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Matteo Renzi, the Hype

Scorrendo i risultati elettorali delle europee viene da ripensare al significato di Hype, che sta tra promozione, montatura, lancio, esagerazione, risonanza comunicativa, iperbole. Tutto un terreno di comunicazione dove i significati che si creano sono tenuti da un vero, unico campo di forza: quello della sproporzione tra l’evento creato dal marketing, che esplode nelle persone, e la portata dell’evento reale prodotto. Qualche riprova? I famosi 80 euro, rivelatisi alla fine vero napalm comunicativo in grado di disboscare intere foreste della critica, sono destinati ad essere ingoiati da una tassazione più alta. Oppure ad essere una partita di giro, con lo stato, per cui se vengono resi 80 euro, alla fine, in servizi tagliati si finisce per perderne molti di più. Ma dal punto di vista comunicativo, gli ottanta euro, comunicati con vero senso feticistico della cifra, hanno rappresentato l’evento di un governo che redistribuisce risorse.

Ovviamente the Hype, come se fosse una produzione di Carpenter quando si dà all’orrore, riproduce l’evento in modo ossessivo solo grazie ad una coralità mediale. C’è un livello di disoccupazione giovanile il più alto dal ’77? The Hype produce il jobs act, del quale la risonanza comunicativa è così assordante che ci si dimentica persino che una misura legislativa di questo tipo non è mai passata, né dal parlamento né per decreto, e che non va confusa con il decreto lavoro. E cosa dire dell’economia, che rischia il terzo anno consecutivo di recessione? The Hype non fa che portarti su un altro piano, emette le parole di Renzi sulla speranza, la mano sul cuore mentre recita la parola tricolore (accaduto a Reggio Emilia), gesti che fanno connessione collettiva, per adesso, più di quanto la recessione faccia disconnessione. E quando the Hype si prende cura del voto femminile, del proprio elettorato sui temi che a cuore (la scuola ad esempio), sembra persino avere un’anima. Nonostante che le politiche economiche qui renziane abbiano fallito ovunque se applicate, nonostante si intraveda la prossima ondata di privatizzazioni, di tagli al bilancio pubblico, dismissioni, the Hype ti avvolge di speranza. Ti fa vedere un continente pronto a scattare verso la crescita anche se, come sappiamo, Matteo Renzi nel continente reale è considerato poco più di una comparsa. E anche se la deflazione è uno spettro reale, parole di Draghi ad urne chiuse.

Ma cosa ha fatto vincere il Pd alle elezioni europee? Prima di tutto la capacità di saper cogliere, oltre le aspettative, le direttrici di comunicazione verso i settori chiave dell’elettorato nel momento in cui si reca a votare. Le elezioni non sono più un esercizio sociologico, o di lettura dei rapporti tra le classi sociali (qui continuamente ibridate dal marketing) ma la fotografia dell’elettorato colto nel momento in cui trasferisce quote di potere ai candidati.

Stavolta la foto è stata scattata quando l’enorme mole di indecisi, trasversale a tutti i ceti, si è via via trasformata in decisione a favore di Renzi. Perché? In molti che si occupano di flussi elettorali spiegano che, principalmente, gli indecisi finiscono per scegliere il cambiamento. Rappresentato principalmente da Grillo nel 2013 ma da the Hype, risposta alla crisi di legittimazione del ceto politico della seconda repubblica, nel maggio del 2014. Ed è già successo quando Berlusconi tirava fuori qualche “novità”, percepita come tale dall’elettorato durante una delle sue campagne (il milione di posti di lavoro, il contratto con gli italiani, l’abolizione dell’Imu etc.). Ogni novità, tanto più in una società a più forte componente demografica di anziani che 30 anni fa, deve essere accompagnata da una scelta di stabilità, una sorta di polizza assicurativa. Lo scorso anno questa era rappresentata dall’intransigenza, esercitata all’interno delle istituzioni, promossa da Grillo, quest’anno dalle riforme da Renzi. Berlusconi, finché ha potuto, ha garantito con la sua fama imprenditoriale.

Non siamo quindi, come abbiamo visto, di fronte a politiche di redistribuzione reale che generano effetti politici. Ma, piuttosto, di fronte al simbolico della redistribuzione, ampiamente riverberato sui media, che deve fare effetto sui comportamenti collettivi giusto il fine settimana del trasferimento del potere tramite elezioni. E nonostante gli interrogativi che devono farsi le agenzie di sondaggi dei media, magari guardando al fatto che le borse avevano sondaggi migliori (vedi performance Mibtel già dal venerdì), deve essere chiaro che capire le maggioranze silenziose non è facile per nessuno. Il soggetto privilegiato della foto ama nascondersi. Il voto renziano ripropone infatti dinamiche berlusconiane: quelle da maggioranza silenziosa che emerge “dopo”, al momento del conteggio dei voti. Del resto era accaduto anche con Grillo. Tratto già emerso, a suo tempo, con la Dc degli anni ’70: una parte della società italiana, che sia ventre molle o si veda innovativa, ama essere interpretata in silenzio. Differenziandosi però dalla forte astensione con una scelta elettorale.

Dal punto di vista dei sondaggi è, omissioni dolose a parte, accaduto così come per Real-Atletico: vista dal 75esimo, con una squadra in vantaggio, il sondaggio è come una finale che 8 volte su dieci premia chi sta vincendo in quel momento. Altre due volte accadono però altri fatti, e magari la partita finisce, da 0-1, 4-1 per il Real. Questi fatti rappresentano la capacità di far emergere il simbolico del cambiamento da parte di Renzi, simulacro del cambiamento ma ciò che conta è il risultato elettorale di un fine settimana, e anche l’abitudine di tanta società a scegliere last minute. Mentre stavolta, a differenza del passato, Grillo non rappresentava un’offerta last minute ma di investimento nel lungo periodo. E così “si è provata” l’offerta Renzi.

The Hype si è preso poi una bella rivincita su una sconfitta storica dei media generalisti: il referendum sull’acqua del 2011 vinto dalla rete contro i media istituzionali che puntavano ad occultare l’evento. Stavolta è l’agenda dei media istituzionali che ha preso il sopravvento. Per due motivi: il primo è che in tre anni i social network si sono popolati, ancor di più che di allora, di figure meno alternative, più desiderose da fare da portatori d’acqua di significati elaborati altrove. Un vero e proprio fandom istituzionale. Il secondo che, esaurito l’effetto novità dei social network, che non solo hanno alimentato Grillo ma anche costruita una manifestazione da un milione di persone nel 2009, le strategie dal basso dovrebbero farsi più raffinate, capaci di darsi una strategia ma questo non avviene così facilmente. Inoltre, l’uso di twitter da parte di Renzi, che entra in qualche gergo generalista della cultura italiana, ibrida il mainstream con i social network in forme molto più flessibili rispetto a soli tre anni fa.

Dal punto di vista dell’antropologia mediale, la dimensione che riguarda gli archetipi del comportamento e del simbolico sociale diffusi medialmente, Renzi ha vinto perché ha attirato un nucleo di elettori decisivi nel momento giusto. E precisamente quelli che, dopo sei anni di crisi, si sono riconosciuti nell’idealtipo dell’ottimismo, espresso dalle facce pulite, dalla retorica della sfida sui mercati e da quella sempreverde del coraggio. La crisi, come sanno gli autori che scrivono sulle campagne elettorali americane, è una bestia strana. Nella quale, per il marketing politico, si possono incontrare i voti sia usando le retoriche idealtipiche dell’ottimismo e della nuova frontiera che quelle del pessimismo e della distruzione di un mondo. Ma, come dopo Tangentopoli venne Berlusconi, dopo il voto pessimista e catartico del 2013, una fascia, elettoralmente decisiva, di società, necessitava si di un voto catartico ma di tipo ottimista.

Renzi non ha quindi vinto perché ha affermato, come sostiene, le istituzioni contro il populismo. Ma perché ha fatto un appello al popolo, da populista liberista quale è (modelli Thatcher e Reagan piuttosto che Blair), con la mano sul cuore giurando sul tricolore, giocando le retoriche della speranza piuttosto che quelle da Savonarola. Gli è andata bene, molto probabilmente meglio di quanto credesse, anche perché the Hype era con lui. Anzi, era lui. Nemmeno il Berlusconi del ’94 ha avuto tanti media a favore, anzi la Rai, all’epoca, era terrorizzata dall’ipotesi di venir colonizzata dall’azienda concorrente. Oggi la sinergia Rai-Mediaset-Sky-Cairo, grande stampa su Renzi rappresenta la più grande, e pericolosa per la democrazia, alleanza attorno a un presidente del consiglio da quando esistono i media in Italia. E qui si torna alla questione più politica di tutte, che ormai si ripete, nella sua inevasa urgenza, dalla discesa in campo di Berlusconi. Non esiste politica efficace se questa non sa colpire the Hype nelle forme che, via via, questa assume. Che si tratti di Berlusconi ieri, di Renzi oggi e di chissà chi domani. Lì risiede il cuore digitale del potere e se non c’è capacità di colpire laggiù non c’è generosità politica che tenga, non ci sono nuovi o vecchi soggetti che possano farcela. Valeva nel 1994, varrà tanto più nel 2034. Sempre se, nel frattempo, non si è posto rimedio al problema.

per Senza Soste, Nique la police

28 maggio 2014

da http://senzasoste.it

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