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Sudafrica, strage di Marikana. Parla l’avvocato delle vittime

“Temo che la maggior parte del pubblico e anche dei giornalisti, in Sudafrica, abbia accettato la versione del governo e della polizia su ciò che è avvenuto a Marikana. Questa è la mia paura più grande”. James Nichol, britannico, è l’avvocato di alcune delle famiglie delle vittime della strage in cui il 16 agosto 2012 persero la vita 34 minatori, parte di un gruppo di scioperanti su cui la polizia aveva aperto il fuoco. Oggi la commissione d’inchiesta voluta dalle autorità ha iniziato ad ascoltare le argomentazioni finali delle parti coinvolte. A parlare sarà anche Nichol, che durante un raro dibattito con i giornalisti alla Witwatersrand University di Johannesburg ha ripercorso gli eventi di questi anni.

“Incontro continuamente – ha raccontato l’avvocato – persone che, seguendo la versione ufficiale, mi dicono: ‘Io sostengo i minatori e ho sempre appoggiato le loro rivendicazioni, ma non avrebbero dovuto attaccare la polizia’”. Nichol ha voluto contestare in particolare questa rappresentazione degli scioperanti come “persone rese pazze dal muti (parola che indica la medicina tradizionale e alcuni sacrifici rituali, ndr) che avrebbero attaccato la polizia, costretta a sparare per autodifesa”. Ognuno dei morti, ha ricordato l’avvocato, “aveva una storia, una famiglia, si è lasciato dietro persone care, nel Capo orientale, nello Swaziland o nel Lesotho”.

La “cattiva immagine mediatica” che è stata data dei minatori, ha spiegato Nichol alla MISNA, potrebbe “in parte” dipendere anche da eventi successivi e in particolare da quanto accaduto durante l’ultimo grande sciopero, durato da gennaio a luglio di quest’anno. In quell’occasione componenti dello stesso sindacato che aveva organizzato le prime dimostrazioni erano stati accusati di aggressioni, violenze e persino omicidi.

Tornando alla strage del 2012, l’avvocato ha anticipato alcune delle sue argomentazioni, mostrando filmati, foto e altri elementi acquisiti dalla commissione come prove. Facendosi portavoce delle famiglie delle vittime ha ribadito la loro versione, secondo cui nella decisione di aprire il fuoco sono stati coinvolti i vertici della polizia ed esponenti del governo. “Chiederemo – ha spiegato in risposta alle domande dei giornalisti – che siano messi sotto processo Riah Phiyega, la comandante della polizia sudafricana, il suo corrispettivo provinciale Zukiswa Mbombo e il vicepresidente Cyril Ramaphosa”, all’epoca dei fatti dirigente della Lonmin, compagnia da cui dipendevano i minatori uccisi.

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