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Noi, il nemico. A Sacko

Il vero nemico è categoriale e, in quanto categoriale, è dentro ciascuno di noi, senza eccezioni.
Noi siamo il nemico ogni volta che pensiamo alla realtà sociale come se fosse un regime di legalità naturale, inconcussa, immodificabile. 

I criminali siamo noi quando abbiamo permesso che venisse tirata mediaticamente la linea di distinzione tra rifugiati e migranti economici, senza alzare neanche un sopracciglio, quando abbiamo smesso di vedere in loro, nel barbone alla stazione Termini, e in noi stessi cialtroni la stessa carne da macello di un sistema economico cannibale e criminale, dai costi umani ed ecologici insostenibili a lungo termine, incompatibili con la vita.

Il nemico siamo noi, arrivati a mitizzare romanticamente la “marea migrante”: GLI UCCELLI MIGRANO SANTIDDIO, LE PERSONE FUGGONO DA MORTE E MISERIA, E NON C’E’ NIENTE DI NATURALISTICO, DI NORMALE, DI NATURALE A FUGGIRE DA MORTE E MISERIA. Niente per cui non potremmo fare qualcosa, in primo luogo esigendo con le piazze lo smantellamento del sistema criminal-legale che le provoca, esigendo con le piazze che innominabili multinazionali dal fatturato miliardario paghino le tasse nei paesi che depredano.

Il nemico siamo noi, ogni volta che ci lasciamo chiudere nella tenaglia idiota tra respingimento a cannonate e accoglienza-panacea di ogni male, senza mai farci sfiorare per un istante dalla domanda sulle cause di emigrazioni massive, su chi, quali interessi, quali legali associazioni a delinquere siano responsabili di quelle emigrazioni di massa, delle morti assurde, degli inconcepibili orrori, del dolore fisico e psicologico inflitto a tutte queste popolazioni, sul rapporto tra queste legali associazioni a delinquere e la nostra vita quotidana, i suoi gadget, i suoi avocados.

Ogni tanto il lampo di genio: ecco la risposta: guerra! Fame! Assenza di futuro!
E che è normale, è naturale, è romantica la guerra che fa i mortiammazzati?
E che è normale, è naturale, è romantico che milioni di persone siano scientificamente privati di terre, risorse e dunque “di futuro” in nome del profitto di aziende europee, cinesi, statunitensi riversato nei paradisi off-shore? E’ normale oppure ci dovrebbe indignare almeno tanto quanto i barconi della disperazione?

I criminali siamo noi quando da che eravamo tre milioni in piazza nel febbraio 2003 contro la guerra in Iraq, abbandoniamo senza battere ciglio il terreno della critica sistematica alla ruberia imperialista, alle sue guerre, che siano frontali, che siano per procura. Anch’esse nella nostra capoccia criminale sono diventate fenomeni naturali, come le maree, o la maturazione delle pesche d’estate.

I criminali siamo noi quando accettiamo di credere che il mondo coincida con il nostro backyard continentale e le sue odiose scaramucce di superficie, o al massimo con la sua proiezione transatlantica bianca, benestante e nota esportatrice di democrazia.

Eccolo il nemico: il nemico siamo noi, ogni singola volta che non mettiamo in stato di accusa l’ordine delle cose, gli Stati che depredano, che poi sono in buona parte quella federazione di Stati di cui cerchiamo spasmodicamente l’approvazione politica ed economica.

Siamo noi, di sedicente sinistra, criminali forse più degli assassini razzisti. Perché siamo criminali categoriali e abbiamo dismesso l’ordine critico del ragionamento, la de-naturalizzazione dell’ordine socio-economico, che doveva essere il nostro compito fondamentale, il nostro marchio distintivo. Dismesso questo non ci è rimasto niente che ci distinguesse, inseguiamo con armi spuntate e incapienti le destre xenofobe che fanno il loro lavoro, che lo fanno bene e immensamente meglio di quanto noi facciamo il nostro, oziosi rincoglioniti rimasti a balbettare sfiatati i nomi dei concetti.

Siamo diventati il nemico quando abbiamo smesso di pensare che un sistema economico radicalmente diverso non solo sia possibile e auspicabile, ma anche necessario e improrogabile. Abbiamo smesso di farlo, di rivendicarlo con le piazze e con la lotta senza quartiere al capitale e ai suoi agenti, di tenere vive le categorie per condurre la lotta al livello cui chiamano oggi la contemporaneità capitalista e le sue sofisticherie, e oggi ne paghiamo il conto da destra e nel cretinismo ovunque.

I criminali siamo noi, ogni singola volta che non saltiamo alla gola dell’ordine delle cose, che lo pensiamo come dato da sempre e per sempre, che non lo pensiamo costruito dagli uomini e dagli uomini stessi revocabile.

Siamo criminali categoriali, perché non abbiamo fatto nulla per rimuovere le cause che ti hanno costretto a venire qui rischiando la vita, a farti sfruttare di nuovo, perché abbiamo smesso di teorizzare e di lottare per la loro rimozione, perché ci siamo limitati a dividerci in sordide tifoserie, quella gretta che ti voleva rispedire indietro, e quella solo vagamente più umana che ti ha teso la mano, ma non ha voluto guardare cosa lasciavi alle spalle, che non se ne è sentita riguardata, che non ha detto, né fatto le cose che c’erano da dire e da fare al riguardo, che non ha proposto una visione sistemica, stringente, efficace, che ha lasciato montare i cori assordanti dell’altra tifoseria. Loro sono stati gli esecutori, noi i mandanti sprovveduti.

Noi siamo stati il tuo nemico e, almeno per questo, dovremmo chiederti perdono.

 

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