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Lumpenproletariat ed esercito salariale di riserva

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Le due definizioni marxiane che seguono si adattano benissimo alla situazione italiana così come questa si sta profilando e in relazione a come si sta muovendo il capitalismo europeo, la Comunità e il governo italiano in un quadro internazionale nel quale la guerra appare l’elemento maggiormente probante in zone delicatissime dello scacchiere strategico.
Quando si legge di 650 euro, 490 euro: si confrontano queste cifre con le percentuali della disoccupazione e della povertà ci si dovrebbe interrogare sul clamoroso deficit di politica economica, di struttura industriale, di prospettive di lavoro, di sfruttamento e di sopraffazione che rappresentano la cifra egemonica in cui si esprime la classe dominante.
Senza alcun ulteriore commento, se non riguardante non soltanto l’assenza di un serio contrasto a questo stato di cosa ma soprattutto la mancanza di una organizzazione politica capace di affrontare la realtà di queste contraddizioni.

LUMPENPROLETARIAT
Il sottoproletariato (in tedesco Lumpenproletariat,lett. “proletariato cencioso”), nelle moderne società industriali, è la classe sociale economicamente e culturalmente più degradata, priva di coscienza politica e non organizzata sindacalmente, i cui componenti traggono il loro reddito da occupazioni vicine a quelle del proletariato ma tuttavia occasionali o talvolta invece sfocianti nell’illegalità. Il termine sorge per definire la classe sociale economicamente più debole rispetto al proletariato, che, invece, può fare affidamento su un reddito stabile e sicuro, benché basso, e può vantare una maggiore consapevolezza di classe e di una maggiore organizzazione dovuta all’inquadramento sindacale.

ESERCITO SALARIALE DI RISERVA
L’esercito industriale di riserva rappresenta un elemento indispensabile del meccanismo sociale capitalistico, esattamente uguale alle macchine di scorta e alle materie prime nei magazzini degli stabili­menti o ai prodotti finiti già immessi nelle botteghe. Né la generale espansione della produzione né l’adattamento del capitale al periodico flusso e riflusso del ciclo industriale sarebbero possibili senza una riserva di forza-lavoro. Dalla tendenza generale dello sviluppo capita­listico, l’aumento di capitale fisso (macchine e materie prime) a spese del capitale variabile (forza-lavoro), Marx trasse la conclusione: “Più grande la ricchezza sociale… maggiore l’esercito industriale di riser­va… più grande la massa in eccesso di popolazione consolidata… mag­giore il pauperismo ufficiale. Questa è la legge generale assoluta del­l’accumulo capitalistico”.
Questa tesi, indissolubilmente legata alla “teoria della miseria crescente” e per decenni tacciata di “esagerazione”, “tendenziosità”, “demagogia”, è divenuta ora l’impeccabile immagine teorica delle cose quali sono tanto più in considerazione dell’aumento della disponibilità a farne parte di gran parte della massa dei migranti.

650 EURO
Prende forma la proposta del governo per garantire ai giovani, che andranno in pensione integralmente con il sistema contributivo, una rete di sicurezza che garantisca loro un assegno minimo da 650 euro, in caso i contributi versati non siano sufficienti a raggiungere questa soglia.

485 EURO (MASSIMO)
Parte ufficialmente, dopo il secondo definitivo esame di ieri in Consiglio dei ministri, un nuovo strumento mirato a combattere la povertà delle famiglie: il Reddito d’inclusione (ReI). Il ReI – richiesto da tempo dalle Ong dell’Alleanza contro la Povertà – scatta dal primo gennaio del 2018, e consiste in un assegno mensile da 190 fino a 485 euro per un massimo di 18 mesi.

POVERTA’ IN ITALIA
Nel 2016 si stima siano 1 milione e 619mila le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta, nelle quali vivono 4 milioni e 742mila individui.
Nel 2016 l’incidenza della povertà assoluta sale al 26,8% dal 18,3% del 2015 tra le famiglie con tre o più figli minori, coinvolgendo nell’ultimo anno 137mila 771 famiglie e 814mila 402 individui; aumenta anche fra i minori, da 10,9% a 12,5% (1 milione e 292mila nel 2016).

La povertà relativa nel 2016 riguarda il 10,6% delle famiglie residenti (10,4% nel 2015), per un totale di 2 milioni 734mila, e 8 milioni 465mila individui, il 14,0% dei residenti (13,7% l’anno precedente).

DISUGUAGLIANZE
La classe operaia e il ceto medio “sono sempre state le più radicate nella struttura produttiva del nostro Paese ma oggi la prima – osserva l’Istat – ha abbandonato il ruolo di spinta all’equità sociale mentre la seconda non è più alla guida del cambiamento e dell’evoluzione sociale”. Si assiste quindi a una “perdita dell’identità di classe, legata alla precarizzazione e alla frammentazione dei percorsi lavorativi”.
Per l’Istituto ci sono interi segmenti di popolazione che “non rientrano più nelle classiche partizioni: giovani con alto titolo di studio sono occupati in modo precario, stranieri di seconda generazione che non hanno il background culturale dei genitori, stranieri di prima generazione cui non viene riconosciuto il titolo di studio conseguito, una fetta sempre più grande di esclusi dal mondo del lavoro dovuta – sottolinea l’Istituto – anche al progressivo invecchiamento della popolazione”.
Ecco che nella nuova geografia dell’Istat “la classe operaia, che ha perso il suo connotato univoco, si ritrova per quasi la metà dei casi nel gruppo dei ‘giovani blue-collar'”, composto da molte coppie senza figli, e “per la restante quota nei due gruppi di famiglie a basso reddito, di soli italiani o con stranieri”. Anche la piccola borghesia si distribuisce su più gruppi sociali, in particolare “tra le famiglie di impiegati, di operai in pensione e le famiglie tradizionali della provincia”. Secondo l’Istituto “la classe media impiegatizia è invece ben rappresentabile nella società italiana, ricadendo per l’83,5% nelle ‘famiglie di impiegati'”.
I SENZA REDDITO –  In Italia nel 2016 si contano circa 3 milioni 590 mila famiglie senza redditi da lavoro, ovvero dove non ci sono occupati o pensionati da lavoro. Si tratta del 13,9% del totale, con la percentuale più alta che si registra nel Mezzogiorno (22,2%) Si tratta di tutti nuclei ‘jobless’ dove si va avanti grazie a rendite diverse, affitti o aiuti sociali. Nel 2008 queste famiglie erano 3 milioni 172 mila, il 13,2% del totale.
GIOVANI NEET – In Italia i Neet, acronimo inglese che sta per giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non studiano, sono scesi a 2,2 milioni nel 2016, con un’incidenza che passa al 24,3% dal 25,7% dell’anno prima. Nonostante il calo si tratta ancora della quota “più elevata tra i paesi dell’Unione” europea, dove la media si ferma al 14,2%.

 

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