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Generazione Telemaco? Ma chi sono i Proci?

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Si è antitaliani se si afferma che il discorso di Renzi al Parlamento Europeo è una montata di fumo a manovella, fatta per avere consenso, non risultati? Anche la confusa metafora di Telemaco resta sospesa a mezz’aria. Il figlio di Ulisse è un personaggio sulla cui interpretazione si son misurate e divise generazioni di studiosi di Omero. Ma una cosa sanno anche gli studenti delle medie. Telemaco con il padre Ulisse stermina i Proci, principi che in attesa di sposare la madre e moglie Penelope, depredavano la patria Itaca. Il figlio di Ulisse riconquista la sua eredità assieme al padre uccidendo tutti coloro che gliela stavano portando via, ma chi sono allora i Proci per Renzi? Non lo sapremo mai perché tutta la sua comunicazione politica si fonda sulla allusione. Cioè si lascia al pubblico il compito di adattare le parole effettivamente pronunciate ai desideri, ai bisogni, alle speranze, e intanto ci si tiene le mani libere. Libere di continuare a fare quel che si è sempre fatto.

Nel discorso di Renzi si allude ad una Europa diversa da quella che con le politiche di austerità ha prodotto 40 milioni di disoccupati, a questo serve l’uso improprio del figlio di Ulisse come un rappresentante della generazione Erasmus. Ma quando si va sul concreto l’unica affermazione chiara è che l’Italia rispetterà tutti i micidiali vincoli del fiscal compact, dei patti di stabilità, del rigore e andrà avanti con le riforme. Che, a parte quella del Senato che è un pasticcio autoritario nostrano di cui all’estero non importa nulla e che serve solo a depistare l’opinione pubblica, sono le controriforme liberiste di sempre. Flessibilità del lavoro, bassi salari, privatizzazioni e mercato, mercato, mercato. È la ricetta che è stata definita come precarietà espansiva. Cioè come disse Padoan prima di diventare ministro, dal dolore nasce lo sviluppo.

Tutti i dati economici italiani e anche quelli di tutta l ‘eurozona dimostrano che il dolore cresce, ma lo sviluppo no. Tuttavia Renzi rivendica per l’Italia il ruolo di primo della classe nell’applicazione queste politiche, aggiungendo assieme a tutti i socialdemocratici europei che esse dovranno essere accompagnate dalla crescita. Che vuol dire? Niente. Le politiche di austerità sono un sistema compiuto, se ci si aggiunge qualche pezzo di un altro sistema non ottieni nulla. Se nello scomparto del ghiaccio del frigorifero si mette un piatto caldo, non non si ottiene una temperatura intermedia, si rovinano frigo e pietanza. Questo significano le chiacchiere sul miscuglio di austerità e crescita. O si abbandona l’austerità, cioè pareggio di bilancio, vincolo del debito, divieto di intervento pubblico, bassi salari, oppure si rinuncia alla crescita o almeno a quella crescita che viene promessa da Telemaco Renzi .

Sorge naturale una domanda, ma se queste politiche non producono veri risultati perché tutti i governi, e il governo europeo delle larghe intese appena varato, continuano a portarle avanti? Per due ragioni di fondo di cui la seconda è inconfessabile.

La prima è che le politiche di rigore ed austerità europee sono figlie di più di trenta anni di politiche economiche liberiste. Oggi si teme la deflazione, cioè l’assenza di inflazione come ulteriore spinta alla stagnazione economica, ma tutta la costruzione europea fino alla BCE ha come presupposto la lotta all’inflazione. La scala mobile che tutelava i salari italiani è stata abolita nel nome della lotta all’inflazione. Il debito pubblico si è gonfiato dei costi degli interessi pagati alla finanza perché si è rinunciato, ben prima dell’euro, a stampare moneta. La lotta all’inflazione è il nocciolo materiale ed ideologico delle politiche di austerità e tutte le istituzioni, tutti gruppi dirigenti politici e sindacali sono stati selezionati nel suo nome. Altro che la contestazione a qualche casta marginale, per cambiare politica bisognerebbe cambiare tutta una classe classe dirigente che non sa produrre altro se non austerità.

La seconda ragione per cui si va avanti così, quella inconfessabile, è che purtroppo non è vero che il dolore non dia risultati. Gli indici di Borsa da quasi tre anni sono in crescita. Chi ha investito nel momento più basso della crisi finanziaria oggi ha fatto un bel pò di soldi. Per una parte delle imprese i profitti sono in ripresa, così pure i super guadagni dei manager. Banche e finanza han ripreso a fare affare come prima e anche i derivati e tutti i titoli spazzatura son di nuovo in campo come prima del crack. Insomma per alcuni la ripresa c’è già stata, per altri non ci sarà mai. Perché il punto inconfessabile è proprio che la crescita delle disuguaglianze e della povertà non sono un danno collaterale, ma parte integrante del modello economico che si vuole affermare. La Grecia, prima cavia dell’austerità, non ha più stato sociale, il 20% di disoccupazione e i salari calati del 30%. Socialmente e moralmente è una catastrofe, ma oggi in Grecia si fanno buoni affari. Certo il rischio è che la brutalità delle misure adottate faccia vincere alle elezioni Tsipras e le forze anti austerità, per questo in Italia si è aggiustato il tiro. Se in Grecia il troppo bastone rischia di provocare una rottura, in Italia per continuare con l’austerità si è usata più carota. E la carota si chiama Renzi.

Le politiche di austerità non possono essere abbandonate se non si rovesciano i presupposti, gli interessi, le istituzioni che le impongono. Io non credo che questa Unione Europea sia riformabile, ma anche chi ci crede ha oggi il dovere di respingere il gattopardismo di Renzi, Schultz, Juncker, Merkel e dei loro finti scontri.

Bisogna che il semestre italiano fallisca, cioè che fallisca la mistificazione politica che copre la continuazione del rigore liberista. Per questo siamo scesi in piazza il 28 giugno e continueremo a farlo per tutto il semestre. Noi sappiamo bene chi sono i Proci della finanza, delle banche, delle multinazionali che ci saccheggiano.

 

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