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Chi ha sabotato il gasdotto South Stream

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Il governo bul­garo ha annun­ciato dome­nica scorsa di aver inter­rotto i lavori di costru­zione del South Stream, il gasdotto che dovrebbe tra­spor­tare gas russo nell’Unione euro­pea senza pas­sare per l’Ucraina. «Ho ordi­nato di fer­mare i lavori — fa sapere il pre­mier Pla­men Ore­shar­ski di un governo in crisi se non dimis­sio­na­rio -, deci­de­remo gli svi­luppi della situa­zione dopo le con­sul­ta­zioni che avremo con Bru­xel­les». La deci­sione è stata presa — manco a farlo appo­sta — il giorno prima dell’incontro tri­par­tito Russia-Ucraina-Ue sulle for­ni­ture di gas a Kiev. 
Nei giorni scorsi il pre­si­dente della Com­mis­sione euro­pea, Josè Manuel Bar­roso, aveva annun­ciato l’apertura di una pro­ce­dura Ue con­tro la Bul­ga­ria per pre­sunte irre­go­la­rità negli appalti del South Stream. 
Appena tre giorni prima, il 5 giu­gno, la dire­zione del Par­tito socia­li­sta bul­garo, che sostiene il governo Ore­shar­ski, dava per sicuro che il tratto bul­garo del gasdotto sarebbe stato costruito nono­stante la richie­sta di Bru­xel­les di fer­mare il pro­getto. «Per noi è d’importanza vitale», sot­to­li­neava il vice­pre­si­dente della com­mis­sione par­la­men­tare per l’energia, Kuiu­m­giev. E il pre­si­dente della Camera dei costrut­tori, Glos­sov, dichia­rava che «il South Stream è una boc­cata d’ossigeno per le imprese bulgare».

Che cosa è avve­nuto? Il pro­getto nasce quando, nel novem­bre 2006 (durante il governo ita­liano Prodi II), la russa Gaz­prom e l’italiana Eni fir­mano un accordo di par­te­na­riato strategico.

Nel giu­gno 2007 il mini­stro per lo svi­luppo eco­no­mico, Pier­luigi Ber­sani, firma con il mini­stro russo dell’industria e dell’energia il memo­ran­dum d’intesa per la rea­liz­za­zione del South Stream. Secondo il pro­getto, il gasdotto sarà com­po­sto da un tratto sot­to­ma­rino di 930 km attra­verso il Mar Nero (in acque ter­ri­to­riali russe, bul­gare e tur­che) e da uno su terra attra­verso Bul­ga­ria, Ser­bia, Unghe­ria, Slo­ve­nia e Ita­lia fino a Tar­vi­sio (Udine). Nel 2008–2011 ven­gono con­clusi tutti gli accordi inter­go­ver­na­tivi con i paesi attra­ver­sati dal South Stream.

Nel 2012 entrano a far parte della società per azioni che finan­zia la rea­liz­za­zione del tratto sot­to­ma­rino anche la tede­sca Win­ter­shall e la fran­cese Edf con il 15% cia­scuna, men­tre l’Eni (che ha ceduto il 30%) detiene il 20% e la Gaz­prom il 50%. La costru­zione del gasdotto ini­zia nel dicem­bre 2012, con l’obiettivo di avviare la for­ni­tura di gas entro il 2015. Nel marzo 2014 la Sai­pem (Eni) si aggiu­dica un con­tratto da 2 miliardi di euro per la costru­zione della prima linea del gasdotto sottomarino.

Nel frat­tempo, però, scop­pia la crisi ucraina e gli Stati uniti — con un lavoro all’unisono tra Casa bianca e diplo­ma­zia con­gres­suale dei Repub­bli­cani — pre­mono sugli alleati euro­pei per­ché ridu­cano le impor­ta­zioni di gas e petro­lio russo, che costi­tui­scono circa un terzo delle impor­ta­zioni ener­ge­ti­che dell’Unione europea.

Primo obiet­tivo sta­tu­ni­tense (scri­ve­vamo sul mani­fe­sto il 26 marzo) è impe­dire la rea­liz­za­zione del South Stream. A tale scopo Washing­ton eser­cita una cre­scente pres­sione sul governo bul­garo. Prima lo cri­tica per aver affi­dato la costru­zione del tratto bul­garo del gasdotto a un con­sor­zio di cui fa parte la società russa Stroy­tran­sgaz, sog­getta a san­zioni statunitensi.

Con tono di ricatto, l’ambasciatrice degli Stati uniti a Sofia, Mar­cie Ries, dichiara: «Avver­tiamo gli uomini d’affari bul­gari di evi­tare di lavo­rare con società sog­gette a san­zioni da parte degli Usa». Il momento deci­sivo è quando, dome­nica scorsa a Sofia, il sena­tore Usa John McCain, accom­pa­gnato da Chris Mur­phy e Ron John­son, incon­tra il pre­mier bul­garo tra­smet­ten­do­gli gli ordini di Washing­ton. Subito dopo Pla­men Ore­shar­ski annun­cia il blocco dei lavori del South Stream.

Una vicenda emble­ma­tica: un pro­getto di grande impor­tanza eco­no­mica per la Ue viene sabo­tato non solo da Washing­ton, ma anche da Bru­xel­les per mano dallo stesso pre­si­dente della Com­mis­sione euro­pea. Ci pia­ce­rebbe sapere che cosa ne pensa il governo Renzi, dato che l’Italia – come ha avver­tito allar­mato Paolo Sca­roni, ancora numero uno dell’Eni – per­de­rebbe con­tratti per miliardi di euro se venisse affos­sato il South Stream.

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