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Comune di Napoli e pre-dissesto: critica della contabilità pubblica liberista

Premessa

I Comuni del Paese, in seguito alle politiche liberiste del pareggio di bilancio, sono da anni alla canna del gas e i cittadini, soprattutto quelli meno abbienti, se ne sono accorti in termini di aumenti di imposte e diminuzione di servizi.

Il Comune di Napoli -come altri grandi Enti Locali da quello di Roma a Torino, alla Città Metropolitana di Milano – si trova in una situazione di crisi finanziaria che nel 2013 ne ha comportato l’adesione alla procedura di riequilibrio finanziario pluriennale, comunemente detta di “pre-dissesto”.

Il dibattito cittadino sulle misure di “risanamento” ha coinvolto lo scorso 20 novembre anche il Consiglio Comunale alla luce di una deliberazione della Sezione di controllo della Corte dei conti campana che ha emesso una severa “pronuncia specifica” con il rischio che, qualora il Comune non ottemperi alle prescrizioni dei giudici contabili, si vada al “dissesto guidato” della terza città d’Italia.

Scopo di questo contributo è quello di contestare l’oggettività delle attuali “regole” contabili frutto di scelte politiche e non tecniche portando argomentazioni quanto più precise e chiare possibili che diano un’articolazione di merito alla critica antiliberista pur essendo coscienti che ci si muove su un terreno di una certa complessità che, forse, può comportare qualche difficoltà per i non addetti ai lavori.

Tuttavia quest’opera di demistificazione delle categorie e degli istituti contabili ci sembra necessaria per elaborare proposte di mobilitazione e obiettivi di lotta su cui ci soffermiamo nella parte finale.

  1. Il pre-dissesto come politica pro-ciclica e non di risanamento della finanza locale, ovvero un figlio delle “regole” europee.

Una prima questione che vogliamo affrontare è quella relativa al fatto che un effettivo riequilibrio/risanamento della finanza locale si può avere soltanto con politiche anticicliche e non con misure che hanno ben diversa finalità in quanto miranti al taglio della spesa, alla privatizzazione dei servizi e alla perpetuazione del ricatto del debito.

In questo senso il pre-dissesto, pur permettendo una maggiore autonomia dell’Ente Locale rispetto al dissesto perché non ne prevede il commissariamento “formale” e pur essendo a suo tempo frutto delle pressioni soprattutto del Comune di Napoli, è parte delle medesime tecniche contabili espressione delle politiche economiche liberiste.

In particolare, quest’istituto di presunto risanamento della finanza locale è nato nel 2012, ossia con l’avvio di una normativa “nazionale” di contabilità pubblica di diretta derivazione europea.

Ci riferiamo al fatto che l’ “armonizzazione contabile” – ossia il coordinamento centralistico dei bilanci di Regioni ed Autonomie Locali con quello dello Stato che ha contribuito in maniera determinante a mettere in crisi i bilanci di Comuni come quello di Napoli – ha mosso i primi passi nel 2011 anche in seguito ad una specifica direttiva europea sui “requisiti per i quadri di bilancio degli Stati membri” che ha avuto il suo formale recepimento nell’ordinamento interno nel 2014 quando, ormai, era stato inserito, sempre nel 2012, il pareggio di bilancio in Costituzione con relativa legge “rinforzata” di attuazione.

La direttiva UE del 2011 fa parte del “six pack” che, a sua volta, ha avuto ulteriori nodi scorsoi col più noto fiscal compact.

Nella direttiva in argomento, tra l’altro, si afferma – in maniera del tutto ipocrita e contraddittoria – che “gli sforzi di risanamento delle finanze pubbliche dovrebbero essere maggiori in periodi di congiuntura favorevoli”.

Questa corretta affermazione, fatta in maniera del tutto incidentale, è contraddetta sia dal contenuto della direttiva che dall’insieme delle politiche europee in quanto ci si muove in direzione esattamente opposta obbligando i Paesi in difficoltà a politiche draconiane e quando si “esce” dalla crisi il prezzo è elevatissimo perché s’è svenduto il patrimonio pubblico e impoverito il Paese come dimostra in maniera chiarissima l’esempio greco dove ci si avvia ad una modesta “crescita” ma con un pesantissimo costo sociale che ha spostato notevoli risorse dai redditi ai profitti dei vari gruppi speculativi.

I segnali dell’applicazione della ricetta recessiva sono, ormai, evidenti anche a Napoli dove, di recente, è stata venduta la quota azionaria del Comune all’interno della società che gestisce l’aeroporto della città, sono in corso provvedimenti per accelerare la vendita del patrimonio immobiliare, nel 2018 è prevista la vendita della rete del gas e “dulcis in fundo” s’è delineato l’indirizzo di privatizzare parzialmente l’Azienda cittadina dei trasporti o metterne a gara l’intero servizio.

I problemi provenienti dalla nuova contabilità di derivazione europea, entrata pienamente in vigore dal 2016, riguardano il dogma dei “requisiti uniformi” per le regole e le procedure di bilancio, ciò svuota l’autonomia dei singoli Stati che si riflette su un’analoga rigidità di bilancio per gli EE.LL. annullandone, di fatto, l’autonomia finanziaria e, quindi, il concetto stesso di Autonomia Locale.

Ad es., il Comune di Napoli si trova ad accantonare sempre maggiori quote di risorse per vari fondi da quello per i crediti di dubbia esigibilità, a quello per il contenzioso o le passività potenziali con criteri rigidi statuiti nei “principi” contabili allegati alla normativa sulla “contabilità armonizzata”.

Perciò sia Comuni ricchi che quelli in difficoltà, sia quelli piccoli che di grandi dimensioni, debbono accantonare crescenti somme che, nel caso del citato fondo per i crediti di dubbia esigibilità, sarebbero dovuti arrivare all’88% dei crediti a rischio nel 2018 e nel 2019 al 100%.

L’ottica recessiva di quest’impostazione è chiarita ulteriormente anche dal fatto che il predecessore del fondo in argomento, ossia il “fondo svalutazione crediti”, si trova in un decreto del 2012 sulla “spending review” e non in un provvedimento sulla finanza locale.

In quel caso l’accantonamento era del 25% dei crediti di difficile esigibilità ora, con la nuova contabilità, si è già giunti al 75%.

L’introduzione di questi accantonamenti viene considerata, nella propaganda liberista, come parte di un processo di aziendalizzazione e conseguente efficientamento dell’Ente Locale per cui, nello specifico, si fa il paragone con gli accantonamenti per il ”fondo rischi e oneri” della contabilità civilistica.

In realtà – pur volendo soprassedere sulla contrarietà a trasporre meccanicisticamente istituti privatistici in un’Amministrazione Pubblica – il paragone che viene fatto è falso in quanto il codice civile non prevede quote uniformi e rigide di accantonamenti perché ciò ingesserebbe qualsiasi Azienda e la manderebbe ben presto fuori mercato proprio per la forte limitazione della sua libertà di manovra.

A conferma nel principio contabile privatistico (OIC 31) relativo ai “fondi per rischi e oneri” si precisa che “la misurazione degli accantonamenti ai fondi potrebbe non concludersi con la definizione di un importo puntuale e preciso” e che “la valutazione della congruità dei fondi rientra nelle normali operazioni da effettuare alla fine di ciascun esercizio” considerando che essi “rappresentano valori stimati, le eventuali rettifiche che emergono dall’aggiornamento della congruità dei fondi non rappresentano correzioni di precedenti errori, ma sono dei cambiamenti di stime” (evidenziazione nostra).

Insomma, ciò che nelle deliberazioni della Corte dei conti sono definite “gravi irregolarità contabili” perché non si rispettano precise percentuali di accantonamento o perché ci sono delle sottostime, nella contabilità civilistica non trovano analoga corrispondenza.

Del resto, nella direttiva europea sui quadri di bilancio si chiede espressamente la “debita attenzione all’esistenza di passività potenziali” così come si segnala che “occorre prestare particolare attenzione nel garantire che tutti i sottosettori dell’amministrazione pubblica siano debitamente coperti dagli obblighi e dalle procedure previste nei quadri di bilancio nazionali”. – Si tratta di due aspetti importanti per comprendere l’attuale ingabbiamento degli Enti Locali in una pesante rigidità di bilancio che blocca ogni significativa politica espansiva.

E’ chiaro che occorre impostare i bilanci dei Comuni secondo un principio di prudenza ma prevedere gli stessi accantonamenti per Enti grandi o piccoli o per Comuni in difficoltà finanziaria o in avanzo d’amministrazione ha finalità opposte a quelle dell’effettiva tutela della finanza locale.

  1. I limiti delle posizioni dell’ANCI: spostare in avanti la battaglia antiliberista.

Purtroppo sulla questione degli accantonamenti la posizione che recentemente l’ANCI ha espresso in Parlamento, nell’audizione dinnanzi alla Commissione bilancio, si limita a chiedere uno slittamento dei tempi per l’integrale copertura del fondo crediti di dubbia esigibilità dal 2019 al 2021.

Analoga impostazione hanno le richieste di emendamento riguardanti il debito: le proposte, ad es., per gli Enti in pre-dissesto riguardano il prolungamento della scadenza di una parte del debito con una rateazione che passi da 10 a 30 anni spostando, così, il peso degli interessi su generazioni successive e non mirando ad aggredire i meccanismi del debito.

Sotto quest’aspetto, anche la richiesta di estendere ai Comuni le modalità di ristrutturazione del debito previste per le Regioni da un decreto-legge del 2014 con la tecnica del “riacquisto dei titoli” si basa su un allungamento della quota residua del debito contratto attraverso mutui o titoli obbligazionari fino a 30 anni che, oltre ad avere il medesimo aspetto negativo di spostamento del debito in avanti, in alcune circostanze s’è configurato come non conveniente perché le proiezioni sull’entità degli interessi post-ristrutturazione si sono dimostrate maggiori di quella ante-ristrutturazione.

Questo il caso, ad es., che s’è verificato con la Regione Piemonte quando nel 2015 ha dovuto rinunciare alla ristrutturazione del debito secondo i parametri previsti dalla norma perché il valore finanziario delle passività post-ristrutturazione sarebbe stato superiore di oltre 136 milioni di euro.

Del resto, anche la richiesta ANCI di un nuovo provvedimento normativo come il decreto-legge del 2013 per il pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione incappa nelle “regole” contabili liberiste per cui è stato oggetto di censura da parte delle Sezioni Regionali di controllo della Corte dei conti compresa quella campana che ha deliberato in proposito anche per il Comune di Napoli.

I prestiti per pagamenti dei debiti contribuiscono a tenere i Comuni sotto scacco perché hanno, in vari casi, un valore compensativo dei trasferimenti dove, invece, non ci sono meccanismi speculativi.

  1. Cenni su alcune proposte per un movimento di massa antiliberista.

Quanto affermato in precedenza non vuole disconoscere il fatto che l’ANCI, a suo modo, rappresenta, nell’attuale contesto, un livello politico-istituzionale di resistenza, tuttavia non ci si può attestare su posizioni che, comunque, finiscono per l’essere interne alle politiche liberiste, quindi, per contribuire ad una mobilitazione di massa, occorre puntare ad altro.

Ad es., rispetto al debito, spesso s’è sottovalutato nel dibattito della sinistra d’alternativa una modifica costituzionale apportata dal centro-sinistra nel 2001 quando con la modifica dell’art. 119 è stato stabilito il divieto d’indebitamento per la spesa corrente.

Ciò fa parte di quei meccanismi-truffa secondo cui dapprima si è favorita la crescita del debito speculativo iniziando col separare le istituzioni finanziarie da quelle politiche inventando l’autonomia delle Banche Centrali nazionali (in Italia la separazione della Banca d’Italia dall’allora Ministero del Tesoro è del 1981) successivamente col rafforzamento del ruolo della BCE s’è creato quel perverso meccanismo con al centro il sistema bancario che riceve i soldi che poi gli Stati debbono comprare dal mercato finanziario pagando i relativi interessi.

Pertanto, dopo aver accresciuto il debito, lo stesso è stato adoperato come “cavallo di Troia” per la privatizzazione dei servizi e il taglio alle spese sociali per “ridurre” il peso degli interessi.

Insomma i medesimi gruppi di potere che hanno agito per aumentare il debito, poi diventano i “risanatori” e i protagonisti della crociata contro il debito.

Il divieto d’indebitamento per la spesa corrente (di cui quella del personale è una delle componenti) è tra le cause di quella “forte sofferenza negli equilibri finanziari di parte corrente” lamentata dall’ANCI nella citata audizione e la modifica del 2001 è stata pressocché contestuale al progressivo avvio del taglio ai trasferimenti per cui si può uscire da questa situazione o ripristinando i trasferimenti tagliati o richiedendo una ripubblicizzazione della Cassa Depositi e Prestiti che possa riprendere limitati finanziamenti anche per la spesa corrente per diminuire l’attuale scarsa liquidità degli Enti Locali che da fatto provvisorio è diventato quasi strutturale (in quest’ultimo caso occorrerebbe l’abrogazione della modifica costituzionale dell’art. 119).

Tuttavia anche queste proposte sono insufficienti e da ciò l’importanza di portare anche a livello territoriale la battaglia contro il pareggio di bilancio in Costituzione creando le premesse per l’avvio della campagna per l’abrogazione dell’art. 81 che va strettamente legata al rifiuto dell’inserimento del Fiscal Compact nei Trattati europei e del recesso unilaterale dallo stesso.

Infatti è bene chiarire che una campagna che si basi soltanto sull’abrogazione dell’art. 81 e al rifiuto dell’inserimento nei Trattati del Fiscal Compact non disattiverebbe alcune funzioni del “pilota automatico” cui più volte ha fatto riferimento Draghi perché anche quegli Stati che non hanno inserito in Costituzione il pareggio di bilancio debbono comunque perseguirlo.

Sotto il profilo del diritto internazionale il Fiscal Compact è parte di un Trattato intergovernativo e come tale può essere oggetto di recesso unilaterale di uno degli Stati firmatari.

Quella del recesso unilaterale è una proposta che potrebbe essere ampiamente unitaria e coinvolgere anche quelle componenti progressiste più europeiste perché non si tratterebbe di mettere in discussione tutta l’architettura della UE ma alcuni punti particolarmente antipopolari diminuendo la compressione della gabbia che oggi soffoca i popoli europei ad iniziare da quelli mediterranei, successivamente si affronterebbero i nodi irrisolti a livello di linea politica.

  1. Conclusioni

Per concludere, un cenno all’attuale dibattito parlamentare sul disegno di legge del bilancio 2018 e sul confronto politico nel capoluogo partenopeo.

Vari Comuni, ad iniziare da quelli in situazione di criticità finanziaria, aspettano l’emendamento “salva-Comuni” che, date le caratteristiche dello stesso, anche in caso di approvazione parlamentare proprio per quanto osservato in precedenza rispetto alle richieste ANCI, non sarà certo risolutivo.

L’esito della seduta straordinaria della Conferenza Stato-Città dello scorso 23 novembre sembra avvicinare l’accoglimento di varie richieste dei Comuni comprese alcune integrazioni alla normativa sul pre-dissesto di particolare interesse per l’Amministrazione napoletana e, quindi, dovrebbe indebolire lo strano “partito del dissesto” che in forme più o meno aperte cerca di strumentalizzare le difficoltà di un’esperienza di governo cittadino che, pur con limiti e contraddizioni, rappresenta, comunque, un’anomalia nel panorama nazionale.

In questo senso l’irresponsabile posizione a favore del dissesto – che provocherebbe un ulteriore inasprimento del piano di rientro – vede, da un lato, le forze di opposizione di destra e centro tra cui il PD e i Cinque Stelle attestarsi su un pedissequo ossequio alle prescrizioni di marca europea della Corte dei conti, dall’altro, qualche esponente dell’intellettualità napoletana come, ad es., un docente di economia con formazione non liberista che finisce per anteporre valutazioni politiche a quelle scientifiche confermando, ancora una volta, che i “tecnici” puri non esistono.

* responsabile economia pubblica segreteria provinciale PRC Napoli

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1 Commento


  • De Marco

    Anni fa avevo proposto l’intervento della Cassa dei depositi e dei prestiti per ristrutturare i pagamenti in ritardo della PA alle imprese – si parla di oltre 90 miliardi – in modo da ridare un poco di cash flow alle imprese.

    Mi sembra che l’ANCI ed i comuni in dissesto e pre-dissesto dovrebbe proporre la possibilità di emettere dei Buoni Municipali Cittadini per vietare i tagli ai servizi e le privatizzazioni fatalmente seguite da tariffe più alte per gli utenti diventati semplici clienti, cioè degni di attenzione solo se solvibili. Questa strada non impone nessuno cambiamento del quadro costituzionale e contabile attuale.

    Questi Bondi Municipali Cittadini con maturità di 1 anno, 3 anni e 5 anni offrirebbero un tasso annuo fisso del 1,5 % o al massimo del 2 % per il buono di 5 anni. Rimpiazzerebbe così per i piccoli risparmiatori italiani i certificati e buoni postali oggi sacrificati sull’altare della speculazione e della privatizzazione delle Poste. Sarebbero interamente sicuri perché garantiti dal comune in questione e dalla Cassa di depositi e dalla Regione.

    Le cittadine/i avrebbero in mano un modo per risparmiare due volte. Prima, in modo sicuro, comprando Buoni Municipali Cittadini e secondo, mantenendo le tasse e le tariffe moderate con il risanamento del debito speculativo attuale. Questa strada di risanamento potrà anche considerare un lista prioritaria di buyback del debito più oneroso già emesso dipendentemente delle penalità prescritte.

    Questa proposta può anche dare luogo ad una importante battaglia politica e civica al livello comunale, regionale e nazionale nel quadro del rispetto del Costituzione – la quale obbliga lo Stato ad intervenire quando il settore privato non è capace farlo senza discriminazione ecc – e nel quadro del rispetto della logica dei beni pubblici – o beni comuni.

    Vostro,

    Paolo De Marco

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