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Le streghe della notte. La storia (poco nota) delle aviatrici sovietiche

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“Streghe della Notte” fu l’epiteto che i nazisti affibbiarono durante la seconda guerra mondiale alle aviatrici che a bordo dei loro improvvisati bombardieri seminavano il terrore tra i soldati tedeschi che avevano invaso l’Unione Sovietica. Un epiteto che piacque così tanto alle ragazze dei reggimenti appena costituiti che le aviatrici ne fecero il proprio nome e lo portarono con orgoglio. 

Dei reggimento di combattimento composti di sole donne e formati su iniziativa di Marina Raskova e del maggiore Evdokija Davidovna Beršanskaja si è parlato domenica scorsa in una partecipata e interessante iniziativa realizzata dalla Rete dei Comunisti alla Casa della Pace di Roma. Un momento di ricostruzione e di riappropriazione della memoria della lotta internazionale antifascista alla luce anche dei rigurgiti di nazionalismo e di neonazismo che in alcuni dei territori dell’ex Unione Sovietica hanno riportato in auge le ideologie e i movimenti che – questa era la speranza – furono sconfitti e spazzati via anche grazie all’immane sacrificio del popolo russo e di quelli delle altre repubbliche federate.
Ad aprire l’iniziativa è stata Enza Biancongino che in un dettagliato intervento e avvalendosi di alcuni brani letti da Augusta Proietti, ha ripercorso la storia di tre battaglioni di aviatrici, basandosi principalmente sulle interviste alle protagoniste realizzate dalla saggista e storica Marina Rossi e raccolte nel libro “Le streghe della notte”. Una storia poco nota anche a sinistra, e invece indicativa della mobilitazione spontanea contro il fascismo e l’invasione nazista che portò centinaia di donne a chiedere ed ottenere da parte dei vertici dell’Urss la possibilità di partecipare allo sforzo bellico. Se gli uomini erano infatti obbligati a servire nelle forze armate per respingere gli invasori – tedeschi, ma anche italiani, romeni, ungheresi – le donne che si cimentarono in difficili e rischiosissime missioni aeree contro il nemico lo fecero volontariamente.
Negli anni 30 – ha spiegato Enza Biancongino – in Unione Sovietica si era sviluppata una vera e propria passione per l’aviazione che portò molti giovani, ma anche molte donne, ad iscriversi alle scuole di volo. Nel 1941, le donne che avevano conseguito il brevetto di pilota a scopo ricreativo erano già migliaia ma quando la Germania nazista attaccò e invase il loro paese molte di loro scrissero a Marina Raskova – membro del Soviet Supremo – per chiederle di sostenere la loro richiesta di andare al fronte. Una richiesta dapprima respinta dai vertici dello Stato, ma in seguito accolta. E così il 1° dicembre del 1941 si costituirono e iniziarono l’addestramento tre unità interamente femminili composte non solo da piloti, ma anche navigatori, meccanici, motoriste, addette alle mitragliatrici e radio-operatrici, tutte donne, delle quali la più “vecchia” aveva 23 anni. I tre reggimenti furono il 586° (caccia bombardieri) comandato da Tamara Kazarinova (ufficiale dell’aeronautica militare decorata con l’Ordine di Lenin), il 587° (bombardieri in picchiata) comandato dalla stessa Marina Raskova e il 588°(per i bombardamenti notturni) comandato da Evdokiya Bershanskaya. A bordo spesso di aerei improvvisati e pensati per tutt’altro uso – i biplani Polikarpov Po-2 in legno e tela erano teoricamente destinati alla ricognizione o all’irrigazione dei campi! – le ‘Streghe della notte’ compirono in totale ben 30 mila missioni, molte delle quali notturne, sganciando tonnellate di bombe sulle postazioni nemiche e abbattendo centinaia di caccia e bombardieri tedeschi. Come e più dei loro colleghi maschi, le ‘Streghe della Notte’ dovettero affrontare tremende sofferenze, privazioni e, in molti casi, la morte. Racconta nel libro Larisa Litvinova-Rozanova: “C’era sempre il pericolo di cadere addormentate durante le missioni, perciò noi piloti di solito ci accordavamo con il navigatore: una di noi dormiva all’andata e l’altra al ritorno. Le nostre mani e le nostre gambe gelavano, le nostre giacche di pelliccia non riuscivano a scaldarci; gli attacchi duravano dal tramonto all’alba, le notti erano lunghe. Eppure, durante le soste in aeroporto si scherzava, si rideva, chi componeva dei versi o delle ballate, chi suonava il piano, molte scrivevano dei diari. Le mie compagne erano ragazze belle, intelligenti che amavano sognare. Nelle notti di nebbia …sedevamo sotto il piano inclinato dei nostri U-2, c’era chi raccontava storie, chi narrava leggende sulle costellazioni…Allora ci dimenticavamo della pioggia, della nebbia, del freddo e la vita continuava ad essere così bella ”. Una delle sopravvissute ricorda: “Essere una strega della notte  significava volare sotto il fuoco anti-aereo di armi di ogni calibro….Voleva dire essere inseguite da caccia notturni nemici e da riflettori accecanti. Volare anche con pessime  condizioni atmosferiche, nuvole basse, nebbia, neve ghiaccio e venti forti che scuotevano l’aereo dalla punta di un’ala all’altra…. Tutto questo con un Polikarpov, un aereo piccolo, lento e facile da incendiare.”
Polina Gelman, navigatore e premiata come eroina dell’Unione Sovietica racconta: “L’8 maggio, vigilia della vittoria finale, ci venne assegnata una missione. E tutto era pronto: bombe agganciate ed equipaggi in attesa di decollare, quando all’improvviso i meccanici corsero verso gli aerei per disattivare gli ordigni. I tedeschi si erano arresi. La guerra era finita. Scoppiai a piangere….Tutte piangemmo quel giorno. Nell’arco di tre anni, ho svolto una media di 5/10 missioni per notte sotto il fuoco delle batterie di terra e nella luce accecante dei riflettori. Questa era la guerra. Chi voleva poteva andare via, ma da noi a mollare erano solo i morti. Addirittura le ragazze ferite, nonostante le raccomandazioni dei medici, tornavano al reggimento a combattere.”
Le aviatrici provenivano da tutte le repubbliche sovietiche e lavorarono insieme in un clima caratterizzato dall’internazionalismo e dal rifiuto di una visione etnicista e sciovinista che invece sembra prevalere in quei territori – e non solo – dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica. Nel libro “Le streghe della notte. Storia e testimonianza dell’aviazione femminile in URSS (1941-1945)” la storica Marina Rossi racconta come l’odio etnico apparisse negli anni scorsi alle ex combattenti come la negazione totale dei valori d’amicizia e di solidarietà che le unirono negli anni della Grande Guerra Patriottica. “Non ci chiedevamo mai la nostra origine etnica! siamo state delle idealiste, delle internazionaliste! Oggi è doppiamente doloroso…Con i nostri aerei atterravamo in Cecenia, in un campo di mele, riuscivamo a coglierle allungando la mano dalla cabina. Mi fa male ricordarlo, oggi è tutto distrutto”. Nadja Popova, ha ricordato nel corso della serata Marina Rossi, proveniva dal Donbass, dove si combatté una delle fasi più decisive della Grande Guerra Patriottica.
Lo stesso territorio in cui, ha invece ricordato Marco Santopadre, di ritorno da Lugansk, si combatte oggi una nuova guerra frutto dell’intervento degli Stati Uniti e dell’UE che nel febbraio del 2014 hanno sostenuto le forze ultranazionaliste ed apertamente neonaziste dell’Ucraina contro l’allora governo, colpevole di rifiutarsi di annettere il paese all’Unione Europea e alla Nato. Il nuovo regime, erede delle formazioni di estrema destra che nel corso dell’invasione tedesca si allearono con i nazisti e i fascisti sotto la guida di Stepan Bandera, ha da subito applicato misure fortemente discriminanti contro le popolazioni russofone delle regioni orientali e meridionali dell’Ucraina, scatenando una reazione che ha poi portato all’annessione della Crimea alla Federazione Russa e alla costituzione in Donbass delle Repubbliche Popolari di Lugansk e Donetsk, le cui popolazioni sono ormai da più di un anno sotto l’assedio e i bombardamenti delle forze armate di Kiev e dei battaglioni neonazisti integrati nella Guardia Nazionale e armati e addestrati dalla Nato e da alcune potenze europee. Contrariamente a quanto afferma la grande stampa – ha spiegato Marco Santopadre, di ritorno dal Donbass – se due piccole e isolate regioni hanno potuto resistere per più di un anno agli attacchi dell’esercito e dei battaglioni punitivi, è perché le milizie della resistenza novorussa possono contare sul sostegno e sulla solidarietà della popolazione all’interno della quale vivono ancora, seppur nel mutato contesto, alcuni dei valori che caratterizzarono l’epoca sovietica quali l’antifascismo e il rifiuto di una visione etnicista della propria identità nazionale. E’ a quelle popolazioni ed ad alcune esperienze di lotta maggiormente schierate anche per un cambiamento sociale oltre che nella difesa di quei territori dagli attacchi della Giunta fascista di Kiev – come la ‘Brigata Prizrak’ – che la Carovana Antifascista ha portato all’inizio di maggio la propria solidarietà politica e concreta, grazie all’iniziativa della Banda Bassotti. 

da www.retedeicomunisti.org

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