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Ci deporteranno tutti in Germania…? Noi restiamo!

Una notizia che si commenta da sé e che non fa che confermare per l’ennesima volta le intenzioni che dominano questa Unione Europea. La linea di frattura centro-periferia assume contorni sempre più chiari, e se teniamo fede al paragone che accosta l’UE ad un “superstato” allora dovremmo immaginare al suo interno “supercittà e supercampagne”, e quindi un super-sfruttamento di risorse umane e materiali sulle seconde da parte delle prime.

Come molti paragoni comporta diverse inesattezze ma un termine azzeccato rimane: super-sfruttamento.

Prima, il centro del potere politico ed economico costringe gli stati periferici sul lastrico a suon di debiti, pareggi di bilancio e l’abominio di tagli ai servizi, quando non all’erogazione di diritti fondamentali, che ne deriva. Questo in nome della stabilità del nostro patrimonio comune, certo, del destino collettivo di un continente intero. Che responsabilità… e che approccio progressista, superare i confini nazionali per generare una vera comunità di popoli!

Forse sarebbe meglio andare a parlare di questo con quei popoli che oggi si trovano in condizioni sociali ed economiche disastrose a causa di questi tagli, di questa “stabilità”, a causa della folle politica di accumulazione di capitale da reinvestire continuamente negli stessi canali: campagne militari, grandi banche, grandi imprese, grandi opere. Grandi cose che spazzano via lentamente piccoli uomini e donne senza lavoro, senza casa, migranti, studenti…

E’ facile imbattersi in esponenti di questi “popoli”, si trovano ad Atene, a Bilbo, a Roma, a Lisbona, nelle città e capitali di quegli stati che dovrebbero comporre il mosaico continentale ma che oramai sono sempre più pedine nelle mani degli stati forti, dei poteri forti, di chi mira all’egemonia e con essa a un ruolo di prim’ordine nello scenario mondiale.

Ma non finisce qui, dopo quest’opera degna di un moderno Attila (dove passava lui non cresceva più l’erba, ed effettivamente in val Susa, per dirne una, la direzione è proprio quella) gli stessi soggetti si ripresentano in veste di salvatori: cara Italia, non riesci a dar lavoro ai tuoi cittadini? Regalameli. Per un po’, poi riprenditeli.

E la risposta non può che essere grazie Germania, come ho fatto a non pensarci prima? Basta sbarazzarsi di un problema per risolverlo.

Sicuri?

Ci sarebbero alcune cose da dire, e la prima è che non è proprio una soluzione: finito il periodo di permanenza all’estero (nel “piano” presentato da Harz si specifica il carattere temporaneo dell’esperienza lavorativa) che ne facciamo dei rimtpatriati? A meno che non si affianchi alla brillante idea qualche riformina o incentivo non vi sono molte possibilità che costoro trovino un pullulare di posti di lavoro in patria. Considerato poi il salario stracciato che non può che contraddistinguere questo tipo di contratti, non appare a conti fatti un miglioramento sensibile delle condizioni di vita per coloro che all’oggi sono disoccupati in Italia e domani saranno precarizzati in Germania.

E infine, a chi giova davvero questo progetto?

L’intenzione dietro l’idea appare confermare il progetto che già intravvediamo da tempo nella gestione economica e produttiva dell’Unione Europea: un centro forte – Europa del nord, Germania al timone –  fulcro della produzione e ricettore e calamita del profitto che appoggia su periferie – paesi del Mediterraneo e orientali – che nulla sono se non bacini a cui attingere risorse primarie o semilavorate (nel caso in cui tali risorse siano umane queste condizioni sono imprescindibili per mantenere a livello basso il peso contrattuale)

Cos’altro è la proposta avanzata da Hartz se non questo? Una proposta per i giovani (e non solo) disoccupati di fare cosa? Divertirsi per un po’ a Berlino avendo l’illusione di un lavoro, neanche ben retribuito, che s’infrangerà non appena scade il contratto? Il ritorno alla realtà potrebbe essere una doccia fredda vista la necessità di trovarsi un vero lavoro a quel punto, non certo in Germania dove la successiva ondata di disoccupati italiani sarà pronta a sostituirti e non certo in un’Italia che fa i conti con il fiscal compact e con tasso di disoccupazione ostico da smaltire.

E allora? La proposta tedesca si definisce nel termine già usato in apertura. Contribuire a portare paesi alla rovina e poi sfruttarne le carenze strutturali per incentivare la propria produzione è sfruttamento. Anzi super-sfruttamento, vista la natura duplice.

Rendersi conto di questo, aprire gli occhi sulla vera natura degli specchietti per le allodole offerti dalla scintillante e tentatrice Unione Europea e imparare a rifiutarle in tronco è il primo passo, il secondo è affermare che il nostro futuro è qui, piaccia o non piaccia a Renzi, Hartz o BCE, il futuro di ognuno deve essere garantito nel luogo in cui vive, non che si debba sempre rincorrere un’opportunità altrove.

Non ci resta che essere grati ad Hartz per aver così palesemente dato prova di questa teoria, è sempre soddisfacente quando è il tuo stesso avversario politico a darti ragione.

Quindi diciamo che Noi Restiamo, per organizzarci e lottare innanzitutto, non perché ci piaccia più Bologna di Berlino, né per patriottismo o pigrizia, ma perché chi non ha casa, chi non ha reddito, chi fatica a pagarsi gli studi non ha sempre la possibilità di correre di qua e di là per obbligo di sopravvivenza o per strategie produttive imposte. Il diritto alla mobilità dev’essere per l’appunto un diritto, non un dovere.

E i diritti e le condizioni di vita devono essere garantiti ovunque, ma se chi dovrebbe e potrebbe pretenderli fugge piuttosto che combattere per essi è una battaglia persa in partenza.

 Coordinamento Giovani Rete dei Comunisti 

Leggi anche: http://www.contropiano.org/economia/item/22336-harz-giovani-disoccupati-deportiamoli-in-germania

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