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Bolle… di sapone!

Il primo gennaio, Rai Uno, ha mandato in onda la trasmissione, condotta da Roberto Bolle e Marco D’Amore (il Ciro di Gomorra, ahinoi) “Danza con me”.

L’ ètoile del Teatro alla Scala di Milano e Principal Dancer dell‘American Ballet Theatre di New York, ha ottenuto, sui social e sulla stampa mainstream, un profluvio di messaggi positivi. Anzi, positivi è dir poco. Bolle viene osannato, adorato, venerato come un vero e proprio dio. “Non suda nemmeno”,si spinge a notare qualcuno, in preda all’estasi!

Una divinità, però, questo Bolle, piccola piccola, come il borghese di Monicelli/Sordi; frivola, senza umanità, senza un briciolo di compassione. Il signor Bolle, infatti, qualche anno fa, all’uscita del San Carlo, a Napoli, trovandosi di fronte ad alcuni clochard che, per ripararsi dal freddo della notte invernale, si erano rifugati sotto i portici del Massimo cittadino, così scriveva, indignato, su twitter: «Scena mai vista davanti a nessun teatro. Né in Italia, né all’estero»; per poi aggiungere: «I senzatetto che s’accampano e dormono sotto i portici del teatro San Carlo, gioiello di Napoli, sono un emblema del degrado di questa città».

Lui, di umili origini, deplorava gli ultimi della terra! 

Ci sembra, questo dio assurto all’Olimpo dello Spettacolo contemporaneo, lo Ziggy Stardust di David Bowie: «sembrava un nazista con il culo datogli da Dio […] Facendo l’amore col suo ego, Ziggy si succhiava il cervello come un messia lebbroso».

Or dunque, io non sarò certo Vittoria Ottolenghi – grande critica del balletto – e perciò il mio parere vale, appunto, quanto quello di un ateo sul padreterno. Ma, in merito all’aspetto puramente artistico, una cosa voglio dirla: quando vedo danzare Roberto Bolle ho la stessa emozione che mi provoca lo champagne: un tappo che salta e tante bollicine, eleganti ma rarefatte, nel loro immediato dissolversi in coppa; o la nouvelle cousine: raffinata, sofisticata certo, ma la fame resta.

Quando vedevo ballare Nureyev o anche Baryshnikov (fuoriusciti dall’Urss, certo, e traditori del proletariato, ma qui non vorrei farne una questione politica!) – l’uno più potente e intenso, l’altro più tecnico ed elegante – sentivo, col primo, scendere il vino ricavato dall’uva baciata dal sole del sud: un Taurasi o un Sirah, bevuti su una meravigliosa pasta e fagioli. Col secondo un Brunello di Montalcino, ad accompagnare una splendida braciata.

Si trattava, dunque, di vibrazioni forti, dionisiache, che scuotevano i sensi e l’intelligenza, facendomi varcare la soglia degli inferi e della Bellezza terrorizzante, o facendomi librare nell’iperuranio dell’immaginazione. Se poi a danzare era Pina (Bausch) non ho dubbi: ad inebriarmi erano la Rivoluzione e la vodka. Quella bevuta d’un fiato dal proletariato russo, su un semplice pirožòk e al gelo delle barricate.

Ma mai, mai gli occhi, in questi tre diversissimi casi, allestivano un semplice schermo per una proiezione danzante, sulle note dell’idillio arcadico. Si facevano, essi, porte d’accesso per una più alta e/o bassa percezione emotiva. Insomma, vedendo danzare Rudolf, Mikhail e Pina non assistevo mai, per fortuna, a vacue, seppur aggraziate, Bolle di sapone!

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