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Sintomi e territorio. Su “Cent’anni a Nordest” di Wu Ming 1

Ci sono molti modi per presentare un paesaggio. Geograficamente, con una cartina; o fotograficamente, con gli scatti di un reportage da rivista specializzata. Un paesaggio, un territorio, può farsi poesia, come nei versi di Andrea Zanzotto; o spiegazione storica degli eventi che hanno concorso a modificarlo. L’approccio che si sceglie dipende dalla finalità stessa della rappresentazione. Dove geografia e storia si mescolano, ecco che nascono le suggestioni che affollano l’ultimo libro di Wu Ming 1, Cent’anni a Nordest: il paesaggio si fa narrazione, perché è esso stesso attraversato da narrazioni. 

Difficile definire a quale genere appartenga questo oggetto letterario, che nasce come estensione di alcuni articoli apparsi sulla rivista Internazionale, presentati come puntate di un “racconto-inchiesta”. Per comodità lo definiremo tale: un racconto-inchiesta sul Nordest italiano, che ha come centro tematico la prima guerra mondiale. O, meglio, il modo in cui essa viene raccontata, in cui diventa “mito”.

La “guera granda”, come viene chiamata nelle regioni del Triveneto, è l’Evento che fonda il concetto stesso di Nordest, di terra di confine in cui si intrecciano e si estremizzano diverse tendenze. L’irredentismo storico ha qui la sua fortezza, baluardo del nazionalismo più aggressivo, bandiera dell’italianizzazione forzata nei territori annessi dopo il 1918. Il fascismo dava qui i primi segni ancor prima di definirsi storicamente come concetto politico. Il Nordest è dunque intessuto di discorsi che ancora oggi lo rendono osservatorio privilegiato per capire qualcosa di più sul paese e sull’epoca in cui viviamo. Il suo territorio è il corpo che mostra i sintomi di nuove inquietanti fenomeni, legati strettamente alla prima guerra mondiale. Da questo centro tematico, il racconto-inchiesta irradia molteplici linee di fuga, che si dirigono, ad esempio, verso la Russia di Putin – divenuto oggetto di culto per molti neofascismi e indipendentismi [1] –, o verso i Balcani e l’Etiopia coloniale, martoriati dai crimini di guerra italiani.

È quindi su un nuovo modo di narrare la Grande guerra che si innesta la narrazione di Wu Ming 1; un modo che rifiuta ogni approccio mitizzante, che esibisce la violenza senza edulcorazioni. Il racconto della guerra riporta a galla questioni volutamente escluse dalle celebrazioni di questi mesi, come le decimazioni dei disertori, i processi sommari, le violenze verso chiunque desse segno di non aderire al bellicismo dominante. Questi “fantasmi” del passato vengono evocati quali esempi per opporsi oggi a un progetto di “ri-nazionalizzazione delle masse”: una nuova (ma in fondo vecchia) unione interclassista intorno alla nazione, che serve a contrastare i conflitti sociali che ne scuotono le fondamenta, in questi tempi di guerre e di crisi. Opporre ai nuovi miti della Grande guerra [2], altri racconti che aprono delle contraddizioni, che rovinano il canto delle sirene dello sciovinismo. È perciò il caso di unirsi all’autore nel dire “bentornati, fantasmi della diserzione”.

Note
[1] http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=15595
[2] http://contropiano.org/articoli/item/31301

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