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Lavoratori come carne da macello. I casi Ericsson e ILVA a Genova

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Come i ladri, nella serata di venerdì a uffici chiusi, la Ericsson ha mandato a decine di dipendenti della filiale di Genova lettere di licenziamento retroattivo. Passa quindi a una ulteriore fase operativa la procedura di dismissione del gruppo multinazionale in Italia nonostante le lotte dei lavoratori. Il gruppo Ericsson sta licenziando da anni e non solo a Genova. Come per tutte le multinazionali i Governi in questi anni sono stati molto generosi con finanziamenti pubblici nonostante le continue manovre contro i lavoratori. Soldi pubblici che sono stati usati per speculazioni e non certo a sostegno dei dipendenti.

Contemporaneamente i lavoratori del gruppo ILVA, nei giorni scorsi, sono stati ricevuti al Ministero dello Sviluppo Economico dove la multinazionale Arcelor Mittal non ha parlato di rispetto dell’occupazione nel polo di Genova rimandando tutto a settembre.

Ovviamente sono due casi differenti ma molte cose le accomunano. In entrambi i casi sono a rischio posti di lavoro oltre a quelli perduti negli anni scorsi. In entrambi i casi si tratta di settori strategici (telecomunicazioni e acciaio) in mano privata che sono stati ampiamente finanziati dal Governo. In tutte e due i casi le multinazionali hanno mano libera e i sindacati concertativi non hanno fatto altro che prendere tempo e imbastire lotte di resistenza che non portano risultati tangibili. Spesso dividendo le vertenze nei territori rendendo più deboli i lavoratori.

Il tutto in un clima cittadino e nazionale dove la disoccupazione è altissima soprattutto nelle fasce giovanili.

In teoria, dalla politica locale non manca l’appoggio ai lavoratori ma, puntualmente, le decisioni sembrano già state prese. Gli interessi delle multinazionali vengono prima, gli interessi dei lavoratori non esistono. Un tweet o una dichiarazione stampa di qualche politico genovese sembra l’unico appiglio per dei lavoratori che sono alla mercé di poteri che fanno il bello e il cattivo tempo.

Appare quindi evidente che la lotta debba essere politica. Abbiamo tutti l’interesse di salvare centinaia di lavoratori che si trovano in difficoltà ma esiste anche un interesse strategico nel salvare settori produttivi e opportunità di lavoro.

In questi anni le politiche dei vari governi che si sono succeduti, sia a livello locale che nazionale, sono state sempre contro i lavoratori. Lo strumento delle classi dominanti cambia di volta in volta ma non cambiano gli obiettivi della ricerca del massimo profitto contro le tutele dei lavoratori. Questi obiettivi si sostanziano con una serie di strumenti creati dalla politica. Leggi contro i lavoratori (come il jobs act) ma a favore dei padroni accompagnate da una politica generale basata su trattati indiscutibili presi in sedi prive di controllo popolare e senza possibilità per chi lavora di intervenire. Bisogna avere il coraggio di riappropriarsi di alcuni strumenti come la nazionalizzazione dei settori strategici, la possibilità di espropriare i padroni che licenziano o delocalizzano come punto di partenza ineludibile per progettare una politica per i lavoratori. Tutto questo non può essere messo in campo senza mettere in discussione i trattati europei e l’architettura complessiva della UE.

Oggi i padroni e la finanza fanno ciò che vogliono, il sindacato concertativo, che da tempo ha rinunciato al conflitto, non può che inseguire mediazioni al ribasso, perdenti e frustranti. La politica ufficiale non può fare altro che ratificare l’avvenuta dittatura di un capitale senza freni.
Solo USB ha posto da subito il tema della nazionalizzazione: di qui occorre partire, per porre in prospettiva la necessità di una rottura politica contro gli strumenti dei padroni e contro la classe politica che in questi anni li hanno favoriti.

Quando ti licenziano con un messaggio via mail o sms è evidente che esiste un quadro normativo e politico che sancisce la completa subordinazione dei lavoratori agli interessi dei capitalisti. Senza ribaltare questo quadro normativo imposto da poteri sovranazionali la sconfitta è sostanzialmente certa.

Lottare per i diritti dei lavoratori contro il capitale oggi significa lavorare per abbatterne gli strumenti di dominio.

Nazionalizzazione delle aziende strategiche e a rischio di ristrutturazione.

Blocco dei licenziamenti in ogni attività produttiva.

Recupero della possibilità per i lavoratori e per i cittadini di intervenire sulle scelte economiche. Fuori l’Italia dalla UE e dall’Euro.

Costruire l’alternativa politica e sociale dei lavoratori.

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