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Amore e lotta nel ventre della bestia: autobiografia di un rivoluzionario nord-americano

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In occasione della presentazione dell’edizione dell’autobiografia di David Gilbert durante le tre giornate di “una montagna di libri nella valle che resiste” a Bussoleno (https://www.carmillaonline.com/2017/06/03/la-montagna-resiste-bussoleno-16-17-18-giugno-2017/), è sembrato utile pubblicare una versione rivista della mia introduzione al volume, co-tradotto e co-curato insieme a Nora Gattiglia, e la versione integrale – tranne i ringraziamenti – della prefazione di Gilbert all’edizione italiana (http://mimesisedizioni.it/amore-e-lotta.html).

Il governo che ha rovesciato napalm sul Vietnam, che fornisce le bombe a grappolo che uccidono civili in Libano, che addestra torturatori in Salvador ci chiama ‘terroristi’. I governanti che si sono arricchiti con generazioni di schiavi che lavoravano e lavoratori resi schiavi… ci etichettano come ‘criminali’. Le forze di polizia dell’Amerika che hanno ucciso 2000 [persone di colore] negli ultimi cinque anni e che imbottiscono di droga le comunità ci dicono che ‘non abbiamo rispetto per la vita umana’.

Noi non siamo né terroristi né criminali. È proprio perché amiamo la vita, perché gioiamo di fronte allo spirito umano, che siamo diventati combattenti per la libertà contro questo sistema razzista, imperialista e mortifero”.

David Gilbert, dichiarazione in tribunale, 13 settembre 1982

La storia di David Gilbert ed in generale dei Weathermen è stata conosciuta da un pubblico di non “addetti ai lavori” grazie al documentario Weather Underground Organization di Sam Green uscito negli USA nel 2002 e candidato all’Academy Award.

Da lì a poco, il 15 febbraio del 2003 in più di 800 città nel mondo milioni di persone scesero in piazza per dimostrare la propria contrarietà all’imminente aggressione all’Iraq. Il «New York Times», dati e immagini alla mano scrisse : “Nel mondo esistono ancora due superpotenze: Gli Stati Uniti d’America e l’opinione pubblica mondiale”.

Nonostante l’ampiezza delle mobilitazioni, la macchina bellica statunitense non arrestò la sua corsa, e circa un mese dopo iniziò ufficialmente la guerra.

Le truppe nord-americane vennero proiettate per la seconda volta in pochi anni – dopo l’Afghanistan – in contesti dove l’opzione militare si è rivelata ben presto una terapia peggiore del male che voleva curare, divenendo – per l’Impero – un “pantano” non troppo dissimile da quello conosciuto nel Novecento, prima in Corea e poi in Vietnam.

Qualche anno prima il ciclo delle mobilitazioni contro la globalizzazione neo-liberista partite proprio da Seattle negli USA nel 1999 si erano concluse tragicamente a Genova nel 2001, rendendo protagonisti milioni di giovani decisamente immuni dall’ideologia della “fine della storia” spacciata dai vincitori della Guerra Fredda e convinti che non stessero vivendo nel migliore dei mondi possibili.

Ed è proprio questa nuova galassia di attivisti nord-americani provenienti da tali movimenti che conoscono David attraverso il documentario di Green e che cominciano a scrivergli in carcere, facendogli pensare – insieme alle suggestioni del figlio – di cimentarsi nella scrittura della sua autobiografia.

Con il documentario venne fatto conoscere al grande pubblico un aspetto rimosso e non metabolizzato dai mainstream media dei “lunghi anni Sessanta” statunitensi, andando oltre l’immagine stereotipata ed estetizzante della contro-cultura “Hippy” politica di quegli anni.

Si tratta della storia della WUO, militanti provenienti dall’ala più radicale del movimento studentesco statunitense, gli Students for a Democratic Society (SDS) che approdarono alla strategia della lotta armata, così come stava avvenendo in contesti differenti, e con consistenza ed esiti diversi, in alcune importanti democrazie dell’Occidente.

Da una costola dell’SDS il cui nome viene da una strofa di una famosa canzone di Bob Dylan, nacquero i Weathermen, che con le loro azioni dirette lottavano nel ventre della bestia contro la politica bellicista del governo statunitense e contro il suo regime razzista esercitato all’interno dei suoi confini nei confronti delle varie nazioni oppresse.

L’azione dei WUO si concepiva come un supporto alle guerriglie che si erano sviluppate allora per impulso dei popoli del Tricontinente, in particolare quella vietnamita, e d’ausilio alle lotte che le varie comunità oppresse, a cominciare da quella afro-americana ma non solo, avevano sviluppato sul suolo statunitense.

Nel documentario, David, pacato, sorridente e acuto, era l’unico degli intervistati degli “ex” WUO ad essere all’interno di un carcere, dove scontava una pena grosso modo equiparabile al nostro ergastolo a causa della sua attività clandestina successiva all’esperienza nei Weather.

David non è stato l’unico del WUO ad aver continuato la propria attività combattente dopo l’esaurirsi di questa esperienza nella seconda metà degli anni Settanta, ma è senz’altro uno dei pochi di quell’organizzazione ad avere iniziato la sua militanza già a metà degli anni ’60 nel movimento per i diritti civili.

Di origine ebraica, proveniente da una famiglia benestante e con una esperienza di studente-modello e capo-scout alle spalle, David si impegnerà ben presto nel movimento per i diritti civili prima e nel movimento contro la guerra poi, divenendo uno dei più importanti esponenti del movimento studentesco in grado di coniugare l’attività pratica e le capacità organizzative con il costante approfondimento teorico.

Un percorso che lo porterà anche dopo la sua uscita dalla WUO a continuare la sua esperienza ritornando ben presto all’attività illegale in supporto al Black Liberation Army in una fase non certo semplice per la comunità afro-americana e le sue esperienze militanti. Una traiettoria di vita che è cambiata senz’altro con il suo arresto nell’ottobre del 1981, ma in cui la passione politica non si è mai arrestata anche nelle difficili condizioni incontrate tra le mura carcerarie.

La sua condizione è simile a quella di altri prisoners of war detenuti nelle carceri statunitensi, ed in generale a quella di militanti politici che stanno pagando con il carcere a vita una guerra non dichiarata apertamente da parte dell’establishment. Le figure più conosciute in Europa di questi prigionieri sono il giornalista afro-americano Abu Mumia Jamal, ex militante delle Black Panthers Party, l’attivista nativo-americano Leonard Peltier, ex leader dell’American Indian Movement e il prigioniero indipendentista portoricano Óscar López Rivera, recentemente scarcerato.

L’America consegnataci dall’amministrazione del Premio Nobel per la Pace Barack Obama non è quella società post-razziale che alcuni si erano affrettati a dipingere e le sue scelte in politica estera non sono state per la maggior parte foriere di una maggiore pace e sicurezza per gli abitanti del Globo.

Oltre a non aver minimamente risolto con il proprio intervento militare le situazioni di quei territori in cui ha agito con le proprie truppe, e ad aver continuato con la sua politica di ingerenza nei confronti di governi esteri non allineati a Washington, il caos creativo made in USA ha scatenato forze che da proprie pedine per interessi geo-strategici specifici si sono rilevate tra i maggiori ostacoli per lo sviluppo della stabilità in sempre più ampi contesti. Questo modus operandi ha provocato un effetto boomerang non scevro di tragiche conseguenze anche per le relativamente sicure cittadelle europee come ci mostrano quasi quotidianamente i fatti di cronaca del Vecchio Continente.

Sono gli stessi think tanks “più illuminati” a condividere la pregnanza delle affermazioni dell’attuale Pontefice che parla apertamente di Terza Guerra Mondiale a pezzi dopo averne paventato lo spettro, ma i policy makers occidentali non sembrano avere elaborato una exit strategy in grado di farci uscire da questo tunnel, se non spingendoci ogni giorno con più forza verso il baratro dell’escalation di un conflitto planetario di cui gli USA sono uno dei principali pivot.

E se i global players in assenza di una cornice internazionale condivisa che funga da camera da compensazione dei propri attriti faticano non poco a disinnescare questa tendenza alla guerra, sono gli attori minori del risiko mondiale che possono tramutarsi in “schegge impazzite” oltrepassando quel punto di non ritorno verso una possibile deflagrazione bellica.

E mentre il mondo, per l’ampiezza e l’intensità del conflitto, assomigliava sempre più ad una gigantesca trincea, la prateria statunitense si è infiammata nuovamente: a più di vent’anni dal brutale pestaggio di Rodney King da parte degli agenti del dipartimento di polizia di Los Angeles, nell’estate del 2014 il Nord-America “riscopre” la questione razziale e si affaccia prepotentemente sulla scena politica una nuova generazione di attivisti afro-americani.

I segni premonitori di questa nuova coscienza politica si erano già manifestati in seguito all’uccisione di Oscar Grant a Oakland, California nel 2009 e di Travyon Martin a Sanford in Florida nel 2012.

Sarà il più volte premiato film di Ryan Coogler del 2013: Fruitvale Station dal nome della “fermata” in cui è avvenuto l’ omicidio il primo dell’anno ad Oakland da parte di agenti della polizia della BART, che farà conoscere la vicenda di Oscar Grant ad un pubblico più vasto.

Le foto di alcuni importanti atleti professionisti – tra cui l’intera squadra di pallacanestro dei Miami Heat – contribuiranno a costringere i mainstream media ad occuparsi del problema. Partecipando alla campagna di sensibilizzazione successiva all’omicidio di Travyon Martin, si sono fatti fotografare con il cappuccio della felpa alzato in testa, motivo scatenante del sospetto – secondo le sue parole – della guardia giurata che lo ha ucciso dopo averlo visto uscire da un esercizio commerciale.

Ma è l’immagine del corpo del giovane afro-americano Mike Brown crivellato di pallottole, benché disarmato, dall’agente Darren Wilson a Ferguson il 9 agosto 2014 che ha colpito l’immaginario non solo dei giovani afro-americani del Paese.

Mentre la polizia in assetto da guerra trasformava l’abitato nel teatro bellico di una città sotto regime di occupazione, il cadavere del ragazzo veniva lasciato inspiegabilmente per quattro ore a terra senza che giungesse l’ambulanza.

L’oltraggio del corpo della vittima, con i poliziotti armati di fucili che si sono mossi verso il luogo dell’assassinio – dove la madre aveva deposto alcune rose – e ci hanno fatto pisciare i loro pastori tedeschi, secondo la testimonianza di Tef Poe, rimanda direttamente alla memoria il periodo peggiore dei linciaggi nel sud segregazionista dove gli afro-americani impiccati dal Ku Klux Klan penzolavano come gli strange fruits della famosa canzone della Signora del Blues.

E dopo la gestione da “regime razziale” delle conseguenze dell’uragano Katrina a New Orleans, gli Stati Uniti si riscoprono un paese razzista di cui la violenza della polizia sulla comunità afro-americana, la disoccupazione superiore al 50% dei giovani afro-americani che hanno terminato gli studi superiori, nonché il tasso di incarcerazione della Comunità Nera, sono tra gli indicatori più significativi.

Metà della popolazione carceraria negli States è infatti afro-americana, il suo tasso di incarcerazione è sei volte maggiore di quello dei bianchi, sette se si considera solo la componente maschile, in alcuni stati risulta essere il 10% della popolazione complessiva di colore risulta incarcerata. Il tasso d’incarcerazione per i giovani afro-americani è di 12.603 per 100.00 abitanti, contro i 1.666 dei loro coetanei bianchi.

Anche rispetto alle violenze poliziesche le cifre sono più che eloquenti: nel solo 2014 la polizia ha ucciso 1.149 persone, 304 delle quali afroamericane, pari al 26%: I neri rischiano di essere uccisi dalla polizia con un tasso triplo rispetto a quello dei bianchi. Ma non basta: più di un centinaio tra le vittime erano disarmate. Nel solo mese di marzo 2015, 36 persone sono state uccise dalla polizia, una ogni 21 ore, con un aumento del 71% rispetto al mese precedente.

La rinnovata “coscienza politica” giovanile travalica i confini della comunità afro-americana, ed investe trasversalmente i cosiddetti Millenials, nati e cresciuti successivamente al crollo dell’Impero del Male.

È una generazione che ha trovato la sua espressione politica nel movimento Occupy a cavallo tra il 2011 e 2012, che ha votato massicciamente per la coerenza del “socialista” Bernie Sanders alle primarie democratiche, nonostante come scrive Marco d’Eramo: “presentarsi come candidato affermando di essere socialista era come concorrere a un posto di maestro elementare dicendo di essere pedofilo”, e che ha animato le contestazioni a Donald Trump.

L’appeal politico per le proposte “populiste” dell’outsider del Vermont, non può essere compreso senza considerare il fatto che una crisi economica si è trasformata in una crisi di legittimità per le élites dagli esiti più che mai incerti e con possibili output politici estremamente polarizzati non solo a livello elettorale.

Come ci ricorda Carlo Formenti, Gli Stati Uniti hanno: “il più elevato tasso di ineguaglianza del mondo occidentale; milioni di posti di lavoro se ne sono andati durante la crisi, e quelli che stanno tornando con la ripresa sono di bassa qualità, precari e malpagati; la lunghezza media della vita si è ridotta; aumentano mortalità infantile e suicidi; le carceri sono piene fino all’inverosimile […]; le minoranze etniche – afroamericani in testa – continuano a essere oggetto di discriminazioni

Per questo la lettura delle pagine di Amore e lotta ci guida a comprendere l’America di oggi in quell’inestricabile intreccio di nodi che si dipanano nella storia non chiusa di un lungo Novecento.

Una storia ricca di uomini e donne che lottando tentano tutt’oggi di trasformare il mondo in cui vivono armando lo spirito.

Giacomo Marchetti

Prefazione alla traduzione italiana di Amore e lotta

Lotteremo da una generazione all’altra”. Negli anni Sessanta e Settanta noi, antimperialisti negli Stati uniti, eravamo ispirati non solo da questo slogan vietnamita ma ancora di più da come loro avevano vissuto nei duemila anni di storia in cui avevano sconfitto una serie di minacciosi invasori. Allo stesso tempo, avevamo la sensazione di trovarci al culmine della rivoluzione mondiale che si stava compiendo proprio ai nostri giorni. La capacità del Vietnam di resistere e infine sconfiggere la più letale macchina bellica del mondo ne era la testa di ponte. Decine di lotte rivoluzionarie di liberazione nazionale agitavano quello che all’epoca veniva chiamato il “Terzo Mondo”, e che oggi viene definito il “Sud del mondo”. C’era una strategia per la vittoria, espressa da Che Guevara: espandere e sconfiggere il potente mostro imperialista creando “due, tre, mille Vietnam”. Diversissimi movimenti radicali e perfino rivoluzionari esplosero negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone.

É tragico, ma il potenziale rivoluzionario che all’epoca sembrava tangibile non è stato poi realizzato. L’imperialismo ha sfoderato una serie di controffensive ipertrofiche, brutali e sofisticate; i nostri movimenti rivoluzionari erano più vulnerabili a causa delle debolezze interne.

Al giorno d’oggi, lottare da una generazione all’altra assume nuova rilevanza e assoluta urgenza. Viviamo in un mondo dove piramidi colossali di oscena ricchezza a disposizione di pochi gettano un’ombra cupa sui miliardi di esseri umani che vivono e muoiono senza avere un accesso adeguato a cibo, igiene, case, cure mediche, istruzione, sicurezza. Oltre ai danni spropositati alle vite e alle potenzialità delle persone, la guerra spietata del capitalismo contro la natura ha raggiunto delle proporzioni epiche, estinguendo migliaia di specie e minacciando il collasso di ecosistemi vitali; il cambiamento climatico è diventato una minaccia all’esistenza della nostra stessa specie. L’attuale generazione dei giovani può essere l’ultima in grado di salvare la terra quale habitat per una popolazione umana di una qualsiasi dimensione. La classe dominante è sempre stata molto abile, traendo lezioni dai precedenti periodi di lotta. Noi, che ci opponiamo, non siamo stati all’altezza.

Per quanto l’attuale situazione sia difficile, non è affatto disperata. L’imperialismo trae la sua forza dallo sfruttamento globale della forza lavoro e delle risorse, che gli consentono di ammassare un enorme arsenale di ricchezza e potere. Ma quella stessa estensione su scala mondiale crea una vulnerabilità, perché per la grande maggioranza dei 7,4 miliardi di persone sul pianeta un cambiamento rivoluzionario è una questione vitale.

Nonostante le multinazionali dell’informazione le nascondano alla nostra vista, ci sono migliaia di lotte dal basso attive oggi: dalla Rivoluzione in Rojava per la democrazia e l’uguaglianza delle donne, in mezzo alla Siria dilaniata dalla guerra, al campo indigeno degli Unist’ot’en che resiste ai progetti di fracking in Canada; dagli scioperi dei lavoratori in Cina alla lotta della Mangrove Association per la tutela dell’ambiente nel Bajo Lempa, in El Salvador; dall’impegno delle comunità contro la desertificazione che avanza in Kenya alle cooperative di donne che chiedono terra per soddisfare il bisogno di cibo della gente nella Rishi Valley dell’India meridionale; da Black Lives Matter negli USA alle proteste di massa contro la privatizzazione dell’acqua in Italia. L’oppressione più sfrenata e le lotte più avanzate tendono a concentrarsi nel Sud del mondo. L’internazionalismo, più che un dovere, è la nostra miglior risorsa di potenzialità e speranza.

* * * *

Al momento della mia cattura nel 1981, ero un militante antirazzista e antimperialista da vent’anni, avevo visto molti arresti di rivoluzionari. Mi è sempre sembrato di fondamentale importanza trarre lezioni utili per tutto il movimento da ogni sconfitta, un compito reso non poco complesso dal modo in cui lo stato era pronto a balzare su ogni autocritica per usarla contro gli imputati e i loro compagni. Fu solo quando mi trovai in prima persona in quella condizione che mi resi conto di quanto potesse essere immensa la pressione. Lo stato cerca di spezzarti, e/o sbatterti in galera a vita; la polizia è ostile, senza mezze misure, i media mainstream ti demonizzano, alcune branche della Sinistra vogliono sfruttare ogni errore per screditare la lotta armata in toto, la tua famiglia e gli amici vogliono farti desistere da una posizione politica per rendere più lieve la punizione che lo stato cerca di infliggere. Una pressione di portata geologica non porta necessariamente alla nascita di diamanti. Spesso anche la materia organica viene stritolata in quel modo e cola via da un lato o dall’altro: o un ripudio totale delle politiche del passato, o una difesa totalizzante, agguerrita, settaria.

Ho cercato di trovare modi in cui poter mantenere dei principi di fondo e allo stesso tempo analizzare errori che son stati pagati caro, non solo tatticamente ma anche su un piano politico. Amore e lotta, pubblicato nel 2012, è stato il frutto, maturato lentamente, di quei semi piantati dopo la cattura.

Ho imparato molte altre lezioni durante gli anni passati in prigione. Sono stato coinvolto nelle azioni per i diritti dei prigionieri, in particolare nello sviluppo dell’istruzione fra pari in carcere e nel sostegno di fronte all’epidemia di AIDS. Ma ho sempre considerato come una delle mie responsabilità e passioni più importanti la scrittura di testi politici con lo scopo di aiutare a costruire un movimento fuori. Alcuni saggi e recensioni che ho scritto sono stati raccolti in un libro, No Surrender, pubblicato nel 2004. Anche se ho continuato a scrivere nel corso dei miei anni di prigione, di rado ho ricevuto qualche feedback, se non da parte di amici intimi e i pochi giovanissimi militanti che scrivono ai prigionieri politici. Parte del problema stava nel fatto che non ci fosse un movimento molto ampio al di fuori, soprattutto per quel che riguardava i giovani che si identificassero con le politiche antirazziste e antimperialiste. E quell’encomiabile manipolo che sosteneva i prigionieri politici non aveva grandi reti di distribuzioni.

Le cose cominciarono a muoversi alla fine del 1999, dopo le manifestazioni a Seattle contro il WTO. Gli anni seguenti furono attraversati da diverse ondate di attivismo e proteste: sfide contro il neoliberalismo, mobilitazioni contro la guerra, lotte per salvare gli animali e proteggere l’ambiente, campi organizzati dalle popolazioni indigene, il proliferare di lotte lesbiche/gay/bisessuali/transgender/queer (LGBTQ), manifestazioni di massa per i diritti dei migranti e, nel 2011, il movimento Occupy. Anche se avevo già alcuni corrispondenti molto attivi, ci fu un aumento significativo dopo il 1999. La mia generazione, la “New Left” degli anni Sessanta, aveva mostrato un enorme disprezzo nei confronti di coloro che ci avevano preceduto. Al contrario, fortunatamente, questa nuova generazione (o almeno, quelli che mi hanno scritto) sembrava molto più aperta e disposta a imparare dalle nostre esperienze. Molti si pensavano come anarchici, ma non avevano pregiudizi di parte sulla mia base teorica marxista. A mia volta, capivo che potessero trovare respingenti molti gruppi che si definivano marxisti-leninisti, ma che erano fortemente gerarchici ed escludenti. Questi scambi, anche se ancora in numero limitato, mi sembravano splendidi, ricchi di valore.

Nel 2002 ho imparato una bella lezione sui media. I miei molti articoli e opuscoli nel corso di vent’anni avevano portato a una ventina di corrispondenti: con l’uscita del film The Weather Underground di Sam Green e Bill Siegel, più di 200 nuovi corrispondenti cominciarono a scrivermi nei successivi tre anni. Ironicamente, di tutti coloro che appaiono nel film, io sono il più tagliato fuori dalla società, ma anche il più semplice, per chi è incuriosito dal film, da localizzare e contattare. Claude Marks di Freedom Archives aveva raccolto le scene tagliate del film in un video di trenta minuti, A Lifetime of Struggle, composto da mie interviste. Il video venne incluso nella versione DVD del film, e molte persone che cominciarono a scrivermi lo fecero sull’onda di quel video.

In quanto detenuto non mi è stato permesso di vedere The Weather Underground, ma ho sentito dire dai compagni che, anche se è un buon film sotto molti punti di vista, è ambiguo nel modo di presentare la nostra impostazione politica. Restituisce la nostra rabbia e la nostra indignazione di fronte agli assalti totali contro il Vietnam e i popoli Neri negli Stati Uniti, ma non riesce a fare altrettanto con il nostro senso di eccitazione e di speranza in quel momento in cui le rivoluzioni stavano illuminando il mondo. I giovani militanti mi scrivevano che, più di ogni altra cosa, erano rimasti colpiti dalla nostra passione, dal nostro impegno per un cambiamento rivoluzionario.

Di quei duecento e più lettori, la maggior parte mi scrivevano per lanciare un messaggio di solidarietà e supporto. Ma diverse lettere diedero il via a delle conversazioni politiche di spessore che continuano ancora oggi. Alcuni hanno compiuto il lungo viaggio, lungo fisicamente ed emotivamente: sono venuti a trovarmi in prigione, e siamo diventati buoni amici. Non si tratta di dialoghi politici in cui c’è chi pensa che io abbia tutte le risposte, quanto piuttosto dei dialoghi. Ho imparato molto sulla necessità e la radicalità di molte lotte ecologiste, l’importanza di combattere l’omofobia e la transfobia, la nascita di gruppi multirazziali, l’utilizzo dei social media. Abbiamo spesso cercato di sbrogliare, senza nessuna risposta certa, la questione della struttura dei gruppi e dei problemi che ne possono nascere, analizzando diversi esempi di centralismo democratico e di anarchia.

Ogni persona che mi scrive è diversa, così come ogni dialogo, ma alcune questioni politiche ritornano, soprattutto il fatto che la differenza fondamentale tra il 1960 e adesso non è il livello di atrocità, che è ancora altissimo, ma il senso di speranza e di potenzialità che noi provavamo di fronte alle insurrezioni rivoluzionarie in tutto il mondo. Si può contrastare in maniera efficace il senso di isolamento contemporaneo con l’internazionalismo. Altre tematiche comprendono l’importanza dell’antirazzismo, l’esigenza di combattere tutte le forme di oppressione, di capire come agiscono dentro di noi, l’incredibile perdurare della cultura e della pratica maschilista nelle comunità di militanti, come costruire un movimento che duri nel lungo percorso che ci si para davanti.

Per quanto queste lettere siano preziose, richiedono moltissimo tempo; scrivo circa cinquanta lettere al mese, spesso affrontando tali questioni in un dialogo individuale. Quando mio figlio, Chesa Boudin, mi ha sollecitato a scrivere concentrandomi sulle mie esperienze personali (anche se si riferiva alla vita in carcere), è scattato qualcosa. E quindi è nato Amore e lotta, una autobiografia, sì, ma selezionata pensando a ciò che sarebbe stato più utile per i militanti dei giorni nostri. È non solo la mia storia personale, ma qualcosa di più: è loro diritto avere una Storia da cui costruire. Cerco di fare del mio meglio, di affermare i principi fondamentali e i punti di forza, di esaminare, il più onestamente possibile, gli errori per cui si è pagato un caro prezzo. Anche se il libro non gode della diffusione e della risposta che ha il film, i lettori che poi mi scrivono si addentrano maggiormente in interrogativi di natura politica e sollevano domande più difficili.

Questo sviluppo è accaduto in un periodo di crescente consapevolezza di come il sistema di “giustizia penale” sia la principale forma di razzismo negli USA al giorno d’oggi, l’epitome dell’ingiustizia. Nei decenni passati ci sono stati momenti in cui l’adesione a una parte o l’altra del movimento ha creato una tensione rispetto alla priorità da dare: i prigionieri politici o l’incarcerazione di massa? In realtà si tratta di due aspetti strettamente legati. Molti di noi prigionieri politici, quando eravamo liberi, portavamo avanti la solidarietà con le lotte dei prigionieri; una volta arrestati, siamo diventati attivi per i diritti dei prigionieri. Allo stesso tempo, è stato anche grazie alla solidarietà espressa dagli altri detenuti che i prigionieri politici sono stati in grado di sopravvivere e di agire dentro. Il carcere è un’arena importante, in cui le persone possono acquisire consapevolezza e diventare attive. Nell’insieme, è molto politica la questione di chi viene o non viene messo in prigione. Molte persone che mi scrivono e/o visitano sono diventate attive, e spesso in posizioni di punta, nelle azioni condotte da fuori per i diritti dei prigionieri, per ridurre radicalmente l’incarcerazione, per abolire infine l’intero sistema punitivo e oppressivo.

Negli ultimi due anni, Black Lives Matter (BLM) si è affermata come la nuova situazione più promettente negli Stati Uniti. Gran parte dei leader sono giovani, queer, donne Nere: più di ogni altro gruppo o movimento degli ultimi anni, BLM è riuscito a portare alla luce la realtà della violenza razzista che è al cuore della natura stessa degli Stati uniti, e ad affrontarla. Per il momento, ha mostrato di poter durare, più di quanto avesse fatto Occupy. Non so che direzione potrà prendere, ma mi posso immaginare una sinergia in evoluzione con le azioni contro l’incarcerazione di massa che si muove in direzione del community control (il controllo a parte delle comunità) e la ricostruzione economica per le comunità oppresse. Si è definito anche nei termini di un contesto forte per l’antirazzismo bianco e consente l’ identificarsi con gli obiettivi dell’aggressione globale degli Stati Uniti, che sono per la maggior parte popoli di colore.

Ci sono molte altre lotte cruciali in corso negli Stati Uniti e nel resto del mondo: in questa sede ne nominerò soltanto due. La devastazione ambientale ha raggiunto livelli tali da costituire una minaccia alla sopravvivenza dell’umanità, in particolare attraverso la spinta continua verso il riscaldamento globale. Molte sono le azioni messe in campo, in particolare da parte di popoli indigeni o donne, per invertire la rotta.

Ci troviamo anche ad affrontare un triste terreno politico, caratterizzato dall’escalation e dalla brutalità del ciclo di violenza che viene chiamato “guerra al terrorismo”. L’imperialismo ha prima sostenuto direttamente i gruppi di estremisti islamici, quindi ha portato avanti degli interventi armati criminali che hanno trasformato diverse nazioni in stati sull’orlo del baratro: così facendo, ha creato sgraditi nemici che vengono poi utilizzati per creare un sostegno pubblico all’intensificazione dello stato di guerra/securitario, che è la prima causa di questi problemi. Questa situazione ha reso molto difficile sviluppare un forte movimento contro la guerra e contro gli interventi armati, ma è estremamente importante riuscirci.

Il mio auspicio è che Amore e lotta possa essere un filo che aiuta a unire diverse generazioni di militanti, e a unire chi è dentro e fuori le mura di una prigione. Ma più di tutto spero che riusciremo tutti insieme a intrecciare i nostri molti fili per creare un vasto, robusto, variopinto arazzo. Combattere da una generazione all’altra non è solo uno slogan emozionante ma anche una questione di vitale importanza per riuscire a ottenere un mondo sostenibile e umano.

David Gilbert, 29/06/16

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