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Trattati europei versus Costituzione (seconda parte)

La matrice ideologica e i pilastri dei trattati europei

Il patto sociale contenuto nella Costituzione costituisce un compromesso complessivamente onorevole per i ceti sociali meno abbienti in termini di inclusione e giustizia sociale.

Al di là della abusata retorica sulla "Costituzione più bella del mondo", non c'è dubbio che in alcuni passaggi è rimasta inapplicata o ha subito interpretazioni sfavorevoli al mondo dei diritti e del lavoro. Ma ciò non toglie che essa ha costituito comunque un freno, anche dal punto di vista formale, per tutte quelle forze che, nel corso degli anni, hanno provato ad affermare la supremazia del mercato e della finanza sui diritti.

Su binari radicalmente opposti si muovono i trattati europei che, anzi, costituiscono una sorta di rivincita sul modello sociale insito nella Costituzione: una rivincita covata da tempo, partita orientativamente nella seconda metà degli anni 70 come risposta a quel grande ciclo di lotte e mobilitazioni che caratterizzarono quel decennio, ma che ha visto una potente accelerazione proprio con lo scoppio della crisi, al fine di mascherare le vere cause che l'hanno determinata, dirottando l'attenzione dell'opinione pubblica sulla presunta insostenibilità dei sistemi di sicurezza e protezione sociale contenuti proprio nelle Costituzioni.

E così il ritornello “Abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità” è stato lo strumento utilizzato per travisare la realtà e fornire una narrazione della crisi utile ad imporre quelle politiche che attaccano i salari e il sistema del welfare.

C’è infatti un dato unificante, comune a tutti i paesi europei: la crescita del debito negli ultimi anni non è imputabile ad un’espansione della spesa sociale. Fonti Eurostat ci dicono, infatti, che negli anni della crisi il debito pubblico nell'Unione europea è mediamente cresciuto di circa 20 punti, mentre la spesa sociale è rimasta sostanzialmente stabile intorno al 25% del PIL. Ed anche in Italia la spesa per sanità, istruzione, previdenza e protezione sociale, si è mantenuta negli ultimi dieci anni pressoché costante, oscillando tra il 25 ed il 26 per cento del Pil.

Esaminare il fondamento ideologico alla base dei trattati europei è la precondizone necessaria per comprendere le finalità ed i pilastri su  cui si poggia l'impalcatura europeista: competitività, stabilità dei prezzi e quindi lotta all'inflazione, indipendenza della banca centrale.

Diversi studiosi considerano Von Hayek, fervido sostenitore del liberalismo, un precursore del modello contenuto nei trattati europei, volto alla realizzazione graduale dello Stato minimo, ovvero di una società ove il mercato esautora lo Stato e su quest'ultimo grava un obbligo di non interferenza, specie per quanto attiene la legislazione in materia sociale. Istruzione, sanità, previdenza, in questa ottica, devono essere esclusi dai compiti dello Stato e riportati nello spazio del mercato.

Impossibile non cogliere nel progetto dell'Unione europea e nelle politiche di austerity messe in campo dagli Stati, la piena corrispondenza con il modello di società teorizzato da Von Hayek.

Ma vi è di più; già in un saggio del 1939 Von Hayek teorizzava la costruzione di una federazione di Stati quale presupposto per realizzare quella dispersione di sovranità necessaria a rendere impossibile l'intervento statale e procedere così a tappe forzate verso la realizzazione dello Stato minimo.

Ma la coincidenza tra le idee, o meglio tra i fini cui tende l'impianto ideologico di Von Hayek e la costruzione europea, raggiungono l'apice attorno alla questione monetaria.

Per Von Hayek, esattamente come riconoscono i trattati europei, il male da combattere è l'inflazione e questa, a suo avviso, è determinata da un eccesso di creazione di moneta da parte dei governi nazionali: ne consegue che, per  l'economista austriaco,  il fine della stabilità dei prezzi si raggiunge attraverso la  denazionalizzazione della moneta realizzando l'indipendenza monetaria dall'interferenza politica.

Sebbene la via prescelta da Von Hayek fosse quella di affidare l'emissione di moneta ad emittenti privati in concorrenza fra di loro e non quella dell'affidamento ad una banca sovranazionale, resta il raggiungimento dell'obbiettivo da lui auspicato, ovvero l'indipendenza monetaria dall'interferenza politica e la stabilità dei prezzi: ed infatti gli articoli 123 e 124 del Trattato sul Funzionamento dell'Unione europea recepiscono questo obbiettivo laddove stabiliscono il divieto da parte della BCE di acquistare i titoli del debito sovrano dei singoli Stati.

Ma, come osserva Domenico Moro in "Il gruppo Bildenberg. L'elite del potere mondiale"la Commissione Trilaterale già nel 1975 indicava in uno specifico rapporto intitolato "The Crisis of Democracy" il programma politico per far fronte alla crisi di consenso che stavano attraversando le elites del potere mondiale a causa di quel ciclo di lotte che, iniziato dopo la  seconda guerra mondiale, aveva portato ad un grande avanzamento della democrazia e delle condizioni generali dei lavoratori e di altri settori della società.

Lotta all'inflazione e quindi taglio della spesa sociale, abbandono delle politiche espansive in favore di politiche restrittive ed austerity, riduzione dell' “eccesso di democrazia” attraverso l'affermazione della governabilità come principio assoluto di governo, rafforzamento dell'esecutivo a danno del Parlamento, costituiscono le linee guida di un programma che, elaborato da una ristrettissima cerchia di potenti,  è stato prontamente adottato dai governi occidentali e, purtroppo, sta trovando quasi completa attuazione.

 

La svalutazione dei diritti sociali da parte dei trattati europei: il cambio di paradigma

Il processo di integrazione europeo determina indiscutibilmente un effetto regressivo dei diritti costituzionalmente garantiti minando alle fondamenta quei principi del costituzionalismo sociale accolti nelle Carte costituzionali del dopoguerra.

La stessa Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, detta anche Carta di Nizza, che ha assunto con il Trattato di Lisbona il medesimo valore giuridico dei Trattati, presenta un notevole arretramento rispetto alla Costituzione italiana, poichè non individua  un ordine di priorità dei diritti, nè definisce le modalità della loro salvaguardia.

Il costituzionalista Gaetano Azzariti ben evidenzia la frattura determinatasi tra il costituzionalismo moderno che aveva recepito  le spinte all'emancipazione e alla promozione sociale dei ceti meno abbienti, riconoscendo uno statuto privilegiato ad alcuni diritti rispetto ad altri, e la Carta dei diritti fondamentali dell' Unione Europea che, invece, colloca i diritti fondamentali indistintamente tutti allo stesso livello, precludendo la possibilità di individuare dei principi prevalenti e caratterizzanti l'ordinamento costituzionale.

Come osserva sempre Azzariti, la "Carta dei diritti dell'Unione europea appare "adeguarsi ai tempi" definendo il lavoro un valore che si sostanzia essenzialmente nel mero diritto di lavorare. Un diritto inteso come sfera di libertà, più che come specifico status da assicurare al fine di garantire la dignità sociale delle persone. Un diritto tra i tanti, da tutelare insieme con quelli dell'impresa, assieme alla libertà di esercitare una professione liberamente scelta o accettata".

"L'adeguamento ai tempi" del quale parla Azzariti rimanda ad una riflessione importante.

La storia dell'umanità è la storia dei conflitti tra forze economico/sociali, tra idee, ideologie, correnti culturali, e il diritto, complessivamente considerato, muta a secondo di come si configurano i rapporti di forza tra le classi in un dato periodo storico. Ciò naturalmente vale a maggior ragione per le Costituzioni, architravi di uno Stato, che costituiscono la fotografia e il punto di approdo dei  rapporti di forza che si vengono a determinare in una determinata fase storica.

 

 

I Trattati europei: una premessa di metodo

Se il processo che ha condotto alla Costituzione del 48 è stato caratterizzato da un'ampia partecipazione e discussione democratica, nulla di tutto questo è rinvenibile nella storia del progetto europeo che, dai primi anni 50 sino ai giorni nostri, si è caratterizzato  attraverso accordi tra capi di Stato e governi al di là e contro ogni forma di partecipazione democratica: dal primo Trattato sottoscritto a Parigi nel 1951 avente ad oggetto la creazione di un mercato comune per il carbone  e l 'acciaio (CECA), al trattato di Roma del 1957 istitutivo della CEE, al Trattato del 1992 di Maastricht (Trattato sull UE)  che avviava la creazione dell'unione monetaria, fino ad arrivare al Trattato di Lisbona sottoscritto nel 2007 che ha riformato  il Trattato sull'UE di Maastricht e il Trattato sulla CEE che ha assunto la denominazione di Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea (TFUE).

La vicenda attraverso la quale si è pervenuti al Trattato di Lisbona è forse una delle più rappresentative del metodo adottato per costruire il progetto europeo.

Infatti, nel 2004 viene firmato a Roma il trattato che adotta una Costituzione per l'Europa (la c.d. Costituzione europea) che in realtà non consiste in una vera e propria Costituzione ma in un Testo Unico che riordina e recepisce i Trattati preesistenti.

L'obbiettivo della c.d. Costituzione europea è sin troppo chiaro: esautorare l'efficacia delle Costituzioni nazionali e gli effetti della produzione legislativa degli Stati membri sostituendoli con un testo rafforzato di matrice europeista.

Ma tale progetto non sopravvive alla volontà popolare e, in Francia e Olanda, ove si indice un referendum per la ratifica della Costituzione europea, quest'ultima viene sonoramente bocciata!

A questo punto con un vero e proprio colpo di mano si decide di far passare il progetto di Costituzione europea, bocciato dai referendum popolari franco-olandesi, imponendolo attraverso un trattato, appunto il Trattato di Lisbona, sottoscritto nel 2007 e rapidamente ratificato nel nostro Parlamento tra il luglio e l'agosto del 2008.

Un episodio che la dice lunga sull'idea di democrazia che ispira i "costituenti" europei.

Ma che ci dice anche, come la recente storia ha dimostrato (referendum greco sul piano di aiuti predisposto dalla Commissione europea, dalla Banca Centrale europea e dal Fondo Monetario internazionale e referendum britannico sull'uscita dall'Unione europea) che, ogni qualvolta il popolo è stato chiamato a pronunciarsi, ha sempre rigettato le politiche messe in campo dall'Ue.

 

I Trattati europei: i fini programmatici

Una lettura sistematica delle norme alla base dei Trattati consente  di individuare al loro interno lo spirito antitetico rispetto a quello che ha mosso i nostri padri costituenti.

"Forte concorrenza", "stabilità dei prezzi" (dal 2010 "stabilità finanziaria") e  "indipendenza della banca centrale" sono i pilastri fondanti l'Ue, dei quali  non troveremo alcuna traccia nella nostra Costituzione,  e che, di fatto, hanno sostituito la centralità del diritto al lavoro e, più in generale, neutralizzato quella tensione alla  giustizia sociale che ispira la Carta del 48.

L'analisi dell' articolo 3 del Trattato sull'Unione europea, e degli articoli 119 e 127 del Trattato sul funzionamento dell'UE è da questo punto di vista chiarificatrice.

Per quanto concerne l'articolo 3 del Trattato sull Ue (" L'Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell'Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un'economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell'ambiente ) , esso contiene un equivoco di fondo:  "l'economia di mercato fortemente competitiva" e "la stabilità dei prezzi" precludono di fatto la realizzazione di quegli obbiettivi della "piena occupazione" e del "progresso sociale" invocati dalla stessa norma.

L'equivoco si scioglie osservando gli articoli 119 e 127 del Trattato sul funzionamento dell'UE i quali, pur richiamando l'articolo 3 del Trattato sull'Ue (che come abbiamo visto fa riferimento, anche se blandamente, alla piena occupazione), ristabiliscono pienamente la gerarchia degli obbiettivi chiarendo che l'obbiettivo principale da perseguire nelle politiche europee è la stabilità dei prezzi e, solo fatto salvo questo obbiettivo, c'è spazio per gli obbiettivi di cui all'articolo 3, tra cui appunto il pieno impiego e il progresso sociale.

Come osserva Barra Caracciolo, nelle politiche dell'UE, il pieno impiego ed il progresso sociale sono stati di fatto neutralizzati dall'obbiettivo principale della stabilità dei prezzi , senza che, tra l'altro “alcun dibattito democratico all'interno dei paesi interessati spiegasse e rendesse consapevole l'adesione a questa visione frontalmente confliggente con le Costituzioni democratiche europee del secondo dopoguerra”.

E, d'altronde, basterebbero i dati asettici e drammatici sul numero dei disoccupati nell' Eurozona, e in particolare nei paesi del Sud Europa,  per fugare ogni dubbio su quale obbiettivo abbiano concretamente perseguito le politiche di rigore economico messe in campo dall'Unione Europea.

La tutela del lavoro, decisamente tiepida, contenuta negli articoli 145-148 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea è quindi coerente con una impostazione che fa della stabilità monetaria e quindi della lotta all'inflazione i cardini del progetto europeo perchè, come evidenzia Giacchè, "tali priorità portano a scartare, in quanto potenzialmente inflazionistiche, politiche attive del lavoro e più in generale politiche di stimolo all'economia. La gerarchia tra i principi contenuti nei trattati europei non soltanto permette questo rifiuto, ma lo esige".

Il faro della nostra Costituzione, rappresentato dal principio dell'uguaglianza sostanziale di cui all'articolo 3, comma 2, viene quindi superato dal dogma di matrice europeista della  stabilità dei prezzi, in un processo volto non solo ad azzerare l'indirizzo economico sociale della nostra Costituzione, ma addirittura ad allinearla ai principi fondanti la costruzione europeista.

Va fatto infine un necessario riferimento a quegli articoli 123, 124 e 125 del Trattato sul funzionamento dell'UE che sanciscono l'indipendenza monetaria dall'interferenza politica.

Tali articoli stabiliscono il divieto da parte della BCE di prestare denaro ai governi nazionali, magari per coprire disavanzi di bilancio, ripagare debiti pubblici o finanziare la spesa sociale; di contro la BCE, come già ampiamente accaduto, può illimitatamente prestare denaro alle banche commerciali.

Con l'istituzione della moneta unica, la facoltà di creare denaro, uno dei massimi poteri che fondano la sovranità dello Stato e che consentono di orientare le politiche in una direzione piuttosto che in un'altra, è stata sottratta agli Stati ma è rimasta in capo alle banche private, le quali, oltre a beneficiare del pagamento di crescenti interessi, hanno, dunque, maggiore diritti degli Stati. Questi ultimi, se hanno bisogno di denaro, devono finanziarsi sui mercati pagando sui titoli che emettono tassi di interesse nell'ordine del 3-6 percento

Il divieto imposto alla BCE di prestare denaro direttamente ai governi, in ossequio al dogma del contenimento salariale e della stabilità dei prezzi e finanziaria, impatta pesantemente sulle politiche economiche dei paesi dell'Ue e mina le fondamenta su cui poggiano le  Costituzioni dei singoli paesi.

Quel terrorismo ideologico che usa la minaccia del fallimento dello Stato, il c.d. default,  è, da un certo punto di vista, una minaccia poco credibile visto che i primi danneggiati da tale fallimento sarebbero proprio le banche, ma  funziona perfettamente come strumento di governo e disciplinamento sociale.

In realtà, il concetto di fallimento dello Stato  è relativamente nuovo, ma l'esposizione a questo rischio è la conseguenza diretta della scelta politica di cedere la sovranità monetaria a centri di potere finanziari collocati fuori ed oltre gli Stati e di finanziarsi sui mercati privati.

Scelta che confligge frontalmente ancora una volta col perseguimento degli interessi fondamentali sanciti nella Costituzione e determina un vulnus rispetto ai diritti sociali, di fatto neutralizzandoli, per attribuire interessi, cioè risorse pubbliche, a tutto beneficio delle banche private.

(segue, vedi la prima parte: http://contropiano.org/documenti/2016/09/12/costituzione-tiro-delle-banche-dei-trattati-europei-parte-083332)

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