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Gaza: il Lupo e l’Agnello

Come nella favola di Esopo, non è importante che siano coerenti le dichiarazioni del Lupo, tanto l’Agnello è destinato, in ogni caso, ad essere sbranato (e la Palestina fagocitata da Israele). Come cerchiamo di documentare nella breve scheda in calce a questo articolo.

 Nonostante ciò, visto che demolire le bugie di guerra è la missione che ci siamo dati, in un articolo di qualche giorno fa, utilizzando il Rapporto Goldstone, abbiamo analizzato le varie “giustificazioni” “(quali, ad esempio la morte di civili che sarebbe da addebitare all’uso di “scudi umani” imposto da Hamas) date dall’Esercito israeliano durante l’Operazione “Piombo Fuso” del 2008; “giustificazioni”, più che pretestuose, assolutamente false e che, identiche, sono state riproposte in questi giorni per l’ennesimo massacro nella Striscia di Gaza.

Dopo queste, ci soffermiamoci ora su altre “giustificazioni”: quelle espresse dal governo di Tel Aviv, da opinionisti e da sedicenti “rappresentanti della Comunità Ebraica”. Tutte imperniate sulla “minaccia all’esistenza stessa degli Ebrei” che sarebbe rappresentata da Hamas e, più in generale, dai Palestinesi. Una cantilena che va avanti da decenni e che è stata rinvigorita dal rapimento e uccisione di tre giovani coloni israeliani: Eyal Yifrach, Gilad Shàer e Naftali Frankel.

Come è noto, questo crimine (nonostante la pronta dichiarazione di Hamas che smentiva ogni sua paternità) ha determinato in Israele – oltre ad una “caccia all’arabo”, costellata da innumerevoli aggressioni culminate nell’assassinio di un adolescente palestinese: Mohammed Abu Khdeir – l’attacco alla Striscia di Gaza. Meno note sono le risultanze delle prime indagini, in parte rivelate da un portavoce della polizia israeliana, Mickey Rosenfeld, all’inviato della BBC a Gerusalemme, Jon Donnison secondo le quali a rapire e uccidere i tre coloni sarebbero stati “alcuni balordi sganciati da qualsiasi gruppo politico” e che – rivelazione ancora più importante – le autorità israeliane erano a conoscenza di ciò e della uccisione dei tre immediatamente dopo il loro sequestro.

Nonostante questo la polizia e l’esercito israeliano, per settimane, con la scusa di “liberare i tre rapiti” hanno  devastato abitazioni, scuole e università frequentate da palestinesi, arrestandone a centinaia e uccidendone una decina. La conseguente psicosi di massa tra gli Israeliani, le proteste dei palestinesi e il lancio di qualche “razzo Kassam” (sui quali ci soffermeremo più avanti) sono stati, quindi,  la “giustificazione” dell’attacco a Gaza. Restano, comunque, tutta una serie di domande inevase che potrebbero configurare un quadro più sinistro. Ad esempio come sia stato possibile per “alcuni balordi sganciati da qualsiasi gruppo politico” sgusciare controlli e telecamere disseminati in ogni dove, in quello stato di polizia che è oggi Israele, ed essere, a distanza di quasi due mesi dal loro gesto, ancora sconosciuti e, quindi, in libertà.

E le motivazioni del crimine? Ovviamente, non è da escludere che questi “balordi” pensassero con il loro gesto di “vendicare” decenni di soprusi israeliani. Ma qualche sospetto è lecito, soprattutto alla luce di vistose incongruenze nel comportamento della polizia. Queste hanno alimentato su Internet sconcertanti “rivelazioni”, subito rivelatesi bufale quando qualcuno si prende  la briga di verificarne l’attendibilità. Non è da escludere che molte di queste effimere “rivelazioni” facciano parte di una strategia di disinformazione per impedire che qualche giornalista onesto (ce ne è qualcuno anche in Israele) possa accertare la verità. E così, messa da parte l’indagine giornalistica, non resta che affidarci ai documenti storici. Ad esempio quelli ufficiali del governo israeliano, desecretati dopo quarant’anni, che hanno permesso ad una serie di studiosi israeliani – primi tra tutti Ilan Pappè e Tom Segev – di far luce su provocazioni (quali le bombe messe dal Mossad nelle sinagoghe e in Egitto in Siria per “convincere” gli Ebrei a raggiungere la “Terra promessa”) o su collusioni davvero insospettabili tra sionisti e nazisti, ai quali veniva assegnato il compito di “convincere”, con ogni mezzo, gli Ebrei. Compito che – sia detto en passant – si sta, verosimilmente, riproponendo oggi in Ucraina.

Ma la “minaccia all’esistenza stessa degli Ebrei” viene scolpita nell’immaginario collettivo anche enfatizzando il ruolo dei “razzi Kassam”: ordigni di nessuna valenza militare (in quindici anni hanno al, più, sforacchiato il tetto di qualche villetta e ucciso 11 ignari passanti cadendo per caso sulle loro teste) che, al più, possono rappresentare un rischio per i coloni israeliani residenti nelle immediate vicinanze della Striscia di Gaza. Nonostante ciò il terrore dei “razzi Kassam” istituzionalizzato da assurde iniziative di Difesa Civile e da bufale – come questa (ovviamente, di “Repubblica”) che paventa addirittura la distruzione con questi razzi di centrali nucleari – è diventato, in Israele, il collante sociale dell’aggressione a Gaza e all’estero l’alibi per non indignarsi contro il massacro.

Comunque, con il perpetuarsi dei bombardamenti e il conseguente crescere dell’indignazione generale, Israele sta correndo ai ripari cercando di suscitare commozione per la morte dei suoi soldati (al momento 60 “contro” 1.822 palestinesi uccisi) e, di conseguenza, inondando le redazioni di tutto il mondo di foto di suoi militari in lacrime per la sorte toccata ai commilitoni. E, verosimilmente, anche per rafforzare l’immagine di un paese “costretto alla guerra in quanto vulnerabile”, ha fatto circolare un video (realizzato con ogni probabilità da qualche agenzia di “pubbliche relazioni” su incarico del governo israeliano) che “mostra” la davvero improbabile uccisione di dieci soldati israeliani. Stessa strategia mediatica dietro la bufala del “soldato rapito da Hamas” (in realtà, morto in combattimento) che ha fatto palpitare il cuore al nostro Presidente del Consiglio e ai tanti cialtroni che affollano i talk show televisivi.

E a completare questa davvero disgustosa campagna mediatica, le dichiarazioni di alcuni esponenti della Comunità ebraica italiana (si veda, ad esempio, qui e qui) imperniate su un ipocrita vittimismo  e che – accomunando i crimini di Israele ad una specie di “diritto divino” che sarebbe da riconoscere agli Ebrei – rischiano di far dilagare, anche nel nostro Paese, una ondata di antisemitismo. Per fortuna non tutti gli Ebrei la pensano così: basti ricordare gli arresti subiti in una manifestazione per Gaza, un paio di giorni fa a New York, da decine di ebrei, tra cui Norman Finkelstein o, qui da noi, la splendida “Lettera aperta agli Ebrei italiani” del 31 luglio di Stefania Sinigaglia

La Redazione di Sibialiria

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