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Teorie della cospirazione: il coro politico-mediatico contro Moretti e la storia

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Si è fatto un gran parlare, nelle scorse settimane, di Mario Moretti. Massimo dirigente delle Brigate Rosse, Moretti è in carcere da trentasei anni, attualmente in regime di semi libertà, malgrado la stagione della Lotta Armata sia conclusa da oltre trent’anni.

Come qualcuno certo ricorderà, fu lo stesso Moretti – insieme con Barbara Balzerani, Renato Curcio ed altri compagni – a dichiarare, all’inizio degli anni ’90, conclusa quell’esperienza e finite le Br. Ma, nonostante ciò, e quantunque le sue dichiarazioni abbiano sempre trovato riscontri oggettivi e non siano mai state smentite dalla prova dei fatti, su di lui, istituzioni e giornalisti che, evidentemente, difettano di libero pensiero; soprattutto ex dirtigenti Pci, livorosi e all’evidenza divorati da un bieco sentimento di vendetta, continuano ad accanirsi e a gettare discredito. Su di lui come su tutta quella Storia.

Forse perché Mario, come altri compagni, non si è mai pentito né dissociato. Alcuni lo hanno fatto – Franceschini, Morucci, Faranda, Peci, Savasta, ecc, per fare solo i nomi più noti – godendo così di sconti di pena molto sostanziosi. Lui no. Lui, “la sfinge” – per usare il ridicolo appellativo affibbiatogli, anni fa, dal dissociato Valerio Morucci e poi riutilizzato dal corifeo dei cospirazionisti, Sergio Flamigni, per scriverci l’ennesimo “libro” – continua tutti i giorni a fare dentro e fuori dall’istituto penitenziario milanese di Opera.

Ben strano destino, il suo, se si considera la vulgata, sostenuta null’altro che da ignoranza, disprezzo e malafede, secondo cui sarebbe stato al soldo dei Servizi di mezzo mondo, peraltro in eterna lotta fra loro: Sismi, Sisde, Cia, Mossad, Kgb, Stasi, con buona pace della logica. Con Moretti, di conseguenza, sarebbe stata infiltrata tutta l’organizzazione brigatista.

Ancora in carcere. Ben strana ricompensa, per un’opera che viene descritta come così “preziosa”…

D’altra parte, per i professionisti del complottismo – tra cui vale la pena ricordare il già menzionato Sergio Flamigni, ex deputato Pci; l’altro ex senatore comunista, Giovanni Pellegrino; il Pd Gero Grassi, ormai detto “l’ineffabile”; l’ex magistrato Ferdinando Imposimato; lo scrittore, Carlo D’Adamo; il “saggista” Paolo Cucchiarelli; la pubblicista Raffaella Fanelli – “le prove” non sono altro che un insignificante dettaglio.

Un grumo di sedicenti intellettuali di regime, autoproclamatisi detentori dell’autenticità della parola storica, che ha attaccato, tra l’altro, nei mesi scorsi, e continua tuttora ad attaccare, il libro pubblicato da DeriveApprodi: Brigate Rosse: dalle fabbriche alla “campagna di primavera”. Gli autori – gli storici Marco Clementi ed Elisa Santalena e l’ex Br-Ucc, Paolo Persichetti – vengono accusati di perseguire due scopi ben precisi: l’insabbiamento di quella “verità” che i brigatisti si ostinano a non confessare, e, conseguentemente, il depistaggio. Il tutto, per coprire, le supposte infiltrazioni delle Br, da parte dei Servizi, che, sempre secondo costoro, sarebbero “indiscutibili”, seppur indimostrabili e smentite dalla prova più inoppugnabile: quella dei fatti. D’altronde, come diceva Lenin «I fatti hanno la testa dura».

A loro, però, donne ed uomini di fede e di dogmi, la realtà interessa poco, specie se non porta vantaggi economici o di carriera. E allora, via libera alle insinuazioni, alle dietrologie, alle calunnie. Insinuazioni, dietrologie e calunnie che trovano paradossalmente la loro origine, proprio nel serissimo e minuzioso lavoro svolto dai tre coautori, in sede di ricostruzione storica degli eventi compresi tra la fine degli anni ’60 e la seconda metà degli anni ’80, e tendente a dimostrare, attraverso uno studio accurato delle fonti ed una severa metodologia storiografica, che dietro le Brigate Rosse c’erano solo le Brigate Rosse.

Una tesi che quella presunta élite politico-giornalistica non può in alcun modo tollerare, pena il discredito dello Stato e della propria attività, più o meno lucrosa. Per costoro, infatti, a destra come a sinistra, erano “tutti collusi”. Tutti intenti a tessere torbide trame con quelli che ci si ostina a considerare “apparati deviati” dello Stato – una parte dei Servizi Segreti – al fine di destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare l’ordine politico.

Ognuno ha un complotto buono da sbandierare e utile a spiegare, come nel caso del Pci, il proprio fallimento politico. Doppi e tripli Stati si moltiplicano alla bisogna, con il solo scopo di ingannare i cittadini. Come se lo Stato, poi, non fosse un unico apparato amministrativo, che agisce su input di una classe dominante e dirigente…

Alla stregua dei bambini, i più arcigni complottisti – quelli provenienti dalle fila dell’ex Dc e dell’ex Pci: non a caso, i partiti del compromesso storico – ragionano per equivalenze ed assimilazioni puerili. Mai per differenze. Ossessivamente rosi da spirito di vendetta, pongono tutti, compagni e “camerati” sullo stesso piano storico e morale. Un allineamento forzoso che serve ad alimentare l’eco di quella “teoria della cospirazione continua” che racchiude in sè il germe di un morbo atavico: il vittimismo, da cui origina l’individuazione di un colpevole, qualunque esso sia, ed il suo conseguente annichilimento.

Appare ormai evidente, ragionando con procedimento deduttivo, che l’equiparazione tra lotta armata per il comunismo – con particolare riferimento a Brigate Rosse e Nuclei Armati Proletari – e terrorismo nero (i cui rapporti con Servizi, Stato, mafia e massoneria sono al contrario abbondantemente provati) faccia molto comodo al ceto politico, di ieri e di oggi.

Dobbiamo constatare con rammarico, ma con altrettanta coscienza e mancanza di rassegnazione, che, malgrado siano passati quarant’anni circa da quei fatti, c’è ancora tanta paura nello Stato. Tanta da non consentire neanche di trattare quegli avvenimenti come materia di studio, sulla quale dibattere ponderatamente in ambito storico-politico. Eppure un simile passaggio farebbe bene al paese, lo farebbe crescere come collettività e farebbe chiarezza nella sua stessa coscienza democratica.

Ma si ha paura. Si ha paura che quella Storia, solo ad evocarla, restituisca un senso al dissenso sociale, minacciando l’ordine costituito.

Perciò, come si diceva, via libera alle dietrologie, alle calunnie e alla macchina del fango da azionare, mediaticamente, sulle Br e specificamente su Moretti. Così, le Brigate Rosse ed Ordine Nuovo non sarebbero stati poi dissimili: infiltrate ed eterodirette. Ma noi rifiutiamo questi infamanti e strumentali parallelismi. Come li rifiutarono Giorgio Bocca, Rossana Rossanda o Sergio Zavoli, che riconobbero a Mario Moretti l’onestà intellettuale sempre emersa dalle sue parole e dichiarazioni.

E’ dura, comunque, anche per un dietrologo senza scrupoli, descrivere Moretti come Freda, Fioravanti o Giannettini. Dopo tutto, i vari Giannettini, Freda, Ventura, Delle Chiaie, Signorelli – tutti neofascisti, all’occorrenza stragisti, per i quali il legame con Servizi e talvolta mafia è comprovato – il carcere, o lo hanno visto poco o lo hanno evitato del tutto, perché fatti fuggire all’estero, oppure grazie ad assoluzioni rocambolesche, a dispetto delle prove giudiziarie e della logica.

Persino gli ex Nar Fioravanti e Mambro sono fuori da molti anni, benché condannati per la strage di Bologna e altri numerosi omicidi. Moretti no. Moretti resta dietro le sbarre. Trentasei anni e ancora non è finita. Trentasei anni e ancora non basta.

Per Mario e per gli altri compagni ancora in galera, a scontare pene risalenti ad un periodo ormai da ritenersi concluso, noi chiediamo la libertà. Perché uno Stato che fonda il suo potere sulla punizione e sul carcere è uno Stato che ha paura. È uno Stato repressivo.

È uno Stato che nulla ha di democratico.

E allora a Mario e a tutti i compagni che, inseguendo il sogno comunista di un mondo più giusto e libero, hanno messo in gioco e a rischio le proprie esistenze, pagando un prezzo altissimo per le loro scelte, con anni di galera, torture, dolorose solitudini e, nei casi estremi, con la morte; a tutti coloro che, quel debito di libertà, lo hanno scontato senza pentimenti e/o dissociazioni, o ancora lo stanno scontando come Mario; a loro va questo mio umile omaggio. Una modestissima ma appassionata elegia per dei sognatori, ma anche contro gli abusi di uno Stato il cui unico compito altro non è se non l’esecuzione di un “Contratto” la cui stipula ed il cui profitto portano in calce la firma, lorda di sangue antico, della classe dominante.

ELEGIA PER LA DESTITUZIONE DI STATO

Lo Stato

che pascolando ha governato

con bombe e stragi

carceri e manganello

presente e passato

Lo Stato

alla cui mensa imbandita

si son seduti affamati

fascismo mafia

chiesa e corona unita

Lo Stato liberale

che ha regnato

condannando a morte

operai e braccianti

studenti e militanti

All’impronta giustiziati

da cani in divisa

sguinzagliati

su strade orde

urlanti

legittimi diritti

Lo Stato

che ha coartato

con piani americani

cultura indollarata

dottrina Truman/Domino

di fobia comunista

prono agli interessi

dell’egemonia

bianca e classista

Lo Stato

che in deroga ad ogni principio

costituzionalmente sancito

ha esercitato il potere

introducendo e implementando

legislazioni eccezionali

Riccardo e Margherita

uccisi dai maiali

riposano su guanciali

di petali vermigli

Carlo Alberto

di sterco

i suoi giacigli

Lo Stato

che ha firmato assegni

senza coperture

ad esecuzioni e torture

Lacrime di compagni

nelle patrie galere

Lo Stato

che nel nome simulacro

di una democrazia vantata

ha mentito e smentito

ai propri cittadini

sui mezzi i metodi

i moventi i fini

Lo Stato

che genuflesso

sull’altare insanguinato

del profitto

produce guerra razzismo

e fame in affitto

Mare salato

di stupro e di morte

donne uccise

per il fallo di dio

Uomo maschio

patria e famiglia

prete pedofilo

e fanciullo alla griglia

Quello Stato

è destituito di ogni autorità

Quello Stato

non può ciarlare

di Democrazia Diritto

Giustizia e Morale

Non può comminare pene

nè governare

Non nel mio nome

Il nome eterno

della Rossa Libertà

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2 Commenti


  • felice signorino

    sto leggendo quel libro di storia, storia patria, non credo mi sarà possibile poter continuare a farlo per imparare chi siamo dal seguito che non c’è. Forse perché le pagine ancora bianche dovrebbero essere scritte da tutti e ancora non ne siamo stati capaci. Moretti non scarica responsabilità sugli altri, noi finora sì. Doveva essere il Pci, certo, ma doveva cambiare, e non sappiamo se era possibile oggettivamente oltre che soggettivamente. c’era il popolo comunista, gli intellettuali… E allora? se la classe dominante ha paura di cercare le verità e costruisce il falso, i soggetti subalterni di cosa hanno avuto e hanno paura? Il punto di partenza coincide con l’assunzione delle responsabilità, e forse si ha la paura che con la conoscenza dei fatti veri il discorso da storico si trasforma in politico e svela l’incapcità, per vari motivi, di svilupparne le conseguenze nella prassi. Coerenza che forse non abbiamo, al contrario di moretti. Rifugiarsi nel rapporto di sottomissione oggetiva al potere non è né un alibi né un ostacolo assoluto, è una fuga infantile dalle condizioni nelle quali si vive e agisce, non ce ne sono altre.Cmq, il lbro è una boccata di ossigeno che ci impedisce di morire di apnea


  • Eros Barone

    L’ideologia delle Brigate Rosse era formalmente marxista-leninista-maoista, ma nella sostanza, se si considera il fondamento teorico della strategia insurrezionalista e la stessa nozione di ‘propaganda armata’, si configurava come una variante dell’anarchismo non priva di analogie con i metodi di azione dell’ala terroristica del populismo russo, a suo tempo combattuta da Lenin. Ciò detto, aggiungo che il coraggio, la determinazione e la coerenza di alcuni esponenti del gruppo storico delle Brigate Rosse, fra i quali mi piace ricordare, oltre a Moretti, Prospero Gallinari, scomparso qualche tempo fa, suscitano rispetto, quale che sia il giudizio politico-ideologico (e il mio è decisamente critico) sulla più importante fra le organizzazioni politiche della sinistra di classe che negli anni Settanta scelsero come forma di organizzazione la clandestinità, come forma di azione la lotta armata e come prospettiva strategica l’insurrezione rivoluzionaria.
    Ribadisco, inoltre, il giudizio che ho espresso, in altre sedi, sull’importanza storica oggettiva delle Brigate Rosse (“il punto più alto che mai sia stato raggiunto dalla lotta armata, dopo la fine della seconda guerra mondiale, in un paese dell’Occidente capitalistico”) e lascio volentieri ai complottisti e ai dietrologi il compito di crearsi e poi tentar di scalare quel Monte Bianco di mistificazioni, deformazioni e falsificazioni che si dilettano, periodicamente, ad erigere. Per dirla con Carmelo Bene, “ci sono cretini che hanno visto la Madonna e ci sono cretini che non hanno visto la Madonna…vedere o non vedere la Madonna, è il tema…ci sono poi dei cretini che, più che vedere la Madonna, sono loro la Madonna che vedono.”
    Ribadisco, infine, che il comunismo, da quando ha cessato di essere utopistico, è una scienza, e come tale va studiato, e, in secondo luogo, che esso è un’idea troppo grande per potersi fermare ed essere fermata. Se questo è vero perché esso è la più alta e organica espressione delle idee di emancipazione umana e di giustizia sociale che sia stata elaborata nell’età moderna, è però altrettanto vero che, anche in un paese come l’Italia, in cui il movimento operaio e comunista è stato devastato dall’opportunismo di destra e di ‘sinistra’, una nuova leva di forze e di quadri comunisti può sorgere, e sorgerà, dal movimento sindacale, dai lavoratori immigrati, dalle aree metropolitane, dal mondo del precariato, dalla scuola e dall’università, se (e soltanto se) le avanguardie oggi esistenti, avendo compreso che senza teoria rivoluzionaria non esiste movimento rivoluzionario, sapranno ragionare in grande e, soprattutto e innanzitutto, sapranno risolvere, attraverso una corretta analisi scientifica e una volontà conseguente, il problema dell’organizzazione, del programma, del progetto e della rappresentanza politica della classe dei lavoratori salariati nel nostro Paese.

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