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Democrazia e capitalismo. Un legame solo presunto

Il più ripetuto luogo comune della propaganda liberista recita: “solo con il libero mercato può esistere democrazia”. E questo nonostante migliaia di “prove empiriche” smentiscano l’afermazione. Golpe militari, giunte fasciste, regimi dittatoriali, compressione dei diritti interni ai paesi sviluppati, legi modificate secondo gli interessi del capitale, prepotenze continue, ecc.

Ma lo slogan rimane anche oggi, quando – in Europa – si procede a tappe forzate verso una “unione” svincolata programmaticamente da qualsiasi consenso sociale. Anzi, svuotando le istituzioni rappresentative e “democratiche” di ogni potere di scelta. Persino il “Parlamento Europeo” è tale solo di nome. Nessun parlamentare, infatti, può presentare un disegno di legge, né alcun gruppo. Insmma: il “potere legislativo” non gli appartiene.

Ma è la Cina, in questo notevole editoriale di Guido Rossi, aparso su IlSole24Ore di domencia 17 novembre, ad aver dimostrato che i due termini – democrazia e capitalismo – non stanno insieme, non si presuppongono a vicenda. Lo ha fatto con il cuo ultimo Plenum del Conitato Centrale, conclusosi con un rafforzamento del ruolo del “mercato”, ovvero dell’iniziativa privata (definita pudicamente “non pubblica”) e un contemporaneo rafforzamento del ruolo difìrigente del Partito.

I media occidentali hanno enfatizzato solo la prima parte dello schema decisionale. Qualche raro commentatore di sinistra estrema ha fatto l’esatto contrario, nello sforzo di dimostrare che – se resta centrale il ruolo dirigente del Partito – allora non si dà capitalismo.

Senza vole qui approfondire, anzie per aprire la discussione, secondo noi il “socialismo” e a maggior ragione il comunismo sono dei modi di produzione che hanno superato il capitalismo. Non ci basta proprio che ci sia un Partito Comunista  a guidare i processi perché si possa parlare di “socialismo”.

Ma la “scoperta” di Guido Rossi è illuminante anche dal punto di vista dei paesi occidentali. E’ qui, che nella crisi più devastante dela sua storia, il modo di produzione capitalistico sta abbandonando le forme istituzionali “democratiche”. Per ora nei fatti, giorno dopo giorno. Ma da alcuni accenni e studi e  proposte, anche sul piano ideologico.

Tempi non allegri, diciamo.

 

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La cura cinese per l’economia globalizzata

 

di Guido Rossi


Dopo quattro giorni di conclave a porte chiuse, il Partito comunista cinese ha finalmente rilasciato un Comunicato, giudicato vago ed ambiguo, al quale è seguito un ben più preciso Documento di sessanta direttive che non lasciano spazio ad ambiguità alcuna.

 

Il terzo plenum del diciottesimo Comitato centrale è stato immediatamente giudicato dalla stessa stampa cinese come un «nuovo punto storico di partenza», almeno altrettanto importante quanto quello famosissimo che portò Deng Xiaoping al potere nel 1978 e che cambiò la storia della Cina. Esso fu poi seguito dall’altro plenum del 1993, nel quale il Partito comunista cinese abbracciò il concetto di “economia socialista di mercato”, abrogando il sistema della pianificazione economica. Furono quelli gli anni durante i quali si rinnegò definitivamente “l’armoniosa civiltà” confuciana che considerava il diritto scritto statale uno strumento inadeguato e comunque inutile di controllo sociale, promulgando una serie impressionante di leggi economiche sui marchi, brevetti, concorrenza sleale, diritto tributario e bancario, società, lavoro, titoli di credito, contratti con l’estero. All’ormai superato modello socialista sovietico si sostituiva la presenza di un’attività negoziale sottoposta in ogni caso alla direzione dello Stato.
Da allora, la Cina è diventata una grande potenza e con incredibile rapidità è divenuta la seconda economia mondiale, con significativi interessi in ciascuna parte del mondo e la presenza nelle maggiori organizzazioni internazionali, tanto da creare, anche nei più accorti commentatori americani (come Foreign Affairs), il timore che essa possa sottrarre agli Stati Uniti la funzione di egemonia globale.

 

Quel che maggiormente ha impressionato, in questi più di trent’anni passati, è stato che l’assimilazione di quelle branche del diritto occidentale non abbiano per nulla toccato lo Stato comunista, ma abbiano facilitato quello che sembrava l’ossimoro di rendere il comunismo fautore di un’economia di mercato. La riduzione delle imprese possedute dallo Stato e il ruolo non pubblico (che con eleganza sostituisce la parola “privato”) sempre più rilevante dell’economia, hanno creato l’incredibile e inaspettato fenomeno di un’apparentemente assurda combinazione della più efficiente ed aggressiva economia capitalista, guidata dal più grande Partito comunista che sia mai esistito.
E la Cina, già a partire dalla direzione di Deng Xiaoping, ha raggiunto graduali miglioramenti in vari campi, come in quello della salute, della speranza di vita e dei livelli di educazione, sia pure ancora con diseguaglianze, che nulla hanno da invidiare a quelle del capitalismo occidentale, ma che pure hanno creato una nuova classe media di milioni di cinesi, che accettano sempre più tranquillamente il sistema politico comunista e l’economia capitalista.

 

Il Documento uscito dal terzo plenum del Partito sottolinea il “ruolo decisivo” del mercato nello sviluppo dell’economia cinese e presenta alcune caratteristiche che sicuramente avranno una portata storica per la Cina, ma probabilmente anche per il resto del mondo. Alcune riforme previste sono dirette a un aumento della domanda interna, invertendo l’attuale quasi esclusiva vocazione all’esportazione. A queste si aggiungono l’aumento della percentuale dei profitti delle società di Stato da passare al Tesoro, che giungerà al 30% nel 2020, rispetto agli odierni 5 e 15%, l’aumento dei diritti dei lavoratori delle campagne, la fine della politica del figlio unico e soprattutto la chiusura dei campi di lavoro forzato, con apertura a un più flessibile sistema bancario, anche non pubblico.
Non sarà male notare che, contrariamente a quello che è avvenuto in tutti i capitalismi occidentali, il capitalismo comunista cinese è l’unico a non essere stato scosso in modo profondo dalla crisi economica del capitalismo finanziario. Ciò spiega anche probabilmente lo scarso rilievo che nel Documento programmatico è stato dato al sistema monetario internazionale, abbandonando, almeno per ora, le importanti dichiarazioni dell’aprile del 2009 al G20 di Londra, del Governatore della Banca centrale cinese Zhou Xiaochuan, sull’opportunità di sostituire il dollaro con una nuova moneta internazionale di riserva, per assicurare la stabilità finanziaria globale e facilitare la crescita dell’economia mondiale.

 

Il ruolo decisivo del mercato, l’evidente mimetismo giuridico occidentale a livello di regolamentazione dell’economia, verso la prevalenza della disciplina del contratto rispetto a quella delle norme imperative, tanto sovente sottolineata, anche come una delle maggiori cause della crisi finanziaria e della attuale deflazione economica, paiono aprire anche in Cina alle forme più esaltate del capitalismo liberistico occidentale.
Così non è.
In effetti la parte di eguale rilevanza del Documento programmatico, oltre quella della riforma economica, è una decisa ristrutturazione amministrativa del potere statale del Partito comunista. Il plenum ha infatti costituito un “Comitato di sicurezza dello Stato” che, a detta anche degli esperti cinesi, ha preso ad imitazione il National Security Council, che consiglia il presidente degli Stati Uniti sulla politica estera e coordina tutte le agenzie governative. Questa nuova istituzione burocratica include rappresentanti dell’esercito e della polizia, nonché ministri per gli affari economici ed esteri. Insieme a questo verrà creato un “piccolo gruppo dirigente” per condurre a termine le riforme economiche, allo scopo di arrivare ai decisivi risultati del 2020 promessi dal presiente Xi Jinping.

 

Insomma, questi due nuovi organismi del potere amministrativo del Partito Comunista sotto la nuova guida, rinforzano definitivamente quel formidabile Leviatano burocratico che ha creato la grande potenza cinese e che pare ora ispirato ad attuare il teorema di Pareto, realizzabile, come è noto, esclusivamente in un’economia controllata, come ha dimostrato Guido Calabresi. In tutto questo, sembra esservi una assoluta contraddizione, o quanto meno un incalcolabile conflitto, fra Partito comunista e regime di mercato, anche per il mito rivendicato come prioritario, del mercato come sintomo di democrazia, per nascondere meno prioritari ma più consistenti interessi.
La verità è che questa falsità storica oggi il Partito comunista cinese l’ha definitivamente denunciata. Le contraddizioni e i conflitti del mercato, nonché della sua disciplina, in continuo cambiamento, possono creare incredibili diseguaglianze, a tutti i livelli. Ma certo la loro soluzione appare oramai avere molte vie aperte. Il connubio tra mercato e democrazia, con buona pace dei tanti arroganti sacerdoti del neoliberismo, è storicamente tramontato. Quale possa essere la spinta e il futuro per la Cina e per il resto del mondo del capitalismo di mercato comunista cinese rimane incerto, ma il problema rilevante per le politiche mondiali, al di fuori del baloccarsi sui decaloghi dell’austerità o delle politiche monetarie, sta nell’affrontare i nuovi problemi che la politica, l’economia, nella nuova era della globalizzazione, impongono anche con la necessità di revisione, di stupide e arroganti credenze, al di là ed oltre la soluzione dei contingenti problemi di ciascun Paese.

 

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