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25 marzo. La reazione si combatte unendo le vittime della globalizzazione

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In piena crisi del ’29 Keynes scriveva a Roosevelt: “Lei si è eretto a fiduciario di coloro che, in ogni paese, cercano di guarire i mali della nostra situazione mediante un esperimento ragionato nel quadro del sistema sociale esistente. Se lei non riesce, il progresso razionale risulterà gravemente pregiudicato in tutto il mondo, lasciando ortodossia e rivoluzione a combatterlo”. In queste poche righe emerge la profonda differenza tra gli anni Trenta del Novecento e l’epoca di crisi presente.

In quegli anni, mentre l’intero mondo capitalistico arrancava in una crisi che sembrava preludere alla sua fine, L’URSS diventava una grande potenza industriale e cresceva a ritmi impressionanti. Il socialismo non era solo un’alternativa teorica, ma un sistema concorrenziale che si era dimostrato capace di strappare milioni di donne e di uomini alla miseria e all’arretratezza. Di qui la paura delle élite borghesi che la socializzazione dei mezzi di produzione e l’economia pianificata potessero attrarre masse di disoccupati e impoveriti negli USA (in Europa ci aveva già pensato la controrivoluzione fascista a spazzare via con la forza ogni tentativo rivoluzionario).

L’antenato del welfare contemporaneo, della funzione regolatrice dello Stato, della concezione del deficit pubblico come motore della crescita, nasce dalla visione di uno statista che comprese l’importanza della posta in gioco e la necessità di una politica interclassista per salvare il capitalismo.

Oggi le cose stanno in modo radicalmente diverso: non esiste alcun sistema realmente alternativo al capitalismo, anzi il modello del libero mercato può giovarsi della più che ventennale retorica sul fallimento del comunismo e di ogni altro esperimento alternativo alla logica del puro e semplice profitto. Il neoliberismo genera, su questa base argomentativa, una continua profezia che si auto–avvera nella misura in cui non può essere presentato un modello politico–economico reale con il quale confrontarlo e che sia in grado di mostrare tutti i limiti e le contraddizioni del sistema stesso.

Ma, paradossalmente, è proprio l’incontrastato successo del modello di accumulazione liberista a presentare la maggiore minaccia per il capitalismo: negli ultimi trent’anni la ricchezza è stata drenata dalle tasche dei lavoratori e delle classi medie a favore di un’élite sempre più ristretta, mentre lavoro, reddito e benessere si sono scissi irrimediabilmente attraverso dumping salariale e logiche di concorrenza al ribasso.

La globalizzazione prometteva strumentalmente benessere, ricchezza e accesso al consumo per tutti, nello stesso momento in cui iniziava a distruggere diritti acquisiti, welfare, salari e pensioni. Dopo decenni di crescita del tenore di vita e del benessere, le classi popolari sono state respinte bruscamente verso la soglia di sopravvivenza con crescenti prospettive di peggioramento per le generazioni future.

Il neoliberismo globale ha bruciato in pochi anni la ricchezza ridistribuita grazie alle conquiste popolari del secondo dopoguerra e ora si consuma per esaustione di consenso.

A noi spetta adesso la parte più difficile, costruire l’alternativa al mercato, al capitalismo e al fascismo, mettendo assieme, non gli uni contro gli altri, coloro che la globalizzazione l’hanno subita attraverso lo sfruttamento, l’impoverimento, la denegazione dei diritti e del futuro. Ricostruire la consapevolezza dell’interesse comune di questo blocco sociale, anche se eterogeneo, deve essere la priorità dell’azione politica di tutti coloro che vogliono ripristinare diritti, sovranità popolare e equità sociale. Per fare questo è necessario ripartire da quel quasi 60% di NO che, per un momento, ha unito un popolo a difesa della nostra Costituzione dai diktat della UE e della grande finanza internazionale. Non regaliamo quel dissenso a Salvini, dimostriamo che esiste una coalizione di interessi, non di identità, tra gli sfruttati, gli impoveriti e i giovani disoccupati, in grado di opporsi alla lotta di classe dall’alto portata avanti dall’Euro e dalla UE. La manifestazione del 25 marzo a Roma contro il vertice europeo deve essere l’inizio di questo cammino politico.

Se non si lavora per questo sarà il nemico, come negli anni Venti, a cooptare le classi medie impoverite verso il suo progetto reazionario.

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2 Commenti


  • Tom

    E' necessario un partito rivoluzionario, con un programma rivoluzionario ed una leadership rivoluzionaria, altrimenti, come la storia insegna, non si conclude nulla.

    Bisogno cominciare costituendo dei Consigli, dei Soviet.


  • gabriele

    Identificare l'euro e la UE come causa delle nostre disgrazie e' una "salvin/grillata", un autogol che pagheremo caro, non e' che rimettendo la lira o riprestinando una sovranita' che non c'e' mai stata sconfiggeremo il neoliberismo. Insistere con internazionalismo ed anticapitalismo per trovare la retta via

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