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Dove e come accumulare le forze per l’Ital/Exit?

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Intervento di Sergio Cararo (Rete dei Comunisti) al convegno di Napoli della Piattaforma Sociale Eurostop, 21 maggio 2016

La discussione da tempo in corso sulle possibile strategie di fuoriuscita dall’Unione Europea/Eurozona, rischiano di diventare una battaglia di opinioni e non un dibattito mirato a costruire concretamente una ipotesi di rottura con la gabbia edificata dal polo imperialista europeo.

Per alcuni compagni la via d’uscita non può che essere nazionale, recuperando in tal senso sia lo strumento della Costituzione (che per sua natura è una carta fondativa di uno stato nazionale) che la parola d’ordine della sovranità nazionale. Altri compagni, poco entusiasti dell’impianto costituzionalista e ancor più preoccupati della strumentalizzazione sovranista da parte delle destre, alimentano l’idea di una rottura e fuoriuscita dalla Ue, efficace solo se estesa a tutti o a gran parte dei paesi europei, inclusi i paesi del nucleo duro come Germania e Francia.

Ci interessa invece aprire la discussione partendo da un approccio completamente diverso. Ad esempio ponendoci la domanda su quali siano le forze sociali che hanno interesse alla rottura con l’Unione Europea e ad una fuoriuscita del nostro paese dalla gabbia delle oligarchie europee. E’ evidente che la realtà ha strappato via il velo “europeista” egemone fino a pochi anni fa anche – ma non solo – tra i lavoratori e i settori popolari. Quindici anni fa conducemmo una inchiesta sul campo sulla soggettività tra i lavoratori, con centinaia di questionari distribuiti, raccolti e analizzati (vedi i risultati e le analisi su “La coscienza di Cipputi”, edizioni  Mediaprint).  Alla domanda su cosa ne pensassero dell’integrazione dell’Italia nell’Europa, sette su dieci ne davano una valutazione molto positiva, ma alla domanda su come valutavano gli effetti del Trattato di Maastricht, la percentuale di chi ne dava un giudizio positivo precipitava a tre su dieci, con dati quasi omogenei sia tra i lavoratori pubblici che dell’industria e sia tra quelli sindacalizzati che quelli non sindacalizzati. L’inchiesta è stata condotta alla fine degli anni ’90, quelli della totale egemonia politica, sindacale, culturale, ideologica dell’europeismo. Se ripetessimo la stessa inchiesta oggi, i risultati sarebbero decisamente ancora più contundenti contro l’Unione Europea.

E’ evidente dunque che sicuramente i lavoratori e i disoccupati sono il settore sociale che ha maggiore interesse a rimettere completamente in discussione i trattati europei. Ci sono poi settori di piccola e media borghesia ai quali il cielo è caduto sulla testa a causa del brusco processo di concentrazione e gerarchizzazione produttiva ed economica imposto dalle direttive europee. Sia molte piccole unità produttive sia aziende agricole che attività commerciali e di servizi,  sono state costrette alla chiusura o alla totale subalternità verso filiere più grandi legate alle priorità del modello mercantilista imposto ai paesi europei ed in particolare ai Pigs. Alcuni di questi settori di classe media hanno chiarissima l’idea che la gabbia dell’eurozona/Unione Europea ha già liquidato o minaccia la loro sopravvivenza. Infine ci sono i settori di borghesia democratica, ma tra questi coloro che vedono nell’Unione Europea un pericolo per la democrazia rappresentativa sono ultraminoritari, ragione per cui non sono al momento interessati alla rottura, al contrario alimentano l’ideologia europeista affidandogli una funzione progressiva spesso acritica e quasi ineluttabile. Nella campagna referendaria in corso contro le riforme controcostituzionali del governo, le voci che sottolineano il nesso tra la governance autoritaria di Renzi  e gli spiriti animali che spirano da Bruxelles e Francoforte, si contano sulle dita di una mano.

Ma dove e come possiamo aggregare e ricomporre queste forze sociali favorevoli alla rottura e all’uscita dell’Italia dall’Unione Europea? Sicuramente nei luoghi di lavoro, e su questo è decisivo il contributo che viene dal sindacalismo conflittuale. Non si può che apprezzare il salto di qualità fatto dalla Usb su questo terreno, sia con l’adesione ad Eurostop sia per la declinazione nelle piattaforme e nelle vertenze sindacali dell’opposizione frontale ai diktat dell’Unione Europea. Ma li aggreghiamo anche nelle aree metropolitane, ossia nei luoghi dove obiettivamente convergono in modo sempre più evidente la quantità e la qualità delle contraddizioni di classe su cui ci interessa lavorare. Non è un caso che una rivista autorevole come Limes – espressione pensante di un pezzo di establishment – abbia dedicato l’ultimo numero proprio alle periferie. In questo senso, le cose dette in apertura dal sindaco Luigi De Magistris contro le privatizzazioni dei servizi, per l’annullamento/revisione del debito pubblico, sulla questione dell’ambiente e del lavoro, sono cose importanti e funzionali alla possibile ricomposizione di una alleanza politico/sociale contro il governo Renzi e i diktat europei.

Se partiamo da questo approccio sulle forze sociali interessate alle nostre proposte di rottura e fuoriuscita dall’Unione Europea, non possiamo che decretare che l’accumulazione delle forze oggi – e ancora per molto tempo – non può che avvenire su base nazionale. Nonostante quanto vediamo  sta accadendo in Francia contro la legge sul lavoro – e che dobbiamo salutare positivamente, con orgoglio e con rimpianto perché in Italia non abbiamo visto una resistenza simile – non ci sono ancora le condizioni per una accumulazione di forze comune a livello europeo.

Ma se le forze sociali interessate alla rottura con la Ue non possono che crescere e rafforzarsi sul piano nazionale, la visione e l’identità di un movimento politico, sociale, popolare contro l’Unione Europea, non può che essere internazionale ed internazionalista per almeno tre motivi:

–          Per giungere alla conclusione che occorre rompere e uscire dall’Unione Europea, non siamo partiti dall’analisi dei bilanci comunitari ma dall’analisi sul polo imperialista europeo. Se questo è tale – e noi riteniamo che sia così – non possiamo che agire sugli anelli deboli della catena imperialista. Anche se, magari, sarà la Gran Bretagna della Brexit e non la Grecia del referendum antitroika di un anno fa, a rompere con l’Unione Europea, la rottura con le caratteristiche di classe che a noi interessano non può che prodursi nei paesi euromediterranei sottoposti alle vessazioni neocoloniali del nucleo duro della Ue;

–          In secondo luogo occorre avere una visione e una identità internazionalista perché oggi sia lo sviluppo che la distruzione delle forze produttive esistenti non ha più una dimensione nazionale ma quantomeno europea;

–          Infine perché la rottura che proponiamo, anche se agiremo affinchè si produca sul piano nazionale – l’Ital/Exit appunto – è alternativa e antagonista per presupposti e obiettivi a quella meramente xenofoba agitata dalla destra. Del resto anche quando parlano di uscita dall’euro o ritorno alla lira, declinano il tutto indicando come problema principale solo quello degli immigrati. Se finalmente si troverà il coraggio politico di avviare e gestire un movimento politico, sociale e di massa per l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea con un segno fortemente progressista, popolare e di classe, sbaraglieremmo la destra in pochissimi mesi.

Ma è proprio questo il passaggio che la Piattaforma Sociale Eurostop può impegnarsi a fare, a cominciare subito dalla battaglia contro il referendum/plebiscito di Renzi a ottobre e dalla richiesta che anche in Italia – come in Gran Bretagna o ancora prima in Francia, Olanda, Danimarca, Irlanda, Grecia – la popolazione possa esprimersi con un referendum sul rimanere o uscire dall’Unione Europe/Eurozona.

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1 Commento


  • Giorgio Lonardi

    Bravo Sergio!!!

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