Menu

Il Governo Monti: partiti, sindacati, movimenti

574 visualizzazioni


Che l’Italia stia vivendo una fase sociale e politica drammatica, per effetto della crisi finanziaria ed economica, è davanti agli occhi di tutti noi; che essa sia tutt’una con la crisi dell’Unione Europea è dovuta anche agli squilibri economici, finanziari e istituzionali provocati dall’integrazione monetaria: in parallelo all’introduzione della moneta unica non sono stati istituiti un ‘Tesoro’ e un bilancio comuni. Infatti, oggi, è in corso di costruzione un ‘patto fiscale’ per consegnare le decisioni delle politiche di bilancio dei singoli paesi nelle mani degli organismi dell’Unione – Consiglio europeo, Commissione, Euro-Vertice, BCE. Per raggiungere questo obiettivo, nel 2011, l’UE ha ristrutturato i processi decisionali mentre la BCE ha continuato ad erogare crediti per salvare le banche e l’insieme del sistema finanziario. Il debito pubblico è esploso, il suo abbattimento è divenuto una ‘necessità’, e le politiche di austerità sono assurte a ‘leggi naturali’− esse sono, invece, scelte consapevolmente assunte affinché siano le classi popolari a pagare i prezzi della crisi.

In ogni crisi il capitalismo ridisegna le sue istituzioni, e ciò è avvenuto nell’UE con il Patto Euro Plus, con il Six Pack e ora con il Treaty on Stability, Coordination and Governance in the Economic and Monetary Union in via di definizione tra 26 paesi come deciso nel Consiglio Europeo del 9 dicembre 2011. Con essi si vanno concentrando le competenze sui bilanci pubblici negli organismi intergovernativi e tecnocratici di Bruxelles: la democrazia rappresentativa è svuotata attraverso un sempre più accentuato trasferimento di poteri verso le istituzioni dell’UE, dove i governi nazionali e la BCE sono i veri ‘decisori’.

L’Italia si è adeguata a queste tendenze con la costituzione del Governo Monti. L’anomalia del berlusconismo è stata sanata con interventi concentrici dell’UE, della Confindustria e della Chiesa che hanno prima logorato e poi eliminato Berlusconi dal governo. La regia politico-istituzionale è stata e rimane salda nelle mani del Presidente della Repubblica Napolitano. Il Governo Monti non è un governo ‘tecnico’, o del Presidente: voluto dall’UE, è un Governo che rappresenta direttamente la borghesia industriale italiana e le banche, soprattutto nelle loro componenti legate al mercato globale, e che gode del consenso dalla gerarchia cattolica. Il presidente Napolitano è una sorta di Lord Protettore che ha coagulato, sotto la pressione dei mercati finanziari, una vasta maggioranza trasversale in Parlamento intorno a un programma di risanamento del debito pubblico, di liberalizzazioni e privatizzazioni. Il debito pubblico è lo strumento di pressione sull’intera società perché questa si adegui, nei processi produttivi così come negli assetti istituzionali, agli imperativi della competitività dettati dal mercato globale. L’impianto politico-economico, sulla scia delle lettere dell’UE, è stato fornito dalla Banca d’Italia (BdI), che, nel suo Rapporto sulla stabilità finanziaria (novembre 2011), ha sostenuto l’urgenza di ‘misure volte a innalzare il potenziale di crescita, strettamente collegate con la stabilità finanziaria’, al fine di ridurre ‘il rischio sovrano’. Per questo, scrive la BdI ‘vanno attuati con rapidità’ gli impegni assunti in sede europea in modo da ‘riconquistare la fiducia degli investitori […], ridurre in maniera permanente il rischio sovrano’, e ‘preservare la stabilità del sistema finanziario’ con il risanamento delle finanze pubbliche. E Ignazio Visco ha ribadito, nella sua breve quanto secca premessa al Rapporto, che l’impegno ‘assunto in sede europea a ridurre il debito pubblico e avviare un ampio programma di riforme strutturali va onorato, con rapidità e coerenza’. Il programma del Governo Monti è stato scritto dall’UE e legittimato dalla Banca d’Italia: al Presidente del Consiglio non è rimasto che presentarlo alle Camere il 17 -18 novembre del 2011.

Il Presidente Napolitano ha avvertito la profondità della svolta istituzionale, avvenuta per e nello stato di necessità creato dai mercati finanziari ed evolutasi fino a porre il Parlamento in un vero e proprio ‘stato di costrizione’. Volendo ridimensionarla e ricondurla nell’ambito delle consuetudini e convenzioni costituzionali, in un discorso del 20 dicembre 2011 ha, egli stesso, rilevato che «è del tutto evidente che la soluzione della crisi apertasi con le dimissioni dell’on. Berlusconi non si è collocata entro i binari di un ordinario succedersi alla guida del paese di schieramenti che abbiano ottenuto la maggioranza nelle elezioni. Ma nessuna forzatura, né tantomeno alcuno strappo si è compiuto rispetto al nostro ordinamento costituzionale. Solo con grave leggerezza si può parlare di sospensione della democrazia, in un paese in cui nulla è stato scalfito: né delle libere scelte delle forze politiche, né delle autonome determinazioni del Parlamento e delle altre assemblee rappresentative, né delle prerogative degli organi di garanzia, né delle possibilità di espressione delle proprie istanze, e di manifestazione del proprio dissenso, anche da parte delle forze sociali.
E non mi risulta che si sia gridato allo scandalo per una presunta sospensione della democrazia in un altro grande paese europeo governato di norma secondo la prassi dell’alternanza tra diverse coalizioni politiche, la Germania, quando ancora in anni recenti essa è stata guidata per un’intera legislatura da una ‘grande coalizione’. Né mi risulta che si sia gridato al tradimento della volontà popolare in un egualmente grande paese, la Gran Bretagna, considerata un modello di rigido bi-partitismo, quando il partito che ha ottenuto alle elezioni la maggioranza relativa in Parlamento ma non, sia pure per poco, quella assoluta, si è impegnato − per evitare un improvvido ritorno alle urne − in un’inedita e non preannunciata alleanza con un altro partito già suo concorrente»
1.

Non è certo in discussione il potere costituzionale del Presidente della Repubblica di nominare il Presidente del Consiglio dei ministri, conferendogli l’incarico di formare il Governo; lo snodo fondamentale rimane la formazione di una maggioranza parlamentare la cui esistenza si manifesta con la presentazione del Governo alle Camere per ‘ottenerne la fiducia’ (secondo quanto prescrive l’articolo 94 della Costituzione) 2. Nella democrazia parlamentare è condizione necessaria e sufficiente l’esistenza di una maggioranza in Parlamento, al limite anche diversa da quella uscita dalle elezioni, perché il governo sia democraticamente legittimato, dato che la nostra Costituzione non prevede l’elezione diretta del Presidente del Consiglio e dunque il Parlamento, senza vincolo di mandato elettorale, è libero nel concedere la fiducia. Né, infine, è in discussione la possibilità di costruire ‘grandi coalizioni’ se i gruppi parlamentari, e i partiti, decidono di farlo. Questo è però il punto: né i partiti né i gruppi parlamentari hanno stretto un’alleanza intorno a un programma politico. Essi non hanno determinato né programma né indirizzo politico del Governo. Per dovere di cronaca va ricordato che il programma politico è stato dettato dall’UE, dalla BCE e dalla BdI, dunque al di fuori dei partiti e dei gruppi parlamentari. Basta pensare alla lettera del 5 agosto di Trichet e Draghi, a quella del Commissario Rehn con i suoi 39 punti 3, e prima alle Raccomandazioni all’Italia del Consiglio dell’UE del luglio 2011, tutte redatte sulla base delle impellenti richieste dei mercati finanziari. Su questo programma non deciso nelle trattative tra i partiti o tra i gruppi parlamentari (che non si sono neppure mai incontrati!), sotto l’incalzare dell’andamento negativo delle quotazioni dei titoli del debito pubblico, si è forgiata intorno al Governo Monti la maggioranza in Parlamento.

Si è creato in Italia un continuum tra poteri del Presidente della Repubblica e quelli del Governo, che si rispecchia nell’attivismo del Presidente Napolitano, divenuto ‘reggitore dello Stato’ (l’espressione è di Carlo Esposito). Da ciò è scaturita una mutazione (contingente?) del ruolo delle Camere, che rimangono sì ‘il centro dell’attività’ del Governo, ma solo nel senso che si governa ‘attraverso di esse e con esse’, senza che ciò significhi ‘governo della maggioranza’, avendosi solo un ‘governo attraverso la maggioranza’. Ho descritto, usando concetti di un vecchio studio di M. J. C. Vile, la vicenda del Governo Monti, il cui ‘significato costituente’ risalta già dal fatto di aver trasformato le Camere in un managed parliament 4.

La necessità di controllare, di ‘maneggiare’, il parlamento si è presentato ogniqualvolta le classi dominanti hanno avvertito un conflitto tra i loro interessi presentati come ‘generali’ e ‘di lungo periodo’, e quelli del popolo, aggettivati come ‘parziali’ e ‘di breve periodo’. L’argomentazione mira a evidenziare che i parlamentari, e i partiti con loro, sottostanno alle richieste di breve periodo dei cittadini, perché hanno all’orizzonte le scadenze elettorali, e dunque non vedono in lontananza né sono in grado di scorgere i pericoli futuri delle scelte del presente. Si afferma, anzi, che quel conflitto sia divenuto il maggiore problema della politica nel nostro tempo, conflitto che le classi dominanti vanno risolvendo affidando i governi nelle mani di ‘esperti’, e più in generale in quelle delle tecnocrazie sovranazionali (come avviene nell’UE). Solo la tecnocrazia, legata al ‘mondo degli affari’, sarebbe oggi capace di compiere scelte di lungo periodo, come nel caso del debito pubblico. I partiti sono interessati ad accumularlo, mentre un governo di tecnici, consapevole dei suoi rischi e non coinvolto nella conquista del consenso elettorale, può perseguire una politica di rigore che chiede sacrifici a ‘tutti i gruppi sociali’, soprattutto a quelli più disagiati.

La vicenda della democrazia parlamentare italiana segue il tracciato segnato dall’UE verso l’out-put democracy : non conta il consenso, bensì i risultati. Da chi valutati? Dai mercati. Una svolta verso un potere tecnocratico legato alle, e motivato dalle, ragioni del mercato globalizzato.

 

2.

I sindacati storici, quelli ‘maggiormente rappresentativi’, sono rimasti spiazzati dal Governo Monti dato che questo non segue il rituale della concertazione, pur mirando a neutralizzare la loro forza. Ora tutti devono obbedire ai mercati, anche i sindacati. Se nel rapporto con le forze sindacali si persegue una strategia di ‘consenso imposto dall’alto’ − si prendano le misure sulle pensioni, demolite con il d.l. 201/2011, senza neppure discuterle con i sindacati −, è ben più rilevante un altro aspetto delle politiche del Governo Monti, quelle tese a incidere nelle relazioni tra e nelle classi sociali. Asse portante di questa strategia è la divisione tra insiders e outsiders, tra genitori e figli, che dovrebbe sostituire quella verticale tra padroni e lavoratori. Da anni si è costruita la retorica di due conflitti, del doppio ‘dualismo’: quello intergenerazionale − si accumula debito che dovrà essere saldato dalle generazioni future per pagare servizi sociali e pensioni alle generazioni presenti (genitori e nonni) −, e quello tra lavoratori garantiti e non garantiti, i primi con contratto a tempo indeterminato i cui ‘privilegi’ graverebbero sui giovani che lavorano saltuariamente con contratti precari (in Italia ne sono stati contati circa 46 tipi). Chi utilizza i servizi di welfare, fondamentalmente legati al lavoro (si è parlato per questo di welfare lavoristico), è un ‘privilegiato’ e usa risorse sociali a scapito di chi è fuori dal sistema – donne, giovani, inoccupati e disoccupati di lungo periodo. Il dualismo tra protetti e non protetti, degli insiders e degli outsiders, accomuna la retorica di tutto il panorama politico-culturale − da Pietro Ichino a Giuliano Cazzola, dal PD al PdL. Esso è la traduzione italiana delle proposte dell’UE sull’occupabilità e adattabilità della forza-lavoro. Con esse si è indotto uno spostamento di ottica: si mira a predisporre garanzie al lavoratore sul mercato, e non più sul lavoro. Tutti sono sul mercato perché tutti scambiano in quanto proprietari di merci, al limite della merce forza-lavoro, ed è qui che vanno utilizzati incentivi e ammortizzatori sociali. Questo ha trasformato il welfare in workfare. Il lavoro deve divenire flessibile: è l’inno alla precarietà in nome dell’adattamento ai mutamenti tecnologici e di una distorta ‘equità sociale’. Questa è la retorica; la realtà è che, sotto la sferza della competitività sul mercato globale, il costo del lavoro diviene la variabile su cui esercitare la massima compressione, imposta con le strategie di delocalizzazione e decentramento produttivi. Il modello della flexisecurity è solo flessibilità del lavoro e insicurezza generalizzata. Dalla Strategia europea per l’occupazione (1997) fino al Rapporto Kok (2004) 5, è venuta la spinta all’Italia per una serie di interventi volti a precarizzare il lavoro: dal pacchetto Treu alle riforme di Maroni, alle misure di Damiano, fino ai velenosi provvedimenti dell’era Sacconi − collegato lavoro della legge 183/2010 e articolo 8 del dl. 138/2011. Questa è la base per l’ultimo assalto di Elsa Fornero che, dopo aver demolito con il d.l. 201/2011 il sistema previdenziale, mira al cuore del diritto del lavoro con la cancellazione delle ultime garanzie offerte dallo Statuto dei lavoratori.

La precarizzazione del lavoro attraverso i contratti atipici è stata accompagnata dallo smantellamento della contrattazione collettiva e dalla trasformazione del sindacato in agenzia di servizi (la bilateralità). Obiettivo, nel colpire i segmenti cd forti del lavoro dipendente, è di decentrare la contrattazione per esaltare il contratto aziendale, che può ora introdurre norme in deroga al contratto nazionale e alle stesse leggi. Obiettivo raggiunto con l’accordo interconfederale del 28 giugno 2011 e con l’articolo 8 del decreto legge n. 138/2011.

Se letta in parallelo agli interventi contro il lavoro, la vicenda degli insiders e degli outsiders si rivela per quello che è: pura propaganda, dato che con la precarizzazione procede la generale insicurezza del lavoro, del salario e della pensione. La distruzione della contrattazione collettiva comporta quella della rappresentanza sindacale, che viene arbitrariamente determinata dal datore di lavoro utilizzando l’art. 19 dello Statuto.

Un saggio di questa retorica è offerto dall’articolo di Andrea Ichino ed Enrico Moretti che generalizzano le categorie di insiders e outsiders fino a comprendervi quelle di consumatori e produttori: «Fino ad oggi – scrivono a partire dall’affermazione che oggi saremmo tutti sia produttori sia consumatori degli stessi beni – l’italiano medio non ha colto che se la protezione di cui gode sul posto di lavoro danneggia il consumo di altri, le protezioni date agli altri sul loro posto di lavoro danneggiano il suo consumo. E quindi preferisce un contratto sociale nel quale nessuno corre il rischio di perdere il lavoro ingiustamente, proprio perché non si rende conto che la torta da dividere è più piccola» Per questo ‘tirare avanti con una torta più piccola’ pur di dare assicurazioni a tutti, per es. con l’articolo 18 contro gli ingiusti licenziamenti, ha ‘dei costi alti specialmente per i giovani e i più deboli’ (Il Sole 24 Ore, 27 dicembre 2011, p. 18). Con simili argomenti, esposti anche da Monti nei discorsi in occasione della fiducia alle Camere, Elsa Fornero si propone di ‘includere gli esclusi’ a patto di non tutelare più gli ‘iperprotetti’ (Corriere della Sera, 18 dicembre 2011, p. 2). Le soluzioni possibili, avanzate da esponenti del PD, sono quelle del cd contratto unico, oppure del ‘contratto prevalente’, al cui centro c’è la soppressione dell’articolo 18 dello Statuto per i nuovi assunti per i primi tre anni per poi gradualmente far crescere le tutele con il passare degli anni: i diritti del lavoro sottostanno alle esigenze delle imprese di licenziare quando e come vogliono, dato che saranno sempre le imprese a decidere se superare il limite dei tre anni. Un capovolgimento del diritto del lavoro, chiamato oggi a tutelare gli ‘interessi forti’, quelli dei padroni. Le proposte del PdL vanno dal contratto di inserimento, con la generalizzazione dell’apprendistato (ben visto anche da CGIL-CISL-UIL), fino alla soppressione secca dell’articolo 18. Comunque all’orizzonte sempre e solo precarizzazione del lavoro e abbattimento dei diritti di tutti.

L’altro campo di intervento governativo è la riforma degli ammortizzatori sociali, fino a far balenare l’introduzione di un reddito minimo. Reddito minimo per chi? A quali condizioni? Come si vede il Governo giunge ad agitare temi che riflettono istanze sociali – superare le forme di lavoro precario, garantire reddito a chi è senza lavoro – prospettando, però, soluzioni che aumentino flessibilità del lavoro, in entrata e in uscita, e riorganizzino semplicemente gli ammortizzatori sociali oggi frammentati in una pluralità di interventi.

 

3.

Il Governo Monti mira a dividere il mondo dei lavori, e a indebolire le possibili risposte operaie e popolari. Rispetto al Governo Berlusconi, e alle politiche vendicative del ministro Sacconi, Monti decide gli interventi di politica sociale a prescindere dalla pratica della concertazione. Da qui l’irritazione della CISL e della UIL, che con Sacconi erano abituate a co-decidere le politiche di deregolazione in cambio di privilegi nella gestione dei servizi e nelle cd politiche attive del lavoro. Si giudicano, da parte del Governo, i sindacati con lo stesso metro utilizzato per i partiti − organizzazioni di interessi di parte, con obiettivi di breve periodo di contro al ‘Governo dei professori’ che avrebbe una visione non affetta da miopia. Il Governo si propone come il lungimirante portatore dell’interesse generale. Per denunciare questa presunzione, il Comitato No Debito ha, in un suo appello, ricordato il vecchio brocardo medievale secondo cui ‘ciò che tocca tutti, da tutti deve essere deciso’, che viene capovolto nel suo opposto: ‘ciò che riguarda tutti, viene deciso da pochi’. Dopo la rivoluzione passiva dell’era Berlusconi, ora siamo dinnanzi al sovvertimento dall’alto della società portato avanti dal Governo Monti. Un sovvertimento della società, non solo una trasformazione autoritaria delle istituzioni. Questo è ciò che devono fronteggiare i movimenti, e i sindacati.

Debito pubblico e politiche di austerità, reddito minimo garantito per tutti, lavoro e beni comuni, contrattazione collettiva e democrazia sindacale sono le questioni al centro dei conflitti sociali.

In base all’esperienza di paesi come l’Argentina e soprattutto l’Ecuador, si è diffusa, grazie ai movimenti degli indignados e di Occupy Wall Street, l’idea che si può e si deve rifiutare di pagare il debito, in base alla consapevolezza che esso non è si accumulato a causa delle spese sociali e del welfare, ma dell’intreccio tra Stati, banche e grandi investitori istituzionali. Intreccio che si è ulteriormente stretto durante l’attuale crisi, iniziata nel 2007. La conferma di questo intreccio è chiaramente desumibile dai diagrammi e dalle tabelle, elaborate dalla Banca d’Italia ove si legge che a detenere la ricchezza soprattutto finanziaria sono gruppi ristretti al vertice della gerarchia sociale, ed è ben sintetizzata nel Rapporto sulla stabilità finanziaria là dove la Banca d’Italia sostiene che: «Nei mesi a cavallo tra il 2008 e il 2009 le autorità europee intervennero con successo per ricapitalizzare le banche e per garantirne la raccolta. Nell’attuale contesto i margini per interventi da parte del settore pubblico sono limitati: le difficoltà delle banche sono strettamente connesse con quelle degli emittenti sovrani. Le misure decise in ottobre dal Consiglio europeo affrontano allo stesso tempo i due problemi attraverso il rafforzamento della capacità di azione dello European Financial Stability Facility (EFSF), l’adozione di un nuovo programma di sostegno alla Grecia, la predisposizione di un piano di ricapitalizzazione dei maggiori intermediari e la concessione di garanzie alle emissioni di obbligazioni bancarie».

Il debito pubblico è un affare tra Stati, banche e grandi investitori, per questo l’obiettivo di non pagare il debito non è uno slogan, e ben può collegarsi a mio avviso alla richiesta di un audit popolare per esaminare dinamica e composizione del debito pubblico, e per far venire alla luce i suoi detentori. Il Comitato No debito ha, fin dal suo primo appello del luglio 2011, indicato nell’UE e nella BCE, in stretto rapporto con i mercati finanziari, le nuove élites dirigenti, il vero governo dei paesi europei. Non più i partiti e i Parlamenti sono il centro della direzione politica, al loro posto ci sono la tecnocrazia europea e le banche. In Grecia e in Italia questo ruolo è anche fisicamente incarnato negli esponenti di governo.

Questo del debito pubblico è un terreno di mobilitazione imprescindibile se si vuole spezzare il cappio stretto intorno ai popoli e alle stesse istituzioni rappresentative. La lotta contro il ‘consolidamento fiscale’, come pudicamente vengono chiamati i tagli a salari pensioni e servizi sociali, è la premessa per far decollare la lotta sulle ‘poste di bilancio’. Non è la rivoluzione sociale, ma la necessaria mobilitazione per respingere l’attacco che le classi borghesi, finanziarie e industriali, stanno conducendo contro i popoli.

In questa ottica acquista rilievo l’obiettivo del reddito minimo garantito che da anni le reti dei precari, delle associazioni contro la povertà, di BIN Europa portano avanti. Occorre superare la visuale di chi scorge nel reddito minimo garantito l’esaltazione dell’ozio e del rifiuto del lavoro; esso è la risposta commisurata alle attuali condizioni del mercato del lavoro che vede le nuove assunzioni avvenire solo attraverso forme contrattuali precarie e il diffondersi dell’instabilità con il passaggio continuo da un posto all’altro. Si abbia ben in mente il tratto saliente delle politiche del lavoro: le ‘garanzie’ non devono essere fruite ‘sul lavoro’, ma devono essere date al lavoratore ‘sul mercato’. Sul mercato si confrontano, questa la realtà del capitalismo nell’era della globalizzazione, direttamente venditore e compratore di forza-lavoro secondo le regole del libero scambio senza l’intervento delle organizzazioni collettive, se non di quelle che accettano di mediare sul mercato questo ‘scambio ineguale’. La contrattazione collettiva è minata alla radice, e per ridarle una nuova prospettiva occorre attraverso un reddito minimo garantito dare forza ai lavoratori minacciati permanentemente di licenziamento, così come ai disoccupati, agli inoccupati e ai precari. Esso li può sottrarre al ricatto dell’accettazione di un lavoro qualsiasi, a un salario sempre più basso.

Il reddito minimo garantito – lo hanno ben scritto Sandro Gobetti e Riccardo Faranda 6 – è un sostegno alla ricerca di un lavoro dignitoso, non la fuga da esso, e può sorreggere la stessa contrattazione collettiva non più indebolita dal ricatto della miseria. Non a caso sindacati, come la FIOM e l’USB, hanno nelle loro strategie contrattuali assunto il reddito minimo garantito per dare rinnovato vigore alla contrattazione potendo così fungere, si spera, da catalizzatori delle lotte disperse del precariato. Peraltro, la rivendicazione di un reddito minimo garantito si apre all’orizzonte europeo attraverso la proposta di un’iniziativa europea dei cittadini lanciata da un arco di forze nelle assemblee di Genova 2011.

La lotta per contrastare la redistribuzione del reddito ‘verso l’alto’ 7, che continua ormai da anni, si affianca a quella contro le privatizzazioni e la liberalizzazione dei servizi pubblici, che stanno conoscendo con il Governo Monti un’accelerazione. Epicentro delle mobilitazioni sui beni comuni rimane il Forum italiano dei movimenti per l’acqua che ha intrapreso una campagna di ‘obbedienza civile’ per fare rispettare gli esiti del referendum di giugno, con cui si è difesa la possibilità di gestioni pubbliche e l’abolizione del profitto garantito del 7% alle imprese od enti gestori. Il governo prova ad aggirare la vittoria referendaria, che riguarda anche i trasporti i rifiuti e il nucleare, con incentivi agli enti locali, strangolati nei finanziamenti, perché vendano le loro quote nelle società di gestione per raggiungere di fatto la privatizzazione dei servizi.

Questa dell’acqua è la vicenda più esemplare della lotta per i beni comuni, che apre l’orizzonte verso una diversa gestione delle risorse naturali, ed economiche in generale, alternativa a quella capitalistica. Anche in questo caso, grazie alle reti per l’acqua pubblica sviluppatesi su scala continentale (da Siviglia a Parigi e Berlino), si va affermando una dimensione europea della mobilitazione: a Napoli, dove il Comune ha costituito l’azienda speciale ABC per gestire con mano pubblica e in forme democratiche l’acqua, è nata la Rete europea per l’acqua bene comune che si propone di rafforzare lotte e legami transnazionali per opporsi alla sua privatizzazione e alla sua gestione mercantile. I sindacati europei della funzione pubblica (EPSU), e lo IERPE (un istituto di ricerca presieduto da R. Petrella), in stretta collaborazione con la nuova Rete si propongono di attivare l’iniziativa dei cittadini europea per affermare che ‘l’acqua non è una merce’, con l’obiettivo di modificare radicalmente i principi dell’UE, sanciti nella direttiva n. 60 del 2000.

Con la lettera del 13 dicembre 2011 − inviata dalla Federmeccanica alla FIOM, si comunica che « la Vostra organizzazione, non essendo firmataria del Ccnl 15 ottobre 2009 che scadrà il 31 dicembre 2012, non avrà titolo ai diritti derivanti dal Ccnl ed a quelli che comunque richiedono la condizione di parte del Ccnl» − giunge a una drammatica svolta la vicenda dei rapporti contrattuali nel nostro paese. L’articolo 19 dello Statuto è usato, come già avvenuto con Marchionne nella vertenza FIAT, da grimaldello per demolire il sistema contrattuale e le strutture della rappresentanza sindacale. Il legame tra contratto e rappresentanza è rovesciato per costruire a livello nazionale e territoriale un sindacalismo giallo, volendo i padroni scegliersi la propria controparte. La questione della democrazia sindacale riguarda la qualità della vita democratica in generale, e, la sua demolizione va in parallelo con lo scadere della qualità della rappresentanza politica. Ripensare e costruire la ‘democrazia politica’ e ‘la democrazia sociale’ sono compiti che riguardano tutti. La sacrosanta critica, che giunge fino al disprezzo verso partiti e sindacati − ‘Voi non ci rappresentate’, ‘noi ci rappresentiamo’− proveniente dai movimenti delle acampados, non sfugge al problema di costruire forme democratiche di rappresentanza che si propongano di rompere ‘la ferrea legge dell’oligarchia’ e, al contempo, sappiano inventare nuove forme di organizzazione dotate di capacità e forza nella contrattazione sindacale e nell’apertura, sui fondamenti dei movimenti sociali, di modi alternativi della produzione sociale e della partecipazione democratica.

 

Franco Russo

 

NOTE

1. Discorso del 20 dicembre 2011; in un successivo intervento del 21 dicembre, il Presidente Napolitano ha rilevato che il «nuovo governo, nato fuori dei binari tradizionali dell’alternarsi di diverse coalizioni politiche alla guida del Paese, è caratterizzato da una presenza di personalità politicamente indipendenti che hanno accettato di mettere le loro esperienze e competenze al servizio del Paese al di fuori di qualsiasi calcolo particolare e partitico», v. www.quirinale.it ;

2. Sul ruolo essenziale, e incomprimibile, della maggioranza politica come perno del governo parlamentare ha scritto, con lucidità e in modo chiaro, Lorenza Carlassare in Conversazioni sulla Costituzione, Verona 2011, pp. 47-49, 133-34, 143-45; sulle ‘ambiguità ontologiche’ del ruolo del Presidente della Repubblica, si legga Gaetano Azzariti, Appunti per le lezioni, Torino 2010, pp. 92, 105, 111, 129-34;

3. v. Alternative per il socialismo, n. 19;

4. M. J. C. Vile, Constitutionalism and the Separation of Powers, Oxford 1967, pp. 203-04;

5. Si veda sulle politiche dell’occupazione il saggio di Massimo Roccella in Annuario del diritto del Lavoro, n. 41, Milano 2007;

6. v. www.bin-italia.org;

7. Si consulti l’ultimo rapporto su La ricchezza delle famiglie italiane 2010, Supplemento al Bollettino statistico della Banca d’Italia, anno XXI, n. 64 del 14 dicembre 2011; Istat, Annuario statistico italiano, 2011; e Rapporto 2011 su povertà ed esclusione sociale in Italia, a cura della Caritas Italiana e della Fondazione E. Zancan.


Il presente articolo, arricchito da grafici e tabelle, uscirà su Alternative per il Socialismo nr.20

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *