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I veri “lacci e lacciuoli” sull’economia

Questi ultimi insistono nel dire che la crescita economica e sociale del paese è bloccata da “lacci e lacciuoli” e da privilegi che osteggiano la liberazione degli spiriti animali insiti della capacità imprenditoriale individuale. La crisi poi sollecita bruscamente tutta la società e quando occorre mettere mano alle soluzioni, i “prenditori” e i loro corifei tendono ad collocarsi nel ruolo delle vittime piuttosto che dei carnefici. Le urla contro la “patrimoniale” si sono sentite alte e diffuse.

Quando sentiamo tuonare contro i “lacci e lacciuoli” che ostacolano la crescita, abbiamo imparato che le soluzioni vanno sistematicamente a senso unico. Le rigidità da rimuovere diventano solo quelle sulla facilità nei licenziamenti (ed ecco l’art.8) o la scarsa flessibilità della forza lavoro (ed ecco le vari leggi Treu e Trenta). Oppure vengono additati come ostacolo la quantità dei lavoratori pubblici o il volume della spesa sociale impiegata per assicurare ad un paese di 60 milioni di abitanti (più almeno 5 milioni di nuovi residenti provenienti da altri paesi) un sistema sanitario, previdenziale e scolastico appena degno di standard civili. Ministri di “bassa statura” e ministri ossessionati dagli anni Settanta lo riaffermano – collezionando anche pessime figure – in ogni occasione.

Ma non c’è solo questo. Alcuni giornalisti e nuovi demagoghi hanno fatto la loro fortuna fustigando le spese folli della casta e i costi della politica, indicando così all’opinione pubblica l’albero ma occultando oculatamente la foresta (alla quale i giornalisti non sono affatto estranei). E’ vero, esistono le caste, ma queste coincidono solo parzialmente con il ceto politico. Uno sguardo portato più in profondità sulla struttura economica e sociale del paese rivela cose diverse e soprattutto assai più inquietanti.

La impietosa e dettagliata radiografia offertaci da Marco Panara su Affari e Finanza di lunedi 19 settembre (vedi anche http://www.contropiano.org/it/economia/item/3469-la-rendita-anticapitalista-la-ricchezza-italiana-che-non-produce-sviluppo ) ci dice invece che il principale ostacolo alla crescita economica e sociale del paese…. è la sua borghesia e le sue caratteristiche parassitarie.

La ricchezza lorda delle famiglie italiane alla fine del 2010 ammonta a 9 mila 732 miliardi di euro, i debiti (sempre delle famiglie) a circa mille miliardi, la ricchezza netta è quindi pari a 8 mila 700 miliardi” scrive Panara. Si tratta di una ricchezza molto superiore al Pil e al debito pubblico che ci viene rovesciato addosso come ricatto sul futuro. Il problema, ovviamente, è l’uso è la distribuzione di questa enorme ricchezza. “Per capire perché questa immensa ricchezza privata non produce crescita, dobbiamo guardarci dentro. Quello che troviamo già dice quasi tutto. Di quei 9 mila 732 miliardi di patrimonio lordo il 57,8 percento è rappresentato da immobili, il 4,9 per cento da beni di valore e da impianti, macchinari, scorte, attrezzature, brevetti, avviamenti (le cosiddette attività reali) e il 37,3 per cento da attività finanziarie”.

In sostanza, afferma Panara, questa ricchezza è immobile, immobilizzata, vincolata a produrre rendita. Non produce benessere perchè viene tassata molto meno che il lavoro, non produce neanche profitti perchè non viene investita nella produzione e nella tecnologia ma solo in rendita immobiliare e finanziaria. La quota di ricchezza che la borghesia stracciona del nostro paese destina alla produzione appare infatti irrisoria: solo il 4,9%. Eppure è su questa quota irrisoria (e sui lavoratori ad essa collegati) che si abbatte la maggior parte dell’imposizione fiscale e dei provvedimenti tesi a ridurre sempre di più il monte salari da destinare ai lavoratori.

Quando affermiamo che i padroni sono solo dei “prenditori” (checchè ne dica la signora Marcegalia) è perchè anche i dati Mediobanca confermano come in questi venti anni i profitti andati a investimenti tecnici sono rimasti al palo, mentre quelli reinvestiti in attività finanziarie e immobiliari sono schizzati verso l’alto. La delocalizzazione nei paesi a bassi salari – facilitati anche da trattamenti fiscali di tutto favore – e l’estensione di questo ideologia della “rendita” anche in alcuni settori del nostro blocco sociale di riferimento, ha poi completato il “grosso guaio”.

Se questo è il quadro, il problema dell’Italia è per un verso quella di avere una borghesia “non capitalista”, incapace cioè di essere tale. Dall’altro è quello di aver scatenato una “lotta di classe dall’alto contro il basso” del tutto unilaterale ma che non trova la dovuta resistenza e un propedeutico e reciproco “odio di classe”.

Aver trasformato il lavoro, i lavoratori, le spese e i servizi sociali in un “bancomat” delle istituzioni finanziarie europee in nome del ricatto del debito, non solo non è una soluzione alla crisi ma è la sua perpetuazione fino all’esito finale. E qui dovremo chiederci se sarà solo “la rovina comune di tutte le classi in lotta” o se l’alternativa possa avere di nuovo il carattere dell’emancipazione collettiva da questo capitalismo rapace e straccione che imprigiona e trascina nel baratro la nostra società. La campagna “Noi il debito non lo paghiamo” contro l’Europadelle banche e l’incontro del 1 Ottobre convocato dall’appello “Dobbiamo fermarli!” potrebbero ingaggiare questa sfida.

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