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Una Ilva alla periferia di Roma. Il caso della Basf

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Una settimana fa – il 13 maggio – gli agenti dello Spe (servizio prevenzione emergenze), hanno effettuato una ispezione-blitz all’impianto della multinazionale tedesca Basf a Casette Rosse, nell’estrema periferia est di Roma. Gli agenti hanno sequestrato alcune cartelle e diverse analisi a campione per verificare “paventati rischi di inquinamento ambientale nell’area della fabbrica Basf e nelle falde acquifere”. E’ finito sotto sequestro anche il laghetto per la pesca sportiva nei pressi di via di Salone, molto vicino alla fabbrica. I sigilli, sempre apposti dagli agenti della Spe, sono stati disposti dalla Procura a seguito di alcuni prelievi sulle acque che hanno evidenziato la presenza di arsenico, manganese, bario e piombo oltre i livelli consentiti dalla legge. Secondo quanto accertato nel corso delle indagini, la falda acquifera del laghetto sarebbe la stessa falda su cui incidono le attività di scarico della Basf.

L’inceneritore di rifiuti speciali dell’azienda è da tempo al centro delle denunce da parte della popolazione della zona di Settecamini-Case Rosse, che già in numerosi esposti in passato aveva denunciato una concentrazione di diossina nell’aria fuori dalla media. Già nel maggio del 2012 c’era stata un’altra ispezione. Il 30 dicembre 2011 la Provincia di Roma, allora presieduta da Nicola Zingaretti  (Pd), aveva concesso l’Autorizzazione Integrata Ambientale (A.I.A.) definitiva per 6 anni allo stabilimento di Roma della Basf Italia srl (Basf) ed al suo inceneritore per rifiuti pericolosi. La concessione era prevista fino al settembre 2007, ma l’istruttoria si è conclusa appunto il 30 dicembre 2011, dal momento che l’A.I.A. concessa l’11 dicembre 2009 era provvisoria e a tempo determinato perché condizionata dai risultati del Piano di monitoraggio dell’Istituto Superiore di Sanità (I.S.S.) che il Comune di Roma (giunta Alemanno) non ha mai realizzato. L’impianto della Basf nasce dall’acquisizione di quello precedente della statunitense Engelhard, costruito nel 1956, tra via Salone e via delle Case Rosse. Per decenni l’impianto romana della multinazionale Usa e poi della grande multinazionale tedesca Basf, hanno bruciato agenti chimici ‘esausti’ per ricavarne metalli preziosi ed eliminare gli scarti. Il risultato è un fumo perenne che si innalza dai camini e che i residenti del quartiere sono costretti a respirare. Occorre dire che la responsabilità è anche del Comune di Roma che negli anni ha consentito di costruire abitazioni civili a ridosso dell’impianto.

I comitati di quartiere  di Settecamini e Case Rosse, in questi anni hanno rafforzato le loro denunce con un’analisi del Dipartimento di Epidemiologia della ASL RME, che risale più di dieci anni fa, esattamente il 16 Settembre 2003. Analisi che evidenzierebbe una mortalità per tutti i tumori, nella popolazione maschile di Case Rosse e Settecamini dal 1987 al 2001, del 30% in più della media di Roma. Tra i dati, il Direttore del dipartimento indica la maggiore preoccupazione per la mortalità per linfomi non Hodgkin superiore del 188%. Ma l’impianto della Basf, ha continuato a lavorare a pieno ritmo da decenni, facilitato in questo dalle mille proroghe concesse da tutte le autorità preposte alla tutela dell’aria e della salute pubblica. Risultano infatti autorizzazioni “provvisorie” già dai primi anni ’90 (la prima è del 1993) che permettono di smaltire i catalizzatori ‘esausti’, definiti tossici già nel decennio precedente da due decreti del Presidente della Repubblica. Dal 1993 al 30 dicembre 2011, data dell’ultima Autorizzazione Integrata Ambientale (A.I.A.) rilasciata dall’allora presidente della Provincia, Nicola Zingaretti, e valida per 6 anni. I comitati avanzano due alternative: o la delocalizzazione dell’impianto o la sua sostituzione con il sistema l’“AquaCritox/AquaCat”, una tecnologia di smaltimento che permetterebbe di azzerare le emissioni in atmosfera e le acque reflue di lavaggio dei fumi che vengono attualmente versate nel vicino fiume Aniene.

Il 16 ottobre  del 2009 viene rilasciato parere favorevole a una delle tante AIA provvisorie – nonostante il diniego della Asl di qualche mese prima. A concedere il via libera era stato l’allora Sindaco di Roma Alemanno. Il permesso, limitato a 18 mesi più 6, era condizionato, come promise l’allora sindaco, all’esito della sperimentazione della nuova tecnologia a emissioni zero, denominata appunto “AquaCritox/AquaCat”. In caso di esito negativo, il Sindaco si impegnava a istituire un tavolo di trattativa per la delocalizzazione dell’inceneritore, ma da quanto risulta non fino ad oggi non è avvenuta alcuna sperimentazione. Sulla delocalizzazione dell’impianto della Basf , al momento non è stata presa alcuna decisione. Anche se questo orientamento è stata confermato dall’assessore alla Trasformazione Urbana del Comune di Roma, Giovanni Caudo, che ha incontrato i rappresentanti dei lavoratori e le organizzazioni sindacali. L’assessorato sta lavorando per trovare un’area più idonea all’inceneritore di solventi chimici sito tra Settecamini e Case Rosse. Ma, anche ad occhio, la soluzione appare piuttosto complicata. In questi anni le denunce e le voci metropolitane sull’alto tasso di mortalità tra la popolazione di Casette Rosse erano note a tutti.

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1 Commento


  • massimo

    informatevi bene prima di scrivere schiocchezze e idiozzie
    l’acqua e piu pulita di quella che bevete e un pozzo che è inquinato proviene circa 5 km prima ( localita albuccione) vedi il commento del sindaco cercate di essere informati su tutti i campi

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