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La Catalogna e noi. Contro il nanismo politico

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Con quanto segue provo a inserirmi – con tutta la modestia del caso – nel dibattito infuocato relativo alla questione catalana, partendo dalle conclusioni tratte nell’editoriale di Contropiano di ieri, 11 ottobre.

Barontini, firma del pezzo, dopo una disamina a mio parere oggettiva dell’attualità catalana, dichiara la necessità di “costruire qui da noi un fronte sociale e politico all’altezza di questo livello politico e conflittuale”.

L’impellenza dichiarata da Barontini, oltre che porre l’ennesima data di scadenza alla frammentazione movimentistica entro cui è sopravvissuta in regime di auto isolamento la sinistra radicale/antagonista italiana, a mio parere, dovrebbe ravvivare il dibattito sulla costruzione di un senso comune più elevato tra i compagni, da concretizzarsi nella formazione di una compagine dirigente all’altezza delle sfide che le classi subalterne si trovano oggi ad affrontare.

Mi spiego meglio. A far data dallo scoppio della crisi e nel decennio che ci ha traghettati alle condizioni attuali, le classi dirigenti, tutte e di ogni Paese, hanno mostrato un’insipienza spaventosa.

Da Obama alla Merkel passando per Sarkozy, Cameron, Hollande, Monti e Renzi, le borghesie più o meno liberal-progressiste hanno dato prova di non essere sopravvissute, intellettualmente parlando, all’overdose di “mano libera” seguita al disfacimento del blocco sovietico. Insomma il pensiero unico ha fatto danni, si direbbe irrecuperabili, anche tra le file di chi lo ha da sempre propagandato.

Il problema, per l’universo antagonista, non sarebbe nemmeno tale – alla fine l’incapacità borghese di analizzare e risolvere le contraddizioni del proprio mondo non fa altro che porla in condizione di ulteriore affanno – se il già citato crollo del socialismo reale non avesse generato praterie anche nell’intellettualità di sinistra.

Il vuoto pneumatico, infatti, è purtroppo la costante espressa anche da ogni ceto dirigente che per opportunismo o convinzione si è intestato la rappresentanza delle spinte più progressiste dei settori popolari di questi anni.

Il caso Tsipras, in questo senso, resterà negli annali chissà fino a quando, così come tutta quella serie di facce da noi transitate a dirigere progetti politici rabberciati, mettendo insieme terze vie immaginarie, un pizzico di libertarismo civile e qualche grammo di retorica ambientalista.

Insomma, la sagra del nanismo politico, la costruzione di arzigogolati tatticismi elettorali scambiati per strategie di ampio respiro, l’incapacità elevata a tratto da statista…

Tutte questioni ovviamente già trattate, ma nuovamente tornate al pettine a seguito della lacerazione di opinioni che i fatti catalani continuano a generare e da cui rimane espunta la questione del livello di preparazione e determinazione che deve saper esprimere una classe dirigente che voglia rappresentare le istanze popolari.

A dispetto del citatissimo caso greco, infatti, la situazione catalana ha mostrato da una parte una tenuta e una innervazione sociale della radicalità di sinistra del tutto estranei a Syriza. Dall’altra però ha ancora una volta dimostrato che il livello “dirigenziale”, quello che deve metterci la faccia e dire/sapere come gestire le situazioni, non è ancora all’altezza della radicalità che le masse sono in grado di esprimere in determinati momenti storici.

Dalle nostre parti, Eurostop si è più volte espresso in sostegno della creazione di un movimento di “quadri politici”, i fatti catalani credo ne certifichino nuovamente la necessità.

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