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Prima i diritti, poi il bilancio

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È passata praticamente sotto silenzio (ripresa solo da Contropiano.org) una pronuncia della Corte Costituzionale di qualche settimana fa, la sentenza 275 del 2016, in merito ad un conflitto sorto tra la Regione Abruzzo e la Provincia di Pescara. L’ente regionale aveva negato in parte il finanziamento del 50% per il servizio trasporto degli studenti disabili alla Provincia, in quanto la disposizione regionale in materia prevedeva l’erogazione della somma “nei limiti della disponibilità finanziaria determinata dalle annuali leggi di bilancio e iscritta sul pertinente capitolo di spesa”.
La norma stabiliva, in sostanza, come anche confermato dalla stessa difesa regionale nella fase del ricorso, che l’effettività del diritto allo studio del disabile, protetto dall’art. 38 della Carta, dovesse essere bilanciato con altri diritti costituzionalmente rilevanti e, in particolare, cedere il passo rispetto al principio di copertura finanziaria e di equilibrio della finanza pubblica, di cui all’art. 81 della Costituzione. Insomma, garantire i diritti fondamentali a patto che fosse rispettato il dogma neoliberista del pareggio di bilancio.
La Consulta, però, ha dichiarato illegittima la norma in oggetto stabilendo un diverso ordine di priorità: non può essere condivisa, ha affermato, la posizione secondo cui ogni diritto, anche quelli definiti “incomprimibili”, debbano essere sempre e comunque assoggettati ad un vaglio di sostenibilità nel quadro complessivo delle risorse disponibili, aggiungendo che debba essere “la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”.
Un’esplicita presa di posizione contro il pareggio di bilancio? Meglio andarci cauti.
Quel che è certo è che anche i giudici costituzionali si sono accorti dell’esistenza di un tema centrale nel nostro paese, che è quello che deriva dall'aver consacrato il pareggio di bilancio come principio fondamentale di gestione delle risorse pubbliche, inserito in Costituzione nel 2012 Governo Monti, in applicazione delle normative europee degli ultimi anni (Patto di Stabilità e Crescita, Fiscal Compact,).
Il tema è che applicando questo principio, i governi che si sono susseguiti, per dirla in parole povere, non hanno guardato in faccia a nessuno: diritti fondamentali, diritti sociali, welfare.
Tutto è stato sacrificato ed è sacrificabile in nome di una valutazione economico-finanziaria che prevale rispetto alle questioni sociali ed ai bisogni di milioni di persone, in particolare al Sud. Infatti mentre da un lato la Corte Costituzione esprime un punto dolente riguardo al pareggio di bilancio, dall’altro la Corte di Cassazione conferma la possibilità di licenziare non solo in caso di difficoltà economiche, ma anche per “riorganizzazioni dirette al risparmio dei costi o all’incremento dei profitti”.
Per tale motivo non possiamo affidarci alle sole sentenze o alla speranza che la corte costituzionale si esprima a favore del referendum contro il Jobs Act, aprendo così un’altra stagione referendaria dall’esito incerto e contradditorio.
Per noi è opportuno riprendere il motore della lotta, delle assemblee popolari, della presa parola diretta, della partecipazione pubblica e popolare.
Proprio al Sud incontriamo le prospettive di lotta e battaglia politica più interessanti. In particolare, la Città Metropolitana di Napoli risulta avere a disposizione un avanzo di circa 470 milioni di euro che però, ancora una volta a causa dell’obbligo del pareggio di bilancio e in particolare a causa dei tetti di spesa imposti dal Patto di Stabilità agli enti locali, sono inutilizzabili se non per rimpinguare un poco alla volta, nel corso dei prossimi anni, capitoli di bilancio già esistenti.
Ecco però che se da un lato va in frantumi la retorica “non ci sono soldi” con cui negli ultimi anni gli esecutivi nazionali e locali hanno tentato di giustificare il proprio immobilismo, quando non tagli alla spesa, rispetto alle questioni sociali più urgenti e strutturali, allo stesso tempo è chiaramente aperto un campo di battaglia politica nel quale rivendicare il necessario utilizzo delle risorse a disposizione e, quindi, in definitiva spingere, attraverso la mobilitazione sociale, per lo sforamento dei vincoli di spesa imposti dal Patto di Stabilità e dal complesso delle politiche dell’Unione Europea.
Il tutto in un contesto come quello della Regione Campania dove meno di un anno fa più di 14 mila firme sono state presentate a sostegno di una legge di iniziativa popolare per l’istituzione di un “reddito minimo garantito”. Proposta che però allo stato attuale, pur avendo ricevuto l’ok della commissione regionale, marcisce negli archivi della Regione. Il Comune di Napoli dal canto suo, dopo aver approvato in periodo di campagna elettorale una delibera di giunta per l’introduzione di un “reddito minimo cittadino”, non ha ancora dato alcuna attuazione al provvedimento.
È su questi temi che, a nostro parere, si mette a verifica la reale discontinuità delle amministrazioni rispetto al passato e rispetto, come tante volte sentiamo dire, al “sistema”. È chiaro che per provare concretamente a rompere quei dogmi che subordinano i diritti alla finanza è necessaria un’alleanza tra la movimentazione sociale e il piano politico amministrativo locale. Ma è un alleanza che se non supera il piano delle dichiarazioni d’intenti non può interessare le vertenze e le lotte sociali.
Crediamo sia il momento di agire con forza ed in maniera trasversale questo piano di battaglia politica a partire dall’ assemblea del 13 gennaio all’Asilo, promossa dal Comitato regionale per il Reddito Minimo Garantito, come primo momento di confronto su questi temi.
 

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