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La Cia ci spia, e non vuole più andare via

Un 29enne statunitense, dalla faccia pulita e gli occhialetti un po’ da “nerd”, come si conviene a un informatico di alto livello ed alto stipendio (200.000 dollari l’anno, ha dichiarato). Smentito ancora una volta il topos dell’immaginario che vuole le spie con la mascella quadrata, l’aria molto torva e sospettosa, il giornale con i buchi per guardarci attraverso.

La spia è sempre uno/a come te, che ti frequenta nelle occasioni più comuni e dove meno senti la necessità di chiederti “ma chi è costui e che diavolo vuole da me?”, che cerca di venire a pranzo o a letto con te. I due luoghi migliori, secondo tutti gli addestratori di “buste gialle”, per carpire informazioni “riservate”. Il più bravo di tutti, Markus Wolf, per decenni capo della Stasi tedesco-orentale, ha fatto scuola.

La comunicazione elettronica ha allargato il campo delle specializzazioni spionistiche, vista la massa di informazioni che viaggiano via Rete; ma soprattutto vista la propensione a “confessare” i propri pensieri attaccandosi alla tastiera. Come se nessuno potesse leggerli. E quindi i “110 e lode” in informatica sono entrati di slancio nel novero delle prede più ambite dai talent scout delle “agenzie”, ovvero dei servizi segreti.

Questo “scandalo” statunitense è quasi paradossale. Edward Snowden, a rigore, non ha rivelato nulla di sostanziale che non fosse già assolutamente certo ed ovvio per un normale studioso della società capitalistica contemporanea: la Cia (la Nsa, in questo caso) ci spia. E lo fa con la collaborazione attiva dei colossi dell’informatica globale con base negli Stati Uniti (da Google a Microsoft, senza dimenticare Apple e Facebook, e decine di altri nomi famosi). Tutta la nostra attività quotidiana in Rete è memorizzata, così come i tabulati telefonici; l’unica differenza è che i dati in scrittura possono essere analizzati con qualche potentissimo algoritmo “semantico”, mentre i contenuti delle telefonate richiedono ancora l’ascolto da parte di qualche “orecchio analogico”.

Di veramente nuovo c’è solo il nome di un programma (Prism) che permette(rebbe) di scandagliare in tempo reale miliardi di tracce informatiche alla ricerca dell’”odore” di pericolo, permettendo poi a gruppi di scelti di “ascoltatori” di concentrarsi su determinate comunicazioni, gruppi, microreti di contatti.

Non è una novità che il “controllo totale” sia un obiettivo eterno del potere, che “terrorismo” sia una parola-minaccia utilizzabile in qualsiasi momento contro qualunque forma di opposizione (l’ha tirata fuori Erdogan, in questi giorni, contro le proteste di piazza Taksim); e che in definitiva il “controllo” abbia due soli target reali: Il nemico “esterno” e quello “interno”, il proprio stesso popolo.

Non è una novità neppure che la “guerra informatica” avvenga principalmente tra Usa (potenza declinante) e Cina, la potenza emergente. Né che un agente statunitense trovi rifugio, dopo aver “tradito” la propria agenzia, nei territori del nemico (Hong Kong è tornata sotto l’ombrello del Celeste Impero, nonostante uno statuto che ne garantisce formalmente un certa autonomia). Né che una simile notizia diventi pubblica in contemporanea a un vertice tra competitors (Usa e Cina, per l’appunto) incentrato proprio sulla minaccia di guerra informatica reciproca.

Cosa ci dovrebbe insegnare, di “nuovo”, questa storia? Nulla, se non la nostra idiota, collettiva, colpevole  dimenticanza delle caratteristiche del mondo in cui viviamo.

Un mondo conflittuale, diviso in governanti e governati, in sfruttatori e sfruttati e altre definizioni troppo “vecchie” per poter passare come “nuove”. Ma terribilmente reali, terribilmente efficaci nel descrivere i rapporti effettivi tra gli esseri umani.

Un mondo dove il concetto di “democrazia” è quasi sempre solo una foglia di fico che nasconde un concretissimo manganello. I media mainstream, intorno a questa vicenda, hanno subito preso a gorgheggiare la canzone più antica del potere, circa l’eterna difficoltà di “contemperare le esigenze della sicurezza con la libertà e con la privacy”. Esigenze che sempre determinano una prevalenza assoluta della “sicurezza” (del controllo dispotico dall’alto) nel mentre ci si esercita sulla retorica della libertà. E quindi nell’uso di una “neolingua” dove tutti i concetti sono orwellianamente rovesciati: “missione di pace”, “guerra umanitaria”, “partecipazione democratica”, ecc.

Basta guardare la legge elettorale vigente in Italia, o il recente “accordo sulla rappresentanza sindacale”, per capire che tra parole e realtà – sulle questioni fondanti la democrazia – il rovesciamento è totale.

Ne prendiamo atto? Ne trarremo le conseguenze logiche e politiche? Questa è l’unica domanda, anch’essa non “nuova”, che ci gira per la testa.

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