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Salento, un tribunale della Natura…

Resoconto di un emozionante pomeriggio dedicato a Estrattivismo, diritti dei popoli e diritti della Natura, in cui il movimento No Tap e la popolazione salentina hanno incontrato Alberto Acosta Espinosacostituzionalista e intellettuale interno ai processi ecuadoregni. Acosta è uno dei teorici fondatori della filosofia del “buen vivir” e membro del Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura.1 Come Presidente della Assemblea Costituente di Montecristi, nel 2008 approvò la nuova Costituzione ecuadoregna, la prima a riconoscere la Natura come soggetto di diritti.

Vedi anche: http://contropiano.org/regionali/puglia/2019/11/27/lecce-la-digos-alluniversita-scheda-chi-si-occupa-di-ambiente-e-tap-0121265

LA QUESTIONE LOCALE … CHE LOCALE NON E’: IL TAP

Il 23 novembre 2019, al Nuovo Cinema Paradiso di Melendugno in provincia di Lecce, i rappresentanti di partiti (seduti in Parlamento e partecipanti a uno o più degli ultimi due governi) non ci sono. Sei anni fa c’erano e promettevano battaglia di vita o di morte contro Tap. E anche contro Tav. Invece hanno preso voti prima delle elezioni e hanno votato a favore di Tap e Tav in Parlamento. Il giorno prima, 22 novembre, il ministero dell’Ambiente che rappresenta questa infamia politica – e insieme ad esso lo Stato italiano – dichiarava la non assoggettabilità a Via (Valutazione di Impatto Ambientale) per la posa del gasdotto Tap.

Questa un’immagine raccolta dalla propaganda elettorale di un partito che andato al governo ha votato a favore del Tap: giudicate voi

«È un comportamento disgustoso da parte dello Stato italiano e del Ministero dell’Ambiente» dice dal palco del cinema Marco Potì, il sindaco ingegnere e attivista di Melendugno, al cui interno ricadono la marina di San Foca e la Masseria del Capitano invasa da Tap.

E contestualmente ci informa anche che, proprio nello stesso giorno in cui il Ministero benediceva l’opera, è iniziata l’operazione di indagine della Guardia Costiera lungo l’Adriatico salentino, a seguito della richiesta fatta alla Regione Puglia di riconoscimento di questo tratto di costa come Sic Mare, cioè sito marino di interesse comunitario da tutelare (parliamo all’incirca del tratto adriatico San Foca-Otranto, dove oltre al gasdotto Tap incombe l’Eastmed-Poseidon2).

«Sulla barca della Marina» prosegue Potì «c’è anche un ricercatore – il professor Corriero – che ha scritto sul corallo sottomarino, che ha scritto sul corallo sottomarino, specie la cui presenza in questo habitat marino ha caratteristiche eccezionali». Leggiamo sul sito naturalistico Vivere Salento: «In questi fondali predomina il coralligeno, e in profondità, nelle fenditure più riparate dalla luce, è possibile avvistare anche alcuni rametti di corallo rosso (Corallium rubrum)»3

Questa vicenda della tutela rivela l’ennesima truffa orchestrata da Tap e dallo Stato italiano. Otto anni fa si era stabilito che il tubo sarebbe dovuto passare a 50 metri dal coralligeno: oggi Tap dice che non si può più fare, a causa del fatto che i lavori sono già iniziati – a spezzatino – fra terra e mare; e ha deciso che ci passa sopra. A questo ora hanno dato il consenso, dispensandolo da Valutazione d’impatto ambientale, il Ministero dell’Ambiente, lo Stato italiano e i partiti che hanno votato a favore del gasdotto.

Eppure in un certo senso il movimento No Tap ha già vinto.

«Dietro questo progetto si è creata una comunità», dice durante il suo intervento uno dei portavoce più noti del movimento, Gianluca Maggiore. È questo l’antidoto alla violenza estrattiva colonialista. «I personaggi coinvolti in quest’opera sono di un’ambiguità sconvolgente, al confronto con l’onestà e la trasparenza delle persone coinvolte e criminalizzate». Tra questo tipo di personaggi apparsi, c’è Giampaolo Russo, direttore generale di Assogas, sempre presente su Formiche.net e Staffettaquotidiana.it, siti di informazione ultraliberisti e filoestrattivisti. Russo è stato per tre anni, fino al 2015, il Country Manager di Tap, quello cioè che ha lavorato nei palazzi dei governi, sempre ben disposti alle sue richieste, per far sì che fosse imposta in questa maniera un’opera impattante come Tap ad una popolazione e ad una terra.4

Sono questi gli esempi di un vecchio potere che dobbiamo superare per una nuova politica dell’armonia, dei diritti della natura e dei popoli, del buen vivir.

REPRESSIONE E CREATIVITA’ DEI POPOLI SOTTO ATTACCO

«“Estrattivismo” è un termine ancora poco impiegato nel nostro Paese. Fa pensare immediatamente alle risorse naturali cavate fuori della viscere della terra, con lo scopo finale di esportare materie prime. Ma, sebbene importante, l’estrazione mineraria è solo una parte della storia. Più precisamente, l’estrattivismo consiste nella sottrazione sistematica di ricchezza, ogni tipo di ricchezza dai territori, con il conseguente trasferimento di sovranità da chi quei territori li abita a chi li depreda. Ovvero coloro che si servono dell’estrattivismo per garantire il consolidamento e la riproducibilità di un modello basato sul profitto a vantaggio di pochi, tendenzialmente sempre gli stessi.»5

L’estrattivismo è un percorso necessariamente violento contro la Natura e i popoli. La caratteristica di ogni politica predatoria estrattivista è quella di essere calata dall’alto, la conseguenza diretta è la criminalizzazione sistematica di popoli interi. Xenia Chiaramonte, sociologa del diritto che ha studiato e affiancato negli anni scorsi la lotta valsusina contro il Tav, dà i numeri di questa criminalizzazione: «in 6 anni ci sono stati 1500 indagati, con procedimenti in corso e limitazioni di movimento».

Il caso di TAV è paradigmatico della modalità estrattivista. All’inizio, negli anni Novanta, le informazioni sull’opera erano tenute segrete e riservate: il territorio cioè non conosceva le decisioni, per scelta politica. Ma era necessario che alcune informazioni, che inevitabilmente sarebbero trapelate, fossero fermate. Ad esempio, laddove c’era bisogno di iniziare le prime opere di trivellazione e questo fatto era visibile, cioè non si poteva nascondere agli abitanti confinanti, questi venivano pagati per il silenzio. Successe con alcune anziane signore, da cui però iniziarono a trapelare le notizie.

L’informazione corretta su un’opera come il Tav però ha il carattere della complessità, sia tecnica che politica. Qui si è innestata la capacità dei cittadini di crescere culturalmente, perché la cittadinanza attiva si informa correttamente su quello che sta succedendo, approfondisce, prende in carico un sapere, compresa la complessità tecnica. In questo senso, sostenere che “devono mettere bocca solo i tecnici”, soprattutto se si tratta di tecnici fintamente neutrali (ma invece schierati dalla parte dei potentati economici e da essi finanziati) è parte della manovra politica oppressiva e predatoria. Su questo molta parte di popolazione dovrebbe riflettere, su come cioè la fobia delle fake news venga utilizzata, in questo senso e in modo populista, come grimaldello censorio rispetto alla corretta e libera informazione. Madamine, centrodestra e centrosinistra, quotidiani e media liberisti – non a caso sempre unidirezionali nel passare le informazioni sulle grandi opere, quasi sempre silenziosi rispetto al coinvolgimento della mafie in queste opere – sono una parte consistente di una regressione culturale e di un indottrinamento che genera un’ignoranza imbelle e ottusa, specie se confrontata con il lavoro e la passione di cittadine e cittadini in movimento, come chi era presente all’incontro di Melendugno e che ad oggi sono l’unica roccaforte democratica di fronte a istituzioni svuotate di senso.

Interessanti, a questo proposito, le strategie creative messe in atto dal movimento No Tav, di cui narra le gesta ancora Chiaramonte, dalla cassa di resistenza per sostenere le spese legali, alla divisione delle proprietà private interessate dagli espropri: le proprietà interessate sono state divise in centinaia di persone, che hanno avuto così diritto di proprietà e sono state presenti alle operazioni poliziesche di esproprio, provocando caos e rallentamenti. Sono metodi creativi, disobbedienti e nonviolenti, come anche quello di non intestare nulla a un membro di un nucleo familiare o abitativo particolarmente attivo nelle pratiche di movimento, e per questo più esposto.

Se il sindaco Potì interviene per ricordare che la Procura di Lecce ha considerato abusiva l’opera del Tap, perché non rispetta la VIA, allora chi ha protestato contro la posa dei lavori e ora si trova accusata (e costretta a sostenere le spese processuali) ha fatto il giusto. L’accusa subita dagli attivisti, evidentemente pretestuosa, è di aver impedito la libera circolazione sui cantieri ma la strada era già stata chiusa dalle forze dell’ordine per far passare i mezzi, ed è questo il carattere ottusamente vessatorio di un’indagine che diventa politica più che giudiziaria, come spiega bene l’avvocato sul palco del Cinema Paradiso, Francesco Calabro.

Tra le vicissitudini assurde subite dal movimento No Tap negli ultimi due anni, ricorda Calabro, c’è anche quella collegata alla manifestazione del 9 dicembre 2017, in cui 55 persone ricevettero trattamenti illegali nel chiuso della questura di Lecce (violenza privata, abusi d’ufficio). «Occorre riparlare il linguaggio dei diritti nei tribunali, e il Tribunale della Natura può essere un primo passo» sostiene Calabro. Questo non toglie naturalmente, ribadisce l’avvocato, che occorre sempre essere consapevoli e prendersi le responsabilità delle pratiche di resistenza che si decide di adottare. In questo senso occorre saper usare anche il diritto come uno strumento.

LA QUESTIONE E’ GLOBALE MA AVVIENE SULLE TERRE: DALL’ECUADOR ALL’AZERBAIGIAN PASSANDO PER IL SALENTO

Il Movimento No Tap si oppone a un’opera che parte dall’Azerbaigian e passa, tra gli altri Paesi, dalla Grecia e dall’Albania: è affiancato da numerose realtà salentine che si occupano di diverse forme di resistenza alle politiche neoliberiste. Dall’Associazione Bianca Guidetti Serra, a Diritti a Sud, Salento Km0, Popolo degli Ulivi, No al carbone e associazioni studentesche.

La giornalista Valentina Murrieri, che modera l’incontro, lascia spazio per qualche secondo alla registrazione della voce di Luigi Russo, noto attivista salentino scomparso qualche giorno fa per un male incurabile come ha detto lui stesso causato dai veleni presenti nel territorio. Queste le sue parole: «l’agricoltura chimica, i tumori, l’invasione dell’agricoltura industriale che sostituisce quella naturale sono le conseguenze di un colonialismo atroce che ha segnato i decenni scorsi, quello della cosiddetta rivoluzione verde.»

La predazione della terra passa anche da qui e occorre interconnettere questo alle lotte anti-estrattiviste, perché le forme di occupazione violenta delle terre sono i principali strumenti della globalizzazione capitalista contro i popoli e la natura. Perciò le questioni locali sono questioni globali; e viceversa. Altrimenti non si riesce a comprendere dov’è orientato il potere: e si resta in balìa delle sue fake news quotidiane, come si dice oggi. O del deviazionismo, come si diceva ieri, ma è la stessa cosa.

Acosta è un intellettuale, un costituzionalista, interno ai processi ecuadoregni. A Quito c’è stato un mese di occupazioni con operai, lavoratori e indigeni, contro il neoliberismo di Moreno e del Fondo Monetario Internazionale. Acosta è pienamente interno ai movimenti sociali del suo Paese, e fa quasi specie se si paragona alla codardia politica della maggior parte degli intellettuali italiani e dei loro endorsement mediatici quotidiani ai partiti neoliberisti.

«Occorre uscire dall’estrattivismo, dal capitalismo stesso, dalla rapina da parte di politiche predatorie e oppressive nei confronti dei popoli indigeni e della terra. Il buen vivir è una proposta di vita armonica fra i popoli e la natura, e si rifà ai movimenti latinoamericani, ma anche al femminismo, all’ecologismo e al socialismo.»

Acosta è qui per raccogliere la testimonianza del Salento e renderlo uno dei nodi di questo movimento. Acosta è stato anche ex ministro dell’energia, e ha scritto «La maledizione dell’abbondanza» (ancora non tradotto in italiano).

«Come il tribunale della Natura può affiancare il movimento No Tap salentino?» è la domanda ad Acosta di cui si fa portavoce la giornalista Murrieri, ma che aleggia durante tutto questo weekend di incontri salentini con l’intellettuale ecuadoregno.

Acosta risponde: «Il mondo è perverso: chi difende la vita è perseguitato proprio per questo. Questo mondo sta perdendo il senso comune. Si producono alimenti per 10 miliardi di persone ma un miliardo vive nella fame. Si produce biocombustibile per le macchine sottraendo territorio per la produzione di cibo. Muoiono di fame i contadini stessi che producono per l’altra parte del mondo. L’estrattivismo sta distruggendo i territori. E questi sono solo alcuni aspetti della perdita del senso comune. Sta succedendo anche in Usa e in Europa con il fracking (per estrarre petrolio e gas), come sappiamo. Così come succede in Germania, che si sta distruggendo il bosco per l’estrazione del carbone. E’ un mondo organizzato non per la vita ma per l’accumulazione del capitale. Come nel film Nuovo Cinema Paradiso si mostravano i film ma si nascondevano i baci… così il progresso estrattivista si mostra come una cosa meravigliosa, ma occulta la violenza contro la natura e i popoli dei territori. Una società è grande non solo per quello che costruisce, ma anche per quello che non distrugge.»

[L’incontro si è svolto all’interno di un cinema di Melendugno intitolato come il famoso film di Salvatores, che Acosta ha sapientemente citato]

La risposta forse è nel cercare e trovare un senso comune e dare ad esso voce e consistenza, come è accaduto in questi anni a Melendugno e nel Salento, nonostante i problemi e le sconfitte. Come questo pomeriggio e i due giorni che hanno occupato anche le aule dell’Università del Salento e delle istituzioni locali, nonostante le anacronistiche telecamere della Digos a riprendere gli interventi, simboli di un potere morente che non capisce dove stia andando il mondo, o almeno la parte migliore di esso, quello che cerca di non soccombere alla barbarie e alla violenza. Come lo sono stati anche gli stanati resistenti allestiti all’Info Point subito dopo l’incontro: il modo sano di parlare, oltre che alle teste, anche alle pance delle persone e delle popolazioni, il modo di fare comunità che è il senso umano ed esistenziale dello stare insieme, prima ancora che politico. È gioia e rivoluzione, perché i primi nemici sono l’isolamento e l’alienazione. Partendo dalla propria cultura e dal proprio sapere, verso una decolonizzazione che non sarà facile ma appare sempre di più come la via necessaria.

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