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Prove tecniche di fasciorazzismo. Per ora vanno male…

La “marcia su Bologna” è stata un flop, come dimensioni numeriche e risultato politico. La ricucitura con Berlusconi e Meloni ha annacquato parecchio il radicalismo parolaio di Salvini (il “blocchiamo l’Italia per tre giorni” si è trasformato in una gita a beneficio di telecamere), mentre la piazza semivuota era imbarazzante persino per i cameraman, obbligati a tenere bassa l’inquadratura per dare comunque l’impressione del “pieno”. Poi, certo, a sparar numeri son buoni tutti. E quindi, giustamente, i geniali Wu Ming hanno ricordato che per far entrare centomila persone in piazza Maggiore – la cifra sognata da Salvini – bisognerebbe stiparne 23 per metro quadro.

Ma non c’è da star tranquilli e si è fatto benissimo a manifestare contro il fascioleghismo.

Smaltita l’adrenalina bisogna però centrare la riflessione su alcuni elementi “semi-strutturali” che si vanno affermando in questi mesi.

Il sogno di creare un partito-movimento di ultradestra, popolare, a livello nazionale, a partire dalla Lega come nucleo centrale, si è rivelato per l’appunto un sogno. Anche per la macchina mediatica centralizzata (Rai e Mediaset hanno ospitato per mesi Salvini dalla mattina alla sera, in tutte le trasmissioni possibili, rendendolo secondo soltanto a Renzi quanto a invasività) risulta impossibile far dimenticare il suo anti-meridionalismo viscerale, trogloditico, politicamente suicida, sempre pronto a riemergere quando deve cercare una battuta forte per tenere la scena.

D’altro canto, come i “sinistri di governo”, i fascioleghisti possono promettere poche cose: l’azione del governo è solidamente nelle mani della Troika, e questo l’hanno capito anche i gatti.

Ma non si può ignorare che Salvini oggi fa da apripista a un’idea “esclusiva” della cittadinanza sociale e politica, da cui andrebbero eliminati “estranei” ed “inutili”, oltre naturalmente i “nemici”. La “ruspa” linguistica che usa indica migranti, sinistra, centri sociali, organizzazioni più o meno orientate a pratiche di solidarietà fattiva, come ostacoli da rimuovere senza badare al sottile. Di fronte a una crisi che non passa – aumentano gli analisti che parlano di “stagnazione secolare” – questa destra prova a disegnare una risposta di “senso comune” per cui, se non ce n’è per tutti, si fanno fuori “gli altri”. Una lista molto aperta, dove inserire di volta in volta chi serve.

È una risposta fascista e razzista, non c’è da approfondire troppo. Ma non siamo di fronte a un “rigurgito”, come sempre avvenuto dalla Resistenza in poi. Non si tratta più di nostalgici del duce e di un’iconografia d’altri tempi, contro cui ci si mobilitava – in forme anche durissime – contando su un sentimento popolare diffuso e su “anticorpi democratici” istituzionalizzati, anche se progressivamente ridotti all’esercitazione retorica e celebrativa.

Oggi il fasciorazzismo fa finta di “guardare avanti”, proponendosi come qualcosa di “nuovo”. E in qualche modo nuovo è l’impasto di paure e chiusure localistiche, capaci di attraversare gli antichi confini di figure sociali ormai prive di visioni identitarie “di classe”, quindi esposte senza difese alla penetrazione di semplificazioni da operetta di cui sarebbe idiota, però, soltanto ridere. Al posto della “Roma imperiale” viene agitato un futuro povero, da villaggio blindato contro l’invasione dei barbari e da “bonificare” internamente, eliminando i “trattativisti”.

Una visione beota che non ha alcuna possibilità di diventare progetto di guida, così com’è. Ma che semina merda, certa che qualcuno passerà a raccogliere i frutti marci di quest’opera di devastazione.

A livello istituzionale, infatti, l’opera di demolizione degli organismi della rappresentanza e partecipazione (dal Parlamento ai “corpi intermedi”) prosegue a tappe forzate, “costituendo” un altro e feroce meccanismo di potere centralizzato, a-democratico e di impronta “amministrativista”, sul modello delle istituzioni dell’Unione Europea. Un meccanismo programmato, un “pilota automatico” secondo la definizione di Draghi, indifferente alle “qualità” o alle idee di chi dovrà sedersi nella cabina di comando.

L’incrocio tra un’ideologia fasciorazzista e questo meccanismo di governance è il vero nucleo del fascismo del nuovo secolo. Salvini e Renzi, per molte ragioni, stanno soltanto spianando la strada al regime reso possibile da questo incrocio. Non ne saranno loro i protagonisti.

Se questo è vero, la partita dei prossimi tempi si giocherà nelle periferie e nei luoghi di aggregazione (a partire dai luoghi di lavoro e dalle scuole). È lì che l’avanzare delle metastasi fascioleghiste va contrastato e battuto. Un “senso comune” reazionario lo si vince in piazza, quando necessario. Ma soprattutto nel lavorio quotidiano di tanti attivisti capaci di collegare i problemi spiccioli del “qui e ora” con una visione che supera i confini e restituisce il senso di una trasformazione sociale necessaria, non solo “desiderabile”. Scorciatoie non ce ne sono…

 

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