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La scopa e la spazzatura


Alcuni lettori hanno commentato l’editoriale “A mai più rivederti, Polverini!” esternando l’impressione che in qualche parte della nostra testa esistesse una “classifica morale”, tale che Monti potesse essere incluso tra gli “onesti” e i politici normali fra i “ladri”.

Ci rendiamo conto che non è sempre facile distinguere tra figura in primo piano e sfondo, specie in un dibattito politico in cui tutti “personalizzano” e ben pochi tengono d’occhio i processi oggettivi, quelli che vanno ben al di là delle persone. Un po’ come avviene per “il capitale”, sempre confuso con “il capitalista” singolo; così che diventa incomprensibile il perché il primo distrugga spesso il secondo. Un po’ come l’imperialismo – fase del capitalismo – sempre e solo identificato con “gli americani” (con in subordine inglesi e francesi).

Abbiamo avvertito subito, fin dalla nascita del governo Monti, che era in atto “un’invasione”. Un evento che rovescia l’ordinaria amministrazione di una società introducendo un’altra scala di priorità, un altro modo di governare, altri interessi costituiti che soppiantano quelli consolidati. Lo ripetiamo: il primo a subire i colpi inferti dal “nuovo ordine” è stato il lavoro dipendente, in ogni ordine e grado (dai pensionati ai giovani precari).

Ma la chiave di volta dell’azione del governo attuale si va applicando sulla spesa pubblica, il bilancio dello Stato. Lo si fa per ridurre lo spread, “ripristinare la fiducia dei mercati” nella solvibilità del nostro paese, e altre mille formule retoriche usate a piene mani. Ma il risultato è comunque una taglio feroce della spesa pubblica. “È la somma cha fa il totale”, si dice spesso scherzando. Ed in effetti il governo della troika sta aggredendo ogni singola voce che considera “eccessiva”. Lo fa da un punto di vista di classe, certamente. Ma di quale classe?

Qui la novità non è stata ancora metabolizzata, sia tra molti compagni che tra gli stessi protagonisti dello scandalo laziale, sia tra i giornalisti mainstream che tra quelli presunti “alternativi”. La “classe” che ha assunto le redini di comando è la borghesia multinazionale europea. Lo ha fatto soppiantando la “piccola e media borghesia nazionale” che in Berlusconi aveva trovato la rappresentanza naturale.

In questo passaggio non c’è nessuna “moralità” – superiore o inferiore – da soppesare. Semplicemente una diversa gerarchia, che lascia i nostrani intrallazzatori improvvisamente senza rete. È normale lotta di classe. Avviene anche all’interno dei ceti dominanti. Certo, se si pensa che esistano soltanto una borghesia astratta e un proletariato altrettanto astratto, questo processo di centralizzazione europea diventa incomprensibile, e l’articolazione delle figure sociali risulta illeggibile.

Eppure si tratta di un processo palese, non segreto. Sta avvenendo sotto i nostri occhi. La Bce che decide di comprare i titoli di stato dei Piigs in difficoltà, per esempio, ha “spaccato” la Germania come una mela: tra una borghesia ancora “nazionalistica” (l’ala di Bundesbank e della Cdu-Csu che continuava a dire “no” ad ogni intervento) e una “europea” (Merkel, ma anche la confindustria tedesca, Fischer, l’Spd, ecc). Se i trattati vengono riscritti, alcuni poteri scompaiono.

La “scopa della Storia” sta insomma spazzando via molta roba. E invitiamo tutti a guardare chi la tiene in mano – la borghesia multinazionale europea – più che i rifiuti travolti dalla sua azione. Scopa e spazzatura sono funzioni, non persone (anche se “incarnate” da soggetti concreti). Nella spazzatura troviamo sia elementi “moralmente ineccepibili” che trimalcioni fuori tempo. Ma è solo la miseria italica che ci fa confondere tutto quel che viene travolto soltanto con i secondi.

Ma questa confusione è molto pericolosa. Anche perché viene coscientemente alimentata dalla tecnocrazia governante: è molto più facile spazzar via i residui ostacoli istituzionali e costituzionali se si riesce a farli identificare con i Fiorito, le Polverini, i Lusi. Basta guardare a come è stato immediatamente brandito il “decreto anticorruzione”, che i berlusconiani (e più silenziosamente Udc e Pd) volevano far slittare alle calende greche.

L’editorialista del Sole 24 Ore, Stefano Folli, si è precipitato a spiegare che siamo davanti al “tramonto del sistema fondato sui partiti”. Definizione asettica, ma che indica né più né meno la democrazia stessa. Non stiamo infatti parlando di una particolare architettura istituzionale, ma del sistema in quanto tale. Senza partiti, però, salta tutto lo schema (teorico) della rappresentanza sociale istituzionalizzata. Salta il principale tra i “corpi intermedi” che tengono in equilibrio popolazione e Stato. Se teniamo presente che anche l’altro pilastro della rappresentanza – il sindacato – è ridotto ai minimi termini, quanto a credibilità e funzione “popolare”, il vuoto che appare ai nostri occhi è enorme.

In questo vuoto – voluto, costruito, ampliato quotidianamente – la borghesia multinazionale europea va costruendo il suo nuovo assetto “costituente”: poteri “sovrani” centralizzati a Bruxelles e Francoforte, programmi di governo prescritti e immodificabili che le “province meridionali” devono solo realizzare, deflazione nazionale interna e impoverimento “competitivo” della popolazione. Non ci sembra uno schema “moralmente superiore”, tantomeno “onesto”. Ma è. E spacca le ossa non soltanto ai lavoratori. Se non lo capiamo, non possiamo nemmeno capire perché i fascisti – per esempio in Grecia – riescano a trovare credibilità nei ceti popolari.

È qui che invitiamo tutti a riflettere, senza pretendere di aver capito tutto noi. Il passo che la borghesia mutinazionale europea sta facendo è molto lungo, potente, violento. La debolezza dei sistemi di rappresentanza “solo nazionali” nella gestione della crisi è stata per un verso l’occasione per accelerare il processo di centralizzazione continentale. Ma proprio la centralizzazione accelera il disfacimento dei sistemi nazionali. Spagna e Grecia sono due esempi che in questi giorni sarebbe bene tener presenti. Potrebbe dunque anche essere stato un passo “troppo lungo”, esposto al rischio di rovinosa caduta.

L’Italia è per molti aspetti più avanti nel percorso di smantellamento della rappresentanza politica e sindacale. Qui da noi la separazione tra “rappresentati” e “professionisti della rappresentanza” data da almeno 30 anni e pesa non poco sulle capacità di mobilitazione. Gli anni ’80 sono serviti a convincere la gente ad abbandonare la partecipazione politica; i ’90, dopo Tangentopoli, hanno rafforzato questa passività delegando alla magistratura il compito di “far pulizia” anche nella politica, fino a produrre l’esatto opposto con l’avvento berlusconiano. Siamo quindi arrivati ad oggi con partiti politici così tante volte “riformati” e reimpastati da perdere ogni tratto caratteristico (identità, programma, referente sociale). Con sindacati che trovano solo nel riconoscimento politico (la “concertazione”) il vero campo di legittimazione sociale. E un “popolo” quindi incapace di opporre resistenza seria e duratura a un processo di concentrazione europea che “supera” la storica democrazia borghese, senza nemmeno aver ancora definito un altro sistema costituzionale.

Da qui ci stiamo muovendo.

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