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La guerra di Matteo: soldati al fronte per proteggere appalti privati

La decisione del governo Renzi di inviare 450 soldati in Iraq sulla diga di Mosul è un atto di guerra in violazione brutale dell’articolo 11 della Costituzione, aggravato dalle ragioni privatistiche che lo motivano.

La società Trevi ha vinto l’appalto per la ristrutturazione della grande diga sull’Eufrate. E qui c’è già la prima menzogna della propaganda governativa, simile a quelle che si usano per giustificare le grandi opere in Italia. La diga infatti non è sull’orlo del crollo; tale affermazione, fatta per dare più valore morale all’invio di truppe, è stata smentita dallo stesso direttore dell’impianto che ha dichiarato che l’impianto opera in assoluta normalità. L’investimento di miliardi di euro serve ad un potenziamento dell’opera e la vittoria all’asta dell’azienda di Cesena fa parte della normale giostra dei grandi affari. All’interno dei quali rientrano anche le spese sulla sicurezza.

Sappiamo infatti che da tempo in Iraq, in tutto il Medio Oriente e in Afghanistan una delle attività più diffuse e ben remunerate è quella dei “contractors”. Con questo termine si definisce l’evoluzione tecnologica ed organizzativa dei vecchi mercenari del secolo scorso. In questi paesi in guerra permanente i governi occidentali a partire dagli USA, che quella guerra hanno scatenato 25 anni fa, hanno scoperto di non avere truppe sufficienti a coprire tutti i punti di intervento. Così una parte delle attività militari e di sicurezza è stata privatizzata e affidata a multinazionali della sicurezza che impiegano decine di migliaia di persone e realizzano profitti miliardari. Ora Trevi potrà risparmiare per quella quota di spese, cosa che forse ha influito anche nel suo successo nel conseguire l’appalto, visto che esse saranno a carico dello stato italiano che invierà le proprie truppe con la funzione di contractors.

Dopo la privatizzazione della guerra ora abbiamo l’uso privato delle truppe pubbliche, e i nostri soldati vengono inviati in Iraq per tutelare un grande affare. Avveniva così all’epoca delle imprese coloniali ottocentesche: le prime truppe italiane sbarcarono in Eritrea nell’800 a seguito degli affari della compagnia di navigazione Rubattino. Anche qui la modernità renziana ci riporta indietro di due secoli e la violazione della Costituzione avviene saltando anche la tradizionale ipocrita copertura della partecipazione ad una coalizione internazionale. Dopo 25 anni di interventi militari in spregio dell’articolo 11, evidentemente si pensa che l’opinione pubblica si sia assuefatta e non abbia più bisogno di alte motivazioni.

Non ci sono Onu, coalizioni democratiche, scopi umanitari a giustificare l’intervento militare italiano. Qui siamo solo noi che mandiamo in guerra all’estero i nostri soldati, in accordo con gli USA e, forse, con il governo iracheno. E lo facciamo a sostegno del business di una impresa italiana che dopo questa decisione ha visto il suo titolo in Borsa guadagnare il 25% in un sola seduta.

Se c’è un intervento militare che mostra tutta la natura affaristica della guerra al terrorismo, è proprio quello deciso dal governo italiano in Iraq. Che probabilmente prepara analoghe e ancora più vaste operazioni in Libia e poi ovunque gli interessi economici lo richiedano.

Quando Renzi e i suoi ministri affermano che non siamo in guerra mentono sapendo di mentire, le nostre truppe sono e saranno sempre più coinvolte nella sporca guerra che dura da 25 anni e che continuerà a crescere su se stessa se non riprenderemo a lottare per fermarla.

Per questo ci vediamo in piazza il 16 gennaio a Roma.

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