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Come lottare nel paese più “stabilizzato” dell’Unione Europea?

La martellante retorica e l’opera di marketing da parte dell’establishment politico non possono nascondere come i risultati delle elezioni europee rivelino che ogni paese ha votato prendendo in considerazione esclusivamente o soprattutto i temi e i problemi nazionali. Il che – ed è la buona notizia – vuol dire che siamo ancora lontani da quella dimensione comune europea che i tecnocrati di Bruxelles cercano di imporre in tutti i modi con le buone e con le cattive.

1)     Il dato che emerge al di là di ogni valutazione specifica sui risultati dei diversi schieramenti, afferma una assoluta distanza dell’elettorato continentale rispetto all’Unione Europea, ai suoi progetti e alla sua retorica. L’enorme astensionismo, l’altissimo numero di schede bianche e nulle e i consensi massicci per i partiti cosiddetti “euroscettici” – categoria che ingloba sia le forze della sinistra radicale che quelle xenofobe, populiste di destra o apertamente fascistoidi – parlano da soli. Mentre i risultati in Germania e Italia hanno premiato la cosiddetta stabilità (i partiti di governo), in Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e in Francia hanno evidenziato una forte insofferenza nei confronti dell’austerità imposta dalla troika e in generale contro la preminenza e tracotanza tedesca all’interno del progetto di integrazione europea. Ma a guardar bene i risultati elettorali se il voto mette sulla graticola l’Europa tedesca non si prefigura finora, come un no frontale ed esplicito all’Unione Europea in quanto tale.

2)      Se il progetto di integrazione del continente vorrà continuare a marciare dovrà necessariamente operare un riequilibrio degli assetti interni. Il che significa che nei prossimi mesi la Germania e i suoi più stretti alleati dovranno allentare in parte la morsa dei vincoli finora imposti ai paesi restanti e dovrà accettare un aumento del peso di alcuni dei propri partner, Italia e Francia in particolare. E’ da questo punto di vista significativo che tra i parametri di ricalcolo – e di aumento automatico del Pil (che quindi diminuirà “come per magia” il rapporto con il debito pubblico e il deficit del 3%) sono state inserite anche attività economiche illegali come la prostituzione, il traffico di stupefacenti e il contrabbando.

3)      In Italia, nello specifico, abbiamo assistito all’affermazione di un PD che, nella sua versione renziana e “populista di governo”, ha saputo attrarre consensi sociali ampi e trasversali. Un consenso stabilizzante intorno ad un blocco moderato ed una investitura popolare (per quanto relativa, visto il tasso di astensionismo) che consentirà ora a Renzi e al governo di procedere come schiacciasassi sulla via dell’adeguamento del paese ai parametri sociali, economici e politici imposti da Bruxelles, a partire dalla riforma elettorale, dalla riduzione delle libertà sindacali fino alla controriforma della Pubblica Amministrazione, un’opera di “normalizzazione” che però utilizzerà, alla bisogna, anche gli arnesi della cassetta keynesiana.

4)      Alla storica affermazione del blocco moderato renziano fa da contraltare l’innegabile stop dell’ipotesi grillina che comincia a pagare dazio ad un messaggio incentrato esclusivamente sul ruolo dei propri leader carismatici e alla mancanza di un progetto strategico di cambiamento che vada al di là delle parole d’ordine anticasta. Se il Movimento 5 stelle non saprà dotarsi di un progetto politico, di un’identità complessiva e di una sedimentazione organizzativa, rischierà la consunzione o, nella peggiore delle ipotesi, una disgregazione ad opera dei richiami governisti che il PD ha già lanciato ai suoi elettori e ai suoi rappresentanti istituzionali.

5)    A sinistra la Lista Tsipras ce l’ha fatta per un pelo, nonostante la perdita secca di consensi rispetto alle precedenti europee ma grazie alla diminuzione drastica degli elettori che sono andati al voto. Se da un lato l’esperienza unitaria della Lista Tsipras permette alla sinistra di tornare all’interno delle istituzioni dopo una lunga assenza, dall’altro riporta a galla una contraddizione mai affrontata fino in fondo e quindi mai risolta: il rapporto della sinistra radicale con il PD e con il suo sistema di alleanze e di potere. Oltretutto, la ventilata trasformazione dell’alleanza elettorale per le europee in una coalizione politica permanente e stabile con Sel e altri ambienti della sinistra filo-Pd legati a La Repubblica, porterebbe all’ingabbiamento della sinistra radicale all’interno di una logica collaterale al blocco moderato e all’ipotesi europeista per quanto nella sua versione riformista.

6)    In questo quadro, per quanto reso niente affatto facile dai risultati elettorali,  riteniamo prioritario continuare a lavorare e a far convergere forze ed energie intorno ad una ipotesi reale di rottura dell’Unione Europea e al suo sistema ideologico, economico e politico per continuare a costruire  una rappresentanza politica nettamente  indipendente dal PD e dalle sue alleanze. L’invito è affinchè le forze antagoniste sul piano politico, sindacale e sociale rimettano in campo la convergenza e l’alleanza realizzata con successo nella giornate di mobilitazione del 18 e 19 ottobre, per renderla duratura e capace di misurarsi sia con le contraddizioni sociali che con i poteri forti nel paese “più stabilizzato” d’Europa.

 

Rete dei Comunisti, martedì 27 maggio 2014

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