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Renzi scivola sulla legge di Murphy

Per quel che rimane della “politica” italiana – e il suo baricentro, ossia il Pd renziano – sembra proprio che sia arrivato il momento in cuise qualcosa può andar male, lo farà”.

L’incidente alla Camera, su cui si è infranta la “santa alleanza” per approvare una nuova legge elettorale, può tranquillamente esser catalogato tra le manifestazioni empiriche della legge di Murphy. Un emendamento secondario, relativo al sistema elettorale diverso previsto solo per il Trentino, presentato oltretutto da una fedelissima berlusconiana, è stato sufficiente a far dire a tutti che “questa legge è morta”. Amen.

L’episodio in sé non meriterebbe tanta attenzione se non fosse il termometro di una malattia difficilmente curabile: la scomparsa di una “classe politica” professionale, competente, affidabile anche se totalmente contestabile. Meritocratica, insomma.

La banda dei nominati che occupa attualmente i banchi del Parlamento – a parte qualche vecchio marpione di formazione democristiana, comunque di seconda o terza fila – è di fatto impresentabile in una “cena elegante”, figuriamoci se può ricoprire il ruolo di “nuovi costituenti”. I pochi leader sopravvissuti alla mattanza non hanno comunque la “statura minima” per passare le visite da statista…

Il che è davvero un problema irrisolvibile per i cosiddetti “poteri forti”, primi responsabili della rottamazione del “pubblico” a favore del “privato”, a partire proprio dalla demolizione della sfera politica come camera di compensazione tra interessi sociali diversi e confliggenti. Il cosiddetto pensiero unico, o meglio ancora il più ultimativo “non ci sono alternative”, ha prodotto un certo numero di pappagalli capaci di recitare a comando il copione scritto ai vertici della Troika e malamente tradotto in vari vernacoli nazional-popolari. Ossia in “narrazioni” cucite su misura del personaggetto di turno da presentare come calamita acchiappavoti.

Basta vedere come il Corriere della Sera, organo principe del notabilato italico, sta trattando l’ex speranza Matteo Renzi, passato in pochi mesi da “rinnovatore” senza se e senza ma a pasticcione seriale, incapace di imbroccarne una. L’editoriale di Massimo Franco è in questo senso quasi un preavviso di licenziamento:

Forse, prendere atto di essere non il primattore ma solo uno dei protagonisti di questa fase, è la condizione per evitare altri schiaffi al Pd, e guai politici e finanziari al Paese. Non andrebbe mai dimenticata la sconfitta al referendum istituzionale del 4 dicembre scorso. È un precedente che pesa e sarà fatto pesare: soprattutto nei passaggi decisivi”.

Da mattatore assoluto a uno dei tanti, dal “noi andiamo avanti comunque” al cercare di costruire equilibri semi-stabili fondati su compromessi; dal “ce ne faremo una ragione” (il vecchio menefrego mussoliniano, risciacquato in Arno) all’aspetta e spera.

Fossimo nei panni della Troika, in effetti, saremmo quasi disperati. Non c’è traccia, in questa classetta di mezze figure, di una faccia o una retorica all’altezza di un Macron qualsiasi. Men che mai di una Merkel.

Resta il problema: come si governa una società complessa senza più “la politica”? A forza di “decreti Minniti”? Fossimo in quei panni, non ci spereremmo. Quando la legge di Murphy entra in azione, le soluzioni che sembrano facili sono quelle certamente sbagliate…

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1 Commento


  • luca favalli

    in Italia non abbiamo più una classe dirigente degna di questo nome, ormai dagli anni novanta quando con buona pace sono finiti i partiti di massa che una scuola di partito la possedevano e potevano esprimere una classe accettabile, ma poi si sono preferiti i tecnici e la società civile hanno fatto disastri entrambi leggi liberiste che impoveriscono le classi lavoratrici e pensionati

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