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Libia, Egitto, Tunisia. Le differenze ci sono eccome. Una replica dovuta

Le osservazioni che abbiamo avanzato, hanno ricevuto consensi ma anche alcune critiche. In particolare le critiche sono arrivate da due compagni degni di stima e con i quali abbiamo condiviso – e continueremo a farlo – molte battaglie ed iniziative.

Enrico Campofreda, si è detto niente affatto convinto del conferimento a Gheddafi del ruolo di difensore dell’anticolonialismo, non condividendo dunque uno dei punti di partenza della nostra nota nella quale invitavamo a “separare il giudizio su Gheddafi rispetto alle cause e alle conseguenze degli eventi in corso”.

Gheddafi è il prodotto delle contraddizioni del suo tempo

Non volendo sfuggire alla questione posta – il giudizio su Gheddafi – non si può non segnalare che nella sua traiettoria storica e politica – inclusi i 41 anni di permanenza al potere che abbiamo ritenuto troppi per “chiunque e comunque” – non può che esserci un prima, un durante e un dopo.

Gheddafi, comunque lo si voglia giudicare oggi, fa parte di quei leader anticolonialisti che hanno scrollato dai paesi del terzo mondo l’occupazione e l’egemonia delle potenze coloniali, in modo particolare quella britannica e quella italiana che proprio in Libia, come in Etiopia e nei Balcani, si rese protagonista di crimini contro le popolazioni colonizzate.

Pochissimi dei leader prodotti dal poderoso e decisivo movimento della decolonizzazione hanno saputo reggere con coerenza alla prova del tempo e alla corruzione del potere individuale. Non solo. La frammentazione e la rissosità delle correnti politiche protagoniste del movimento anticolonialista nel mondo arabo (il nasserismo, i due filoni del Baath siriano e iracheno, il “socialismo libico” della Jamayria), hanno via via accentuato l’egocentrismo politico e familistico dei vari leader (i raiss) a scapito di una visione effettivamente progressista e panaraba che consentisse di sconfiggere Israele e l’imperialismo dominante – quello USA – e di avviare cambiamenti sociali profondi nell’area.

Enrico Campofreda invita – giustamente – alla prudenza e ricorda che “infastidire gli USA non significa essere rivoluzionari”. E’ un ragionamento che sul piano della prospettiva della trasformazione sociale non fa una piega e che deve sempre orientare la bussola di chi lotta per cambiamenti sostanziali. Il problema con cui deve convivere è che una esperienza che dà fastidio agli USA – nel quadro del conflitto antimperialista globale – può essere più utile di una che ne facilita l’egemonia. Ma anche su questo – concordiamo con Enrico – stiamo parlando del passato, e noi stessi, parlando di Gheddafi, abbiamo declinato la categoria del combattente anticolonialista al passato (sottolineandone anche la divaricazioni tra retorica e fatti concreti) e non al presente , intendendo con esso l’ultimo decennio in cui ha avviato il “disgelo” con l’imperialismo USA e con quello riemergente delle potenze europee. Dentro questa fase vanno collocati il Trattato con l’Unione Europea e quello bilaterale con l’Italia, in cui Gheddafi ha agito sulle due “grandi paure” dell’Europa: la vulnerabilità dei rifornimenti energetici e le ondate migratorie. Su queste paure tutte europee, Gheddafi ha strappato vantaggi anche personali enormi e offerto garanzie da “cane da guardia” alla tranquillità della metropoli europea.

Il controllo feroce sulle rotte migratorie non ha mai commosso Washington, ma l’indipendenza energetica dell’Europa e i tentativi dell’Unione Europea di aumentare la propria influenza in Medio Oriente e nel Mediterraneo Sud sono indiscutibilmente uno degli incubi peggiori di tutte le amministrazioni USA dai primi anni Novanta in poi.

Questo aspetto, quello della competizione tra le varie potenze, viene ritenuto un fattore non rilevante negli avvenimenti in Libia da un altro compagno che ha mosso seri rilievi alla nostra nota del 24 febbraio. Il compagno Kutaiba Younis ha infatti replicato alle nostre tesi con grande rispetto e grande garbo, ma leggendo le sue critiche ci sembra di capire che non ne condivida quasi nulla .

Il compagno Kutaiba contesta diversi aspetti della nostra valutazione. Vediamo quali:

1. Le condizioni economico/sociali della Libia sarebbero sì migliori che in altri paesi arabi ma non certo sufficienti, anzi sono peggiori di quanto si pensasse. Non abbiamo motivo di dubitare di questa diagnosi, ma se guardiamo agli indicatori ufficiali dell’ONU come l’Indice di Sviluppo Umano (un indicatore socio-economico molto più affidabile del Pil pro-capite) registriamo che la Libia è al 55° posto, la Tunisia al 98°, l’Algeria al 108°, l’Egitto al 123°. I paesi attraversati dalle rivolte popolari di questi mesi presentano obiettivamente condizioni economico-sociali assai diverse tra loro. Nel 2008 questi paesi furono sconvolti dalle rivolte del pane dovute all’aumento dei prezzi alimentari e ai diktat del FMI ma la Libia no! Colpa solo di un apparato repressivo più feroce di quello egiziano, algerino o tunisino oppure condizioni economico-sociali e capacità di mediazione interna superiori a quelle degli altri paesi?

La politica USA: stabilità in Egitto, instabilità in Libia?

2. Le valutazioni del corrispondente de La Stampa negli USA, non sarebbero sufficienti per leggere una “diversità” nella linea seguita dall’amministrazione statunitense nell’affrontare le rivolte in Egitto e Tunisia da quella in Libia. Che Molinari non ricavi le sue corrispondenze solo da internet e dai giornali è evidente a tutti coloro che lo hanno letto o ascoltato in questi anni. Le sue fonti dentro i vari ambiti delle amministrazioni USA sono non solo “bene informate” ma anche sempre molto funzionali alle esigenze strategiche della Casa Bianca. La diversità di linea seguita dagli USA nella crisi libica rispetto a quella in Egitto e Tunisia è resa evidente non solo dall’enorme volume della manipolazione mediatica messa in campo (sulla quale rinviamo all’ottimo articolo di Marco Santopadre o alle corrispondenze sul campo di quasi tutte le testate), ma anche dalla straordinaria celerità con cui tutto l’apparato ideologico, diplomatico (e tra poco militare) statunitense ha ottenuto la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e le sanzioni contro la Libia. E’ una procedura che abbiamo visto agire con la stessa efficacia solo nel caso dell’Iraq e della Serbia, mai ovviamente nel caso di Israele e tantomeno rispetto all’Egitto nonostante i morti anche lì fossero centinaia. La linea degli Stati Uniti è chiarissima: in Egitto – dove USA e Israele hanno bisogno della massima stabilità – hanno sostituito un capo di stato con un altro capo di stato che offre le stesse garanzie.

In Libia – dove hanno bisogno del massimo di instabilità per complicare la vita alle potenze europee – gli USA si stanno sbrigando a liquidare l’attuale capo di stato senza troppe preoccupazioni sulla sua sostituzione. E forse proprio questa diversità e questa fretta potrebbero essere il demone che complicherà ancora una volta gli interessi statunitensi nella regione (come già accaduto in Afghanistan e nel Golfo Persico).

Gli equilibri saltati hanno innescato la guerra civile

3. Infine, ma non per importanza, l’altro punto di dissenso del compagno Kutaiba è nella sostanza del conflitto. In Libia, a suo avviso c’è una rivolta popolare e non una guerra civile. L’esatto contrario di quanto da noi sostenuto. Su questo occorre intendersi.

E’ chiaro che in moltissimi casi una rivolta popolare è diventata anche una guerra civile. Come direbbe Marx, le classi dominanti non cedono mai il potere se non dopo aver combattuto con ogni mezzo per mantenerlo. Ma la differenza tra gli eventi in Tunisia ed Egitto con quanto avvenuto in Libia è evidente e non solo per le caratteristiche militari del conflitto in corso. Il compagno Kutaiba ritiene che questa differenza qualitativa dipenda dalla violenza con cui il regime di Gheddafi ha risposto alle prima manifestazioni di protesta. I dati ci dicono che – per quanto brutale – non è accaduto molto di diverso da quanto era avvenuto in Egitto, ma in quel caso le forze armate non si sono spaccate verticalmente come avvenuto rapidamente in Libia dove si è avviata immediatamente una escalation dello scontro sul piano prettamente militare. La colpa è – come afferma Kutaiba – del risentimento dell’esercito libico verso i reparti presidenziali di Gheddafi che assorbivano la gran parte delle risorse destinate alla sicurezza? O anche delle discriminazioni e maltrattamenti a cui era sottoposta la parte orientale del paese (la Cirenaica) rispetto alla Tripolitania punto di tenuta di Gheddafi? Probabilmente sì, ma ciò sarebbe la conferma e non la smentita di una rottura nel gruppo dirigente libico dovuta alla deflagrazione dell’equilibrio tribale e clanistico esistente fino a qualche anno fa, una deflagrazione alla quale non sono estranee le liberalizzazioni economiche introdotte nell’ultimo decennio (quelle del riavvicinamento agli USA e all’Unione Europea) e il lavorìo dei gruppi dell’intelligence statunitense e britannica che – a quanto sembra – hanno già sul campo e proprio in Cirenaica dei consiglieri militari operativi.

Uno scenario più simile alla Jugoslavia che all’Egitto

Obiettivamente lo scenario che abbiamo davanti agli occhi in Libia, somiglia in tantissimi aspetti molto più a quello della frantumazione “pilotata” della Jugoslavia che alle rivolte popolari che abbiamo visto in Tunisia ed Egitto. L’intervento militare statunitense ed europeo nel conflitto tramite la NATO, ne saranno la conferma e la differenza al tempo stesso.

Ciò non significa che intendiamo augurare lunga vita al Colonnello, anzi è auspicabile che – diversamente da Ben Alì e Mubarak fuggiti all’estero – scelga di morire nel suo paese dentro questo drammatico crepuscolo di storia. Vogliamo solo augurarci che, se ha ragione Kutaiba, chi sostituirà Gheddafi non sia una testa di paglia dell’imperialismo, più prevedibile e allineata di quanto lo sia stato il Colonnello. Le esperienze che abbiamo visto concretamente in Iraq, Serbia, Panama, Somalia, Afghanistan dovranno pure averci insegnato qualcosa! Eppure anche in questa occasione, una certa subalternità al mainstream mediatico e una lettura molto superficiale della realtà, stanno producendo attenzione , polemiche e mobilitazione – anche a sinistra – sulla Libia e stanno facendo perdere di vista sia gli sviluppi delle rivolte popolari avvenute negli altri paesi del Medio Oriente sia la questione ancora dirimente della occupazione coloniale israeliana della Palestina.

Diversamente vogliamo augurarci che il vento di rivolta che ha sconvolto la mappa politica del Medio Oriente non si arresti affatto e crei i presupposti per rendere ancora più profonda la crisi dentro cui si stanno dibattendo le potenze imperialiste e Israele. Queste ultime cercheranno con ogni mezzo di spingere gli avvenimenti in una direzione che salvaguardi i loro interessi strategici. I popoli del Medio Oriente che stanno rivendicando una vera democratizzazione delle loro società, dovranno essere sostenuti per spingere gli eventi in una direzione esattamente opposta. Il vero discrimine torna ad essere questo, come sempre del resto.

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