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La modernità rivoluzionaria di Domenico Losurdo: una lezione per l’oggi e per il domani

Negli anni in cui impazzava il prefisso post- per descrivere il mondo contemporaneo, cioè dagli anni 80 in poi, l’attività di Domenico Losurdo ha avuto un valore di resistenza ideologico-culturale che ha sfidato il conformismo e il riflusso generale di quegli intellettuali che poi hanno contribuito a creare il brodo culturale della “sinistra”.

Di quegli anni,  dal punto di vista delle “visioni”, se ne può avere un quadro descrittivo leggendo il testo del sociologo e storico delle idee americano Krishan Kumar, Le nuove teorie del mondo contemporaneo. Dalla società post-industriale alla società post-moderna. Chi invece volesse rileggerli controcorrente, con spirito critico (nel senso di Marx), dovrà accompagnare alla lettura precedente tutta la produzione teorica di Losurdo.

Le trasformazioni dapprima del paradigma produttivo “occidentale” e poi quelle storico-politiche (la fine del blocco socialista) vissute in “occidente” come rottura epocale hanno creato tutta una serie di mitologie di massa, che ha coinvolto l’accademia e, a cascata, il pubblico colto della middle class, inducendolo a credere a un punto di non-ritorno storico. Si era post-moderni, ma si era ancora dentro la dinamica dell’imperialismo, pur con le novità emerse. Si era nel post-guerra fredda nel “nuovo ordine mondiale” (poi definito “criticamente” impero), ma si era ancora in un mondo fatto di conflitti. Si era post-fordisti, post-industriali, e non si sapevano leggere le dinamiche fondamentali del modo di produzione capitalistico intanto ridivenuto mondiale (in volgare “globalizzazione”, oggi finita). Si pensava che il lavoro dovesse finire, e diventava infinito, al contrario, aumentando il tasso di sfruttamento, tanto che oggi si può parlare di ritorno di vigenza del plusvalore assoluto.

A rileggere di fila tutti quei post- (scusate il gioco di parole), viene di ricordare quella scena del film di Denys Arcand, Le invasioni barbariche, in cui un gruppo di accademici cinici di sinistra rievoca, tra il nostalgico e l’autoironico, tutte le mode culturali, filosofiche e politiche vissute in modo superficiale.

Per contro, Domenico Losurdo ha inteso non solo approfondire il senso della matrice storico-politico-filosofica della modernità, ma lo ho fatto sempre nel vivo di una battaglia militante, non solo nel chiuso cenacolo dell’accademia.

Provando a enuclearli, i temi intorno a cui ruota la riflessione di Losurdo sono: 1) la modernità nata dalla Rivoluzione francese e letta attraverso il suo più grande interprete, Hegel; 2) l’esperienza della Rivoluzione russa come continuazione di quella esperienza, con particolare attenzione al processo di liberazione dal colonialismo, grande rimosso del “marxismo occidentale” e della sinistra in genere; 3) la critica delle visione ideologiche della modernità che hanno portato a una visione astorica del liberalismo, 4) e alla conseguente demonizzazione dell’esperienza socialista, facendo ricorso alla più che ideologica categoria di totalitarismo (critica al revisionismo storico); 5) critica della deriva ideologica della sinistra e dei marxisti e critica della visione binaria della lotta di classe (operai-padroni) e tutta centrata sull’“occidente” euro-nordamericano.

Ora, a voler dare uno sguardo a volo d’uccello al percorso di Losurdo, senza avere dunque la pretesa della completezza, non si può non constatare che il concetto di moderno che Losurdo propugnava e difendeva aveva tutt’altro carattere da ciò che i suoi detrattori (del moderno) gli imputavano. Quel moderno (che è il nostro attuale) veniva letto con la lente del suo maggior filosofo, il tedesco G.F.W. Hegel e in generale a partire dai problemi – questi sì epocali – posti dalla Rivoluzione francese e della sua applicazione più “conseguente” (per usare un’espressione cara a Lenin) nella rivoluzione bolscevica.

A dare uno sguardo ai titoli e alle date, non si può equivocare l’importanza attribuita a questo filosofo: Tra Hegel e Bismark. La rivoluzione del 1848 e la crisi della cultura tedesca (1983), Hegel, questione nazionale, Restaurazione. Presupposti e sviluppi di una battaglia politica (1983), La catastrofe della Germania e l’immagine di Hegel (1987), Hegel, Marx e la tradizione liberale: libertà, uguaglianza, Stato  (1989), L’ipocondria dell’impolitico, la critica ad Hegel ieri e oggi (1991), Hegel e la libertà dei moderni (1992), Hegel e la Germania: filosofia e questione nazionale tra rivoluzione e reazione (1997).

Diverse sono le ragioni profonde che spingono a indagare la riflessione hegeliana in cui si trovano sintetizzati in concetti gli snodi cruciali della modernità, proviamo a individuarne solo alcuni.

1) La categoria di universalità: è centrale e permette l’individuazione di un concetto di uomo, soggetto universale di diritti, prodotto storico-sociale delle rivoluzioni politiche moderne; senza di esso non ha senso parlare di libertà, democrazia, dignità di ogni singolo uomo, ovvero un concetto mondano di uomo, contro tutte le interpretazioni religiose di ieri e di oggi. Losurdo smonta, pertanto, l’opposizione tra liberalismo anglosassone rispettoso delle regole a una visione totalitaria, organicistica di impianto hegelo-marxiana. Si tratta, in verità, della rivalutazione della dimensione politica, tramite la valorizzazione della polis greca in chiave giacobina (come in Marx) da opporsi alla svalutazione religiosa della comunità politica. Per dirla con le parole di un recensore di Losurdo:

«L’utilizzo della categoria dell’universalità, centrale nel pensiero kantiano, non è per nulla innocente sul piano politico perché implica una critica dei privilegi e dei particolarismi feudali; per Hegel la marcia della rivoluzione coincide con la marcia dell’universalità e non è un caso che i teorici conservatori […] facciano continuo riferimento alla “particolarità” […]

Il pathos del “genere” che caratterizza la filosofia classica tedesca, è la progressiva costruzione dell’universalità che costituisce il filo conduttore della filosofia della storia di Hegel ed è il giovane Marx l’erede del realismo della filosofia classica tedesca con la sua elaborazione dell’uomo come “ente generico” che, ben lontano dall’essere la negazione dell’idea di “individuo”, ne costituisce invece il fondamento inevitabile. Non è dunque possibile affermare la dignità dell’uomo, inteso nella sua universalità, senza far ricorso ad una categoria che è centrale nell’evoluzione della filosofia classica tedesca da Kant a Marx»[1].

2) La categoria di contraddizione oggettiva: tramite essa si afferma da un lato l’importanza del negativo come motore della realtà, e dall’altro si afferma che la contraddizione non è una categoria del pensiero (uno schema calato dall’alto), ma è presente nella realtà. Senza di essa non si potrebbe dar conto del salto qualitativo rappresentato dalla rivoluzione, né del processo del divenire storico.

Prendiamo solo queste due punti per riallacciarli ad altri due filoni di studio di Losurdo, ossia l’importanza della rivoluzione russa (letta anche con gli strumenti concettuali di Gramsci) e la critica al colonialismo, critica che è immanente al processo rivoluzionario che dall’“est” delle colonie liberate si riversa sull’“ovest”, mettendone in crisi la centralità nel processo rivoluzionario. Citando un brano di Antonio Gramsci, se ne capisce meglio il senso.

«Cosa significherebbe Nord-Sud, Est-Ovest senza l’uomo? Essi sono rapporti reali e tuttavia non esisterebbero senza l’uomo e senza lo sviluppo della civiltà. È evidente che Est e Ovest sono costruzioni arbitrarie, convenzionali, cioè storiche, poiché fuori della storia reale ogni punto della terra è Est e Ovest nello stesso tempo. Ciò si può vedere più chiaramente dal fatto che questi termini si sono cristallizzati non dal punto di vista di un ipotetico e malinconico uomo in generale ma dal punto di vista delle classi colte europee che attraverso la loro egemonia mondiale li hanno fatti accettare dovunque. […] Così attraverso il contenuto storico che si è andato agglutinando al termine geografico, le espressioni Oriente e Occidente hanno finito con l’indicare determinati rapporti tra complessi di civiltà diverse. […] questi riferimenti sono reali, corrispondono a fatti reali, permettono […] di «prevedere» il futuro, di oggettivare la realtà, di comprendere la oggettività del mondo esterno. Razionale e reale si identificano.»[2].

Invece il liberalismo e l’ideologia della guerra ha alla base una filosofia che nega l’universale concreto dell’uomo e distingue tra sovra-uomini e sotto-uomini e giustifica il macello di milioni di uomini durante i due conflitti mondiali, da sacrificare all’altare degli interessi di classe dei “signori”, e giustifica lo schiavismo delle colonie.

La rimozione di molto del patrimonio di pensiero che dalla modernità è giunta a noi attraverso il pensiero rivoluzionario (da Kant a Hegel, da Marx a Lenin, da Gramsci a Mao, ecc.), ha causato lo smarrimento di ogni metro di giudizio politico, fino ad arrivare a giustificare quell’assurdo che è la “guerra umanitaria”, e chi lo faceva era quella stessa sinistra che da una parte si dichiarava non-violenta, dall’altra non esitava a bombardare la ex Jugoslavia (atto di nascita politica dell’ Unione Europea) o a mandare le truppe d’occupazione in Afghanistan  (tutt’oggi presenti).

Questo smarrimento è stato possibile grazie a quell’“accomodamento” che il ceto intellettuale di “sinistra” ha vissuto, mettendosi l’anima in pace col potere in particolare dopo l’89, ceto politico e intellettuale che ha accolto il metro di giudizio storico del revisionismo, quello filosofico del “pensiero post”, quello politico di un liberalismo edulcorato e contaminato dal lessico dell’ideologia americana.

Vista in questa maniera, la battaglia ideologica di Losurdo ha una sua compattezza che si è costruita negli anni, coniugando rigore scientifico, etica rivoluzionaria e spirito di parte. Lungi dall’aver esaurito tutti gli argomenti, speriamo che queste brevi note possano su un pubblico di più giovani infondere il desiderio di riappropriarsi di quell’eredità del moderno che ha animato tutti i grandi rivoluzionari fino a ieri.

[1]Maurizio Brignoli, L’ipocondria dell’impolitico. La critica di Hegel ieri e oggi, http://www.recensionifilosofiche.it/crono/2004-06/losurdo.htm

[2]A. Gramsci, Q 11 §20.

*Rete dei Comunisti

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