall Street-Ministero del Tesoro” sono tornate tutte le vecchie pratiche di corruzione e di sfruttamento che hanno portato al crollo del 2008-2009:

bonus da molti miliardi di dollari per i titolari di banche di investimento che hanno portato l’economia verso lo schianto;

banche “ che non si lasciano sfuggire miliardi di dollari affastellando mutui ipotecari in titoli di borsa (che vendono poi a investitori, fondi pensionistici, fondi comuni e compagnie di assicurazione, ecc.), miliardi di dollari concessi da Wall Street a fornitori di mutui che hanno consentito loro di continuare a fare prestiti incerti, portando così qualche (sic) responsabilità per le crisi finanziarie.” (FT, 8 gennaio 2012, p.1)

[N.d.tr.: I critici delle banche affermano che la prassi di Wall Street di raggruppare mutui e titoli di stato ha celato l’esistenza di prestiti edilizi rischiosi ed ha incoraggiato prestiti spericolati perchè raggruppandoli e poi vendendoli consentiva a molti partecipanti di evitare la responsabilità delle conseguenti perdite.]

La differenza oggi sta nel fatto che questi strumenti speculativi stanno ora sulle spalle dei contribuenti (il ministero del Tesoro).

La supremazia della struttura finanziaria del sistema economico statunitense pre-crisi è rimessa a posto e prospera … “solo” la forza lavoro degli Stati Uniti è sprofondata in una disoccupazione sempre più grande, vedendo declinare il suo tenore di vita, il diffondersi dell’insicurezza e di un profondo malcontento.

Conclusione: le ragioni contro il capitalismo e per il socialismo

Le crisi profonde del 2008-2009 hanno provocato un fiume di discussioni sul sistema capitalistico, perfino tra i molti suoi sostenitori più ardenti (Financial Times, dall’8 gennaio 2012 al 30gennaio 12) le critiche abbondavano.

La riforma, la regolamentazione e la redistribuzione” erano pane quotidiano per i giornalisti finanziari.

Eppure la classe dirigente del sistema economico e di governo non prestava alcuna attenzione.

I lavoratori sono controllati da leader sindacali “zerbino” e mancano di uno strumento politico.

Gli pseudo populisti di destra abbracciano una ancora più virulenta agenda filo-capitalista, invocando l’eliminazione dei programmi di previdenza sociale e le imposte sulle società e le imprese.

All’interno dello Stato ha avuto luogo una grande trasformazione, che di fatto ha spezzato qualsiasi legame tra il capitalismo e il welfare sociale, tra le prese di decisioni del governo e l’elettorato.

La democrazia è stato sostituita da uno Stato sotto il controllo delle corporation, fondato sulla “porta girevole” tra Tesoro e Wall Street, che travasa ricchezza pubblica nelle casse private della finanza. La divaricazione tra il benessere della società e le operazioni di architettura finanziaria è definitiva.

Le azioni di Wall Street non hanno alcuna utilità sociale, i suoi praticanti arricchiscono se stessi in assenza di qualsiasi attività controbilanciante.

Il capitalismo ha dimostrato in modo inoppugnabile di prosperare attraverso la degradazione di decine di milioni di lavoratori e di respingere gli appelli infiniti per le riforme e la sua regolamentazione.

Il capitalismo che esiste in questa nostra realtà non può essere imbrigliato per innalzare gli standard di vita o per garantire un’occupazione libera dal timore di licenziamenti improvvisi e brutali su larga scala. Il capitalismo, come noi lo abbiamo sperimentato nel corso dell’ultimo decennio e prevedibile per il futuro, è al polo opposto dell’uguaglianza sociale, dei processi decisionali democratici e del benessere collettivo.

Profitti record per i capitalisti sono maturati saccheggiando il tesoro pubblico, negando le pensioni e prolungando “il tempo del lavoro fino alla morte”, causando il fallimento per la maggior parte delle famiglie con l’imposizione di costi esorbitanti in cambio di istruzione e sanità privatizzate e consegnate nelle mani delle corporation.

Più che mai nella storia recente, maggioranze record rifiutano di essere governate da, e per i banchieri e dalle classi dirigenti delle corporation (FT, 6 febbraio 2012, pag. 6).

Le disuguaglianze tra il vertice dell’1% e i sottostanti del 99% hanno raggiunto proporzioni record. Gli amministratori delegati delle società guadagnano 325 volte il salario di un lavoratore medio (FT, 9 gennaio 2012, p.5).

Dal momento che lo Stato è diventato il “fondamentale terreno di conquista economica” per i predatori di Wall Street, e visto che la “riforma” e la regolamentazione di Wall Street sono miseramente fallite, è tempo di considerare una fondamentale trasformazione di sistema, a partire da una rivoluzione politica, per scacciare con la forza le élite di non- eletti finanziarie e societarie che gestiscono lo Stato ad esclusivo loro interesse.

L’intero processo politico, comprese le elezioni, è stato profondamente corrotto: ogni ufficio a qualsiasi livello dispone di un proprio cartellino del prezzo di acquisto ben gonfio. L’attuale corsa alla Presidenza avrà un costo da 2 a 3 miliardi di dollari, per determinare quale dei servi di Wall Street presiederà la “porta girevole”.

Il socialismo non è più un termine che fa paura come nel passato.

Il socialismo implica la riorganizzazione dell’economia su larga scala, il trasferimento di migliaia di miliardi dalle casse delle classi predatorie, che ora non sono di alcuna utilità sociale, per il benessere pubblico.

Questo cambiamento può finanziare un’economia produttiva e di innovazioni, basata sul lavoro e il tempo libero, lo studio e lo sport.

Il socialismo elimina il terrore quotidiano del licenziamento, con la sicurezza che porta fiducia, certezze e rispetto sui luoghi di lavoro. La democrazia sul posto di lavoro è al centro della visione del socialismo del 21 ° secolo.

Cominciamo a nazionalizzare le banche e ad eliminare Wall Street. Le istituzioni finanziarie devono essere riprogettate per creare occupazione produttiva, per servire al benessere sociale e per rispettare e preservare l’ambiente.

Il socialismo dovrebbe dare inizio a questa transizione, da un’economia capitalista diretta da predatori e truffatori e da uno Stato al loro comando, verso un sistema economico fondato sulla proprietà pubblica sotto controllo democratico.

James Petras, nato a Boston nel 1937 da genitori greci emigrati dall’isola di Lesbos,  è professore emerito a riposo per la cattedra di sociologia presso l’università di Binghamton, New York e professore aggiunto alla Saint Mary’s University, Halifax, Nuova Scozia, Canada.

Laureatosi in lettere presso la Boston University, ha conseguito il dottorato all’università di Berkeley, California.

Il suo primo incarico a Binghamton risale al 1972 presso il dipartimento di sociologia, e questi sono i suoi campi di interesse: sviluppo, America latina, area dei Caraibi, movimenti rivoluzionari, analisi di classe.

Membro della Sezione di sociologia marxista della Associazione Sociologica Americana, è stato premiato con il Robert Kenny Award per il miglior trattato del 2002. Durante la sua carriera ha conseguito importanti riconoscimenti, fra cui il “Best Dissertation Award” nel 1968 da parte dell’Associazione di scienze politiche dell’Occidente.
Petras è autore fecondo di pubblicazioni sulle problematiche politiche latino-americane e medio- orientali; 62 sono i suoi lavori pubblicati in 29 lingue, e più di 600 saggi su riviste specialistiche, come la “American Sociological Review”, “British Journal of Sociology”, “Social Research” e “Journal of Peasant Studies”.

Ha pubblicato più di 2000 articoli su giornali e riviste di tutto il mondo, fra cui “The New York Times”, “The Guardian”, “The Nation”, “Christian Science Monitor”, “Foreign Policy”, “New Left Review”, “Partisan Review” e “Le Monde Diplomatique”.

Attualmente scrive l’editoriale mensile per “Mexican newspaper”, “La Jornada”, come aveva fatto in precedenza per il quotidiano spagnolo “El Mundo”; è membro del collettivo editoriale di “Canadian Dimension” e collabora con “CounterPunch” e “Atlantic Free Press”.

 Petras si autodefinisce uno scrittore e attivista “rivoluzionario e anti-imperialista”. Ha fatto parte attiva del movimento contadino dei “senza-terra” brasiliani e del movimento dei disoccupati in Argentina.

Dal 1973 al 1976, Petras ha collaborato nell’ambito del Tribunale Bertrand Russell sulla repressione nell’America latina.  Ha citato in giudizio gli Stati Uniti come “potenza imperiale dominante”, con riferimento alla politica statunitense verso l’Iraq come “Olocausto USA/iracheno (UIH)”, un processo continuo, dal 1990 al 2006, che ci fornisce un esempio lampante di sterminio sistematico pianificato da uno Stato, di un sistema di tortura e di distruzione fisica progettato per de-modernizzare una società laica in pieno sviluppo e per trasformarla in una serie di clan tribal-etnico-clericali in continuo conflitto fra di loro, privi di qualsiasi autorità nazionale o di un’economia vitale.”

Petras ha stigmatizzato Israele come “il paese più militarizzato del mondo.”

James Petras di recente ha pubblicato il libro “The Arab Revolt and the Imperialist Counter Attack” (Clarity Press 2012), seconda edizione.

James Petras è un assiduo collaboratore di Global Research.

Note bibliografiche

  • Zionism, Militarism and the Decline of US Power – Sionismo, militarismo e declino della potenza degli USA – Clarity Press, Inc. (2008). ISBN 0932863604

  • Rulers and Ruled in the US Empire: Bankers, Zionists and Militants – Dominatori e dominati nell’Impero USA: banchieri, sionisti, e militanti – Clarity Press, Inc. (2007). ISBN 978-0932863546

  • The Power of Israel in the United States – Il potere di Israele negli Stati Uniti – Clarity Press, Inc. (2006). ISBN 0-932863-51-5

  • Empire with Imperialism: The Globalizing Dynamics of Neoliberal Capitalism – Imperialismo autoritario: le dinamiche globalizzanti del capitalismo neo-liberista – con Luciano Vasapollo, Zed Books (2006).

  • Social Movements and State Power: Argentina, Brazil, Bolivia, Ecuador – Movimenti sociali e potere dello Stato: Argentina, Brasile, Bolivia, Ecuador – con Henry Veltmeyer, Pluto Press (2005).

  • Globalization Unmasked: Imperialism in the 21st Century – Globalizzazione smascherata: imperialismo nel XXI secolo – con Henry Veltmeyer, Zed Books (2001).

  • The Dynamics of Social Change in Latin America – Le dinamiche dei cambiamenti sociali nell’America latina – con Henry Veltmeyer, Palgrave Macmillan (2000).

  • Empire or Republic: Global Power or Domestic Decay in the US – Imperialismo o Repubblica: potere globale o rovina interna negli Stati Uniti – con Morris Morley, Routledge (1994).

  • Latin America in the Time of Cholera: Electoral Politics, Market Economics, and Permanent Crisis, – America latina al tempo del colera: politiche elettorali, economia di mercato e crisi permanenti – Routledge (1992).

www.globalresearch.ca

(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

Global Research, 20 febbraio 2012

http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&;;aid=29388

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1 Commento


  • ipanema66

    Testo molto interessante da divulgare e condividere . L’analisi e le conseguenze pratiche sul lavoro salariato sono lucide e precise , i dati che fornisce esatti e inconfutabili . Manca però , o è poco considerato , il tratto fondamentale e immanente al modo di produzione capitalistico che ne presiede la sua dinamica, e cioè la caduta tendenziale del saggio di profitto provocata dalla sovrapproduzione. Il capitale, di fronte a questa irrazionale legge sua propria ,non fa altro che riversare in modo massiccio la sua volontà di valorizzazione sul versante finanziario che le è intrinsecamente connaturato .Tutto ciò scatena nei suoi spiriti animali la devastazione sociale che stiamo vivendo!

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