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Il Parlamento verso la “Legge sfasciaparchi”

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Lunedì 27 marzo u.s., con la relazione illustrativa e la discussione generale, hanno preso il via i lavori alla Camera per la approvazione definitiva della "Legge Caleo" – così detta dal nome del presentatore Massimo Caleo (PD) ma oramai meglio nota come "Legge Sfasciaparchi".
L’iter parlamentare di questo provvedimento, che mira a stravolgere la legge 394 del 1991 che regolamentò i Parchi Nazionali sul territorio italiano consentendo la istituzione di ben 18 nuovi oltre ai quattro più "antichi", iniziò nel 2013. Primo presentatore fu il senatore Antonio D’Alì (FI), poi nel tempo al Senato si sono aggiunti altri Disegni di legge sempre più "convergenti", a prima firma rispettivamente di Loredana De Petris (Gruppo Misto), Massimo Caleo (PD), Franco Panizza (AUT), Ivana Simeoni (Misto)… Grazie a tale micidiale schieramento "bipartisan" il progetto unificato è stato approvato in Senato a fine 2016. È palese la grave responsabilità del PD renziano in questo esito, che per fortuna non è ancora definitivo ma rischia di esserlo a breve. Sono del PD infatti anche il relatore alla Camera, Enrico Borghi, ed il presidente della Commissione Ambiente di Montecitorio, Ermete Realacci, che ha entusiasticamente affermato: “l’obiettivo della riforma è rendere le aree protette un modello di sviluppo per l’intero Paese, incrociando natura e cultura, coniugando la tutela e la valorizzazione del territorio e delle biodiversità con la buona economia, sostenibile e più a misura d’uomo”. La realtà però è completamente diversa: il progetto è mira infatti a svalutare la funzione sociale ed ecologica dei Parchi Nazionali stravolgendone la gestione in osservanza agli interessi del profitto privato.
 
Di seguito gli approfondimenti forniti dal noto giornalista e saggista Vittorio Emiliani sul sito https://emergenzacultura.org/ : << 
 
La legge “Sfasciaparchi” va avanti minacciosa in Parlamento. E poiché è lo stesso Pd a farla sua dopo che le modifiche incisive della legislazione esistente erano partite dal centrodestra, è probabile che pure alla Camera non incontri soverchie difficoltà. Anche se presidente della prestigiosa commissione Ambiente, Territorio, Lavori pubblici è Ermete Realacci, già a capo di Legambiente. La quale, insieme a tutte (ben 17, davvero tutte) le associazioni naturaliste e ambientaliste, dal Wwf, a Italia Nostra, alla Lipu fino al combattivo Gruppo dei 30 (Boscagli, Mezzatesta e altri), contesta a tutto campo una autentica controriforma.
Essa infatti abbassa le difese di legge delle aree protette, affida alle royalties da spremere a cavatori, trivellatori, cacciatori, gestori di sciovie, ecc. il riassestamento dei bilanci degli Enti parco, rende ancor meno “competente” e di livello sempre più locale il criterio di nomina di presidenti e direttori già oggi piuttosto mediocri e sensibili alle istanze corporative e municipalistiche, apre nuovi varchi alle potenti lobby della caccia nelle aree protette, individua per le aree marine forme consortili una diversa dall’altra, affida a Federparchi, organismo privato, la rappresentanza istituzionale dei vari enti pubblici di tutela e altro ancora. Per farla breve: anche qui, come nei Beni culturali – coi quali i Beni ambientali sono strettamente intrecciati nel palinsesto del paesaggio (molti Parchi sono anche “storici”, con borghi, santuari, aree archeologiche) – vige il nuovo principio di “far soldi”, “mettere a reddito”, trasformandoli in aree soprattutto ludiche e turistiche “redditizie”.
Con tanti saluti ovviamente alla funzione primaria dei Parchi Nazionali di preservare un patrimonio fondamentale, anzitutto per la salute degli Italiani in anni di aumento planetario dell’inquinamento atmosferico (e l’avvento di Trump minaccia nuovo carbone e non energia “pulita”), di garantire l’integrità dei paesaggi italiani e la tenuta idro-geologica delle terre alte, specie sull’Appennino spopolato, nonché una economia sostenibile delle zone montane. Per non parlare della lotta che con le aree protette – cresciute da un modesto 3-4 % all’11-12% traguardo anni or sono impensabile – si fa al consumo di suolo, alla sua impermeabilizzazione a base di cemento+asfalto, che continua in Italia a ritmi doppi rispetto alle medie europee, favorendo frequenti alluvioni nelle città.
 
Purtroppo, mentre nell’ultimo trentennio del ‘900 le sinistre (anche quelle Dc) sono state favorevoli all’ambiente e alla natura con leggi sui piani paesaggistici, sulla difesa del suolo, sulle aree protette e sui nuovi Parchi Nazionali (balzati allora da 4 a 23), oggi il Pd fa propria questa linea “economicistica”, riscuotendo vasti consensi, a destra ovviamente. Dove non erano riusciti Stefania Prestigiacomo e Altero Matteoli, riesce Matteo Renzi col fido Gian Luca Galletti. La legge-quadro ora in fase di stravolgimento era forse stata avallata da un governo pericolosamente di sinistra? No, da un pentapartito Andreotti-Martelli sia pure con Giorgio Ruffolo all’Ambiente. E questo dato fornisce la misura esatta della regressione culturale e politica dal ’91 ad oggi.
I Verdi non sono più in Parlamento dopo la cura-Percoraro Scanio. Unico Paese: in Olanda, in Francia o in Germania rappresentano una forza più che ragguardevole. Da noi zero. E si sente. Ma anche le associazioni per la tutela della natura e del paesaggio hanno perso forza, smalto, incisività. Alcune addirittura approvano la sostanza della legge Caleo criticandola appena. Purtroppo succede così ogni volta che una associazione non vive di solo tesseramento e volontariato ma di progetti e di gestioni economiche finanziate dallo Stato o dalle Regioni. Si stabilisce inevitabilmente un grado di dipendenza che abbassa in modo oggettivo il livello della critica e della denuncia. Né può essere diversamente. C’è chi lo chiama ironicamente “il parastato ambientalista”. Nella Sinistra, molto frastagliata, si oscilla fra il sostegno “ideologico” radicale ai NO TAV e latitanze frequenti sul piano del contrasto a legge come lo Sblocca-Italia, o altre che abbassano controlli, verifiche, garanzie.
Il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, fautore della legge Caleo, è stato del resto di una linearità assoluta. “I Parchi italiani non possono essere più visti come i luoghi della conservazione: devono mettersi in gioco nella grande sfida di sviluppo sostenibile del nostro Paese”. In parole povere devono rendere produrre affari, sviluppo, profitti, devono procurarsi royalties (come la legge prevede) da cavatori, petrolieri, metanieri, costruttori di sciovie, ecc. Intanto la legge mette nei Consigli di Amministrazione gli agricoltori come categoria, neanche quelli già da tempo integralmente biologici. Una prima lobby, poi si vedrà. Del resto lo stesso ministro è andato nel luglio scorso a Bormio a cucinare di persona lo “spezzatino” dell’ormai ottuagenario (pensate) Parco Nazionale dello Stelvio diviso in tre porzioni, una alla Lombardia, una alla Provincia Autonoma di Bolzano e un’altra a quella di Trento, con un ruolo “importante per i Comuni” in modo di essere più vicini agli abitanti. E magari ai cacciatori. Nessuno ne dubita. Intanto però, mentre da noi si fanno a pezzi i Parchi nazionali, l’Europa progetta un Parco europeo delle Alpi Centrali. Insomma facciamo proprio ridere. O piangere. Dopo essere stati all’avanguardia in materia di aree protette negli anni ’90 e oltre creando ben 18 nuovi Parchi Nazionali, presieduti e diretti da esperti e scienziati veri dal ’91 al 2007. Specie coi governi Andreotti, Ciampi, Amato e Dini. Tutti “rivoluzionari” rispetto a Renzi e a Gentiloni. 
 
Un documentato, accorato appello di ambientalisti, uomini di cultura e scienziati è stato rivolto l'8 marzo 2017 al premier Paolo Gentiloni ricordandogli anche gli otto lunghi anni nei quali ha diretto la rivista di Legambiente “Nuova Ecologia”. Renzi non ha mai mostrato sensibilità per questi temi. Gentiloni, essi sperano, dovrebbe mostrarne:
 
“Le chiediamo signor Presidente, di non permettere che la storica e ancora validissima legge 394/91, sia modificata in peggio abbassando le competenze di tutela nazionale per accontentare la politica locale.”  
 
Di seguito elencano una serie di punti introdotti dal Senato che in pratica vanificherebbero anni di battaglie per difendere il nostro comune patrimonio nazionale giunto, grazie anche alla legge che si vuole affossare, a 23 Parchi Nazionali.
1) per la nomina del presidente non verrebbe richiesto alcun titolo specifico concernente la  conservazione della natura che è la “mission” dei parchi.
2) il direttore non verrebbe più  scelto   in base alle competenza naturalistiche e culturali  ma secondo una “comprovata” e non meglio precisata “esperienza professionale di tipo “gestionale”. E sarebbe  nominato dal locale Consiglio direttivo,  di fatto dall’uomo di partito – Presidente  del Parco, non più dal Ministero in base ad un elenco di esperti esistente.
3gli agricoltori entrerebbero a far parte dei Consigli direttivi dei parchi. Apripista di altre categorie?
4) le attività economiche con impatto sull’ambiente dei Parchi , come nel caso degli impianti di  estrazioni petrolifere, pagherebbero  royalties decretando in tal modo, come cavalli di Troia,  la fine dell’indipendenza degli stessi.
5)  all’interno dei consigli direttivi  la componente scientifica e conservazionista (già oggi fortemente ridotte) diminuirebbe ancora a favore dei portatori di    interessi locali e di parte.
6) nulla si dice poi, circa un deciso  potenziamento della sorveglianza e delle dotazioni organiche totalmente insufficienti all’interno delle aree protette nazionali e delle Aree Marine Protette.
7) sul possibile Parco nazionale del Delta del  Po il “mancato raggiungimento dell’intesa tra Regioni precluderebbe  l’adozione di un decreto sostitutivo del Governo”. Quindi non si farà mai.
8) [omissis: la nuova regolamentazione sui cacciatori è stata fortunatamente cancellata].
9) viene totalmente aggirato il principio (presente nella 394/91) della completa omologazione delle Aree Marine Protette ai Parchi nazionali. Le stesse vengono lasciate in una situazione di totale indeterminatezza e in balia di improbabili Consorzi ai quali non vengono neppure conferiti i fondi necessari al funzionamento.
 
La legge Caleo cala “una pietra tombale” sulla “rivoluzione verde” sancita dalla Legge del '91, commenta lapidario Fulco Pratesi, fondatore del Wwf Italia, già presidente di Parco Nazionale come altri firmatari della protesta: Giuseppe Rossi, che creò il primo Museo del Lupo, Carlo Alberto Graziani, Francesco Mezzatesta fondatore di Lipu, Giorgio Boscagli già direttore alle Foreste Casentinesi e centinaia di altri esperti. Molte altre le firme importanti: si veda https://emergenzacultura.org/2017/03/08/vittorio-emiliani-appello-a-gentiloni-non-cancellate-decenni-di-conquiste-in-materia-di-parchi-nazionali/

Ma l'accorato appello non ha avuto una sillaba di risposta.

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1 Commento


  • francesca

    Il patrimonio paesaggistico è stato già abbondantemente compromesso dalla massiccia cementificazione sia residenziale che industriale. Palazzi nuovi e capannoni industriali a perdita d'occhio lambiscono i vecchi borghi e le storiche periferie di molte città deturpando paesaggi, flora e fauna. L'ignoranza e l'arroganza di imprenditori cialtroni, collusi con la politica in generale, stanno devastando l'Italia compromettendo tutto dalla natura alla storia dalla società alla cultura. Questo deupaperamento violento e aggressivo non porterà a nulla se non alla completa distruzione del nostro potenziale, che avrebbe potuto rivelarsi utile per una crescita economica sostenibile per nascita e non per conversione. 

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