Menu

La truffa sulla “produttività”

Ossia l’unico riferimento normativo e contrattuale per tutti quei lavoratori dipendenti (il 70% del totale) che lavorano per aziende così piccole da non avere un contratto anche “aziendale”.

La Stampa di Torino è un giornale ben fatto e ben informato. Quindi, se su questo tema dice cose sbagliate, ma che vanno nell’interesse delle imprese (quindi del proprietario, la Fiat), significa che spara volontariamente il falso.

Vediamo dunque l’articolo che dedica all’argomento e proviamo a spiegare perché manipola questo tipo di informazione.

Vent’anni di lavoro buttati . L’indice fermo ai valori del ’92
MARCO SODANO
TORINO
Un confronto doppiamente impietoso: sia se si prende a paragone il passato, sia se si prendono a paragone gli altri paesi europei. Nell’uno come nell’altro caso è evidente che l’Italia è un paese immobile, che questa immobilità produttiva è doppiamente in grave in un periodo di recessione quasi globale, che la prospettiva è che le tasche dei lavoratori italiani siano – se possibile – ancora più vuote nel futuro prossimo. Gli ultimi dati arrivano dall’Istat e sono spietati. Negli ultimi vent’anni, cioé a partire dal 1992, l’indice della produttività italiana è cresciuta solo dello 0,5% annuo. Negli ultimi dieci anni – ovvero dal 2003 – si concentra la frenata più marcata. Risultato davvero troppo modesto per un paese di innovatori quale tutto sommato siamo ancora nella percezione dei nostri partner commerciali esteri. E snodo decisivo per riportare gli indici congiunturali nostrani stabilmente nella parte positiva dei grafici.
Non è un caso che il governo, studiando il pacchettone della legge di stabilità, abbia riservato alla voce produttività uno stanziamento da record. Oltre 2 miliardi di euro che però saranno disponibili «solo se imprese e sindacati – parole del ministro Fornero – saranno capaci di trovare un’intesa di qualità sui contenuti». Quello della produttività è il nodo sul quale il governo conta per sgessare le rigidità delle relazioni industriali e del mondo del lavoro all’italiana. Tavoli nei quali il sindacato non sembra mai disponibile a mettere in primo piano le esigenze produttive.
Gli accordi senza una parte del sindacato – vedi il caso Pomigliano – non funzionano. E di qui l’urgenza del governo di garantire un’intesa unitaria. Le cifre del rapporto sono molto chiare sul punto. Nel periodo 1992-2011 la produttività totale dei fattori, quella che misura la crescita nel valore aggiunto attribuibile al progresso tecnico e a miglioramenti nella conoscenza e nei processi produttivi, ha registrato, «una crescita media annua dello 0,5%, a fronte di un incremento medio dell’1,1% del valore aggiunto e dello 0,7% dell’impiego complessivo di capitale e lavoro».
La dinamica della produttività totale dei fattori nel corso delle principali fasi cicliche dell’economia italiana «è molto simile a quella della produttività del lavoro», osserva l’Istat. Viceversa, nell’arco della fase 1993-2003 si è osservata una crescita media annua dello 0,7%, mentre in quella successiva la dinamica rallenta marcatamente, con un incremento medio dello 0,3%.
«Tale frenata è il risultato della minore crescita del valore aggiunto (+1,4% nel periodo 2003-2008 e +1,9% nel periodo 1993-2003) rispetto a quanto imputabile all’impiego congiunto degli input produttivi (1,1% nel periodo 2003-2008 e 1,2% nel periodo 1993-2003)», spiega l’Istituto di statistica. Negli anni successivi arriva poi la spada di Damocle della grande crisi, che strozza l’attività economica a livello mondiale e si ripercuote in modo molto evidente sulla congiuntura italiana. Nel 2009 la produttività totale dei fattori diminuisce del 4,9% per effetto della forte contrazione del valore aggiunto, ben superiore a quella dell’impiego complessivo dei fattori produttivi (-3,1%).
Nel 2010 alla vivace crescita del valore aggiunto (+3,2%) si accompagna un’ulteriore, seppur modesta, diminuzione dell’impiego dei fattori produttivi (-0,3%); di conseguenza, la produttività totale dei fattori aumenta del 3,5%. Nel 2011 la dinamica della produttività totale dei fattori torna modesta (+0,4%) per effetto della debolezza della crescita del valore aggiunto (+0,7%) cui si aggiunge una risalita dell’impiego di fattori produttivi (+0,3%).
La dinamica economica da sola non basta, insomma, a risvegliare la corsa della produttività. Il governo mette sul piatto una contropartita che può fare la differenza. Ora tocca ai sindacati trovare la strada per accordarsi con le imprese. Potrebbe essere l’ultima occasione.

Il ragionamento si regge su alcune definizioni date per implicite ma usate in modo distorto e alcuni dati decisamente mancanti. L’equazione, alla fine, non può che dare i risultati voluti, non quelli veri.
Intanto, cosa si intende per “produttività”? In economia “neoclassica” è “il rapporto tra la quantità di output e le quantità di uno o più input utilizzati nel processo di produzione”. Gli input sono in genere macchinari (investimenti tecnici fissi), lavoro, materie prime; gli output sono i prodotti finiti. Il rapporto di valore tra le due masse di capitale dà un risultato che indica il grado di “produttività” dei fattori produttivi impiegati.
Per non faticare troppo, o per deviare intenzionalmente l’analisi, si è soliti usare come misura della produttività dell’industria il “valore aggiunto per lavoratore o ora lavorata”. Gli economisti stessi, però,  avvertono che “il rapporto valore aggiunto-lavoro soffre di diversi limiti come indice di produttività settoriale. In particolare, da un lato tiene conto di un solo fattore di produzione, il lavoro; dall’altro non riesce a rendere conto della generale interdipendenza delle industrie, ma considera i singoli settori economici implicitamente come modelli di produzione verticalmente integrati. Per questo, laddove possibile, gli vengono preferiti altri indici. In particolare, viene spesso utilizzata la total factor productivity (TFP), o produttività totale dei fattori”.
Cosa significa? Che la produttività dipende da diversi fattori; se si prova a misurarla su uno soltanto – guarda caso, il lavoro – il risultato è sbagliato. Ma a qualcuno conviene. E’ ovvio infatti che la prestazione lavorativa soffre di alcuni limiti invalicabili: durata della giornata (24 ore), orario lavorativo (tenendo conto del riposo fisiologicamente necessario per tornare al lavoro con energie sufficienti per un’altra giornata), intensità dei ritmi sostenibili. Tentare di aumentare la “produttività” solo su questo lato significa aumentare l’orario di lavoro, diminuire il riposo, aumentare i ritmi. Ma più di tanto non si riesce a “grattare”. L’altro elemento “flessibile” diventa dunque il salario, che misura il valore della prestazione lavorativa. Se lo si diminuisce, aumenta matematicamente la “produttività” della stessa prestazione. Ma anche su questo lato si presentano ben presto dei limiti (il salario dovrebbe al minimo consentire di avere un livello di reddito tale da potersi mantenere in vita e con forza sufficiente per continuare a lavorare).
In Marx questo modo di procedere viene chiamato “aumento dell’estrazione di plusvalore assoluto”. Un modo da pezzenti, diciamo noi di Oxford.

Se si considerano le materie prime come elemento “inflessibile” – c’è un prezzo internazionale per ognuna di esse e abbassarlo non è nelle possibilità della singola azienda, né in quelle dei governi – c’è un solo altro “fattore produttivo” che possa pesare sulla produttività: il progresso tecnologico, l'”innovazione di processo” che consente di costruire la stessa quantità di merci con un numero inferiore di lavoratori. Marx lo chiama “aumento dell’estrazione di plusvalore relativo”. Questo significa che deve essere il singolo imprenditore a comprare nuove macchine che sostituiscano quelle meno “produttive”. Macchine che hanno ovviamente un prezzo “inflessibile”, fissato sul mercato. Questa spesa per macchinari rientra per definizione tra gli “investimenti tecnici fissi”.
Di questi La Stampa (e tutta la Confindustria, il governo, gli altri media, gli stessi sindacati) non parla.
Perché? Per un motivo semplice: bisognerebbe dire che negli ultimi 20 anni le imprese non hanno fatto (nel loro insieme) investimenti sufficienti ad aumentare la “produttività totale”. E non hanno investito per due ottimi motivi: la “politica dei redditi” fissata – guarda caso – proprio nel ’92 con gli accordi di Maastricht, la maxi-finanziaria di Giuliano Amato, gli “accordi sulla concertazione” firmati da Cgl, Cisl e Uil, permettevano di cominciare a pagare meno il lavoro, far lavorare di più, aumentare gli straordinari, intensificare i ritmi. Una “politica” che ha avuto una grande efficiacia finanziaria: nella ripartizione totale dei redditi sociali, il lavoro ha perso circa il 15% a favore del profitto e delle rendite.
Il secondo motivo è addirittura inconfessabile: gli imprenditori, in media, hanno preferito investire gli utili sul mercato finanziario o su quello immobiliare, invece che per potenziare la propria capacità produttiva “reale”.

Nella marea di grafici che tutti i giornali propongono ai lettori, infatti, manca sempre quello relativo agli investimenti tecnici fissi. Ve lo diamo noi, anche se non esattamente quello che avremmo voluto, tratto dall’identico rapporto Istat pubblicato ieri.

Come potete vedere, la colonna del “capitale” – anche senza considerare il periodo di crisi nera, dopo il 2008 – non si discosta mai dallo zero virgola. Esattamente come il “lavoro”, che però si scontra con i già illustrati limiti “fisici”.
Proprio quelli che ora, con l'”accordo sulla produttività”, le imprese vengono autorizzate a sfondare, diminuendo anche i livelli salariali.
Una considerazione finale ci sembra necessaria. Questi falsi e bugiardi pensano davvero di “recuperare competitività” internazionale in questo modo? I dati globali dicono di no. Se il salario alla Fiat di Kragujevac è di circa 300 euro al mese (con ritmi, orari e straordinari tipici del “modello Pomigliano”) è chiaro che non c’è nessuna speranza di riuscirci. Come per gli “accordi per la concertazione” del ’93, l’unico risultato che potranno ottenere è la deflazione salariale. Ovvero una diminuzione della “domanda interna” che si abbatterà come uno tsunami proprio su quella parte del mondo imprenditoriale – i “piccoli e medi” – che ha voluto questo accordo per “crescere”. Falsi e bugiardi, insomma. Ma soprattutto ottusi e senza un’idea. Quindi affamati e “cattivi”.

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *