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Itri, luglio 1911. La strage dei Sardi

Siamo progrediti in un secolo? In cosa? E quanto? Se stiamo all’aspetto più evidente – tecnologie, infrastrutture, comunicazioni – lo scarto è evidente, quasi abissale. Nulla è come allora, quando le prime cigolanti automobili cominciavano appena a percorrere strade ancora sterrate, e l’asfalto era di là dall’essere cosparso in ogni centimetro quadrato della Terra.

Ma se andiamo a vedere le dinamiche umane, e quelle politiche, scopriamo che i passi in avanti sono stati praticamente pari a zero. O quasi. La grande frattura culturale e politica che ha attraversato il ‘900 – è scomparsa, asfaltata dal prorompente bisogno di omogeneizzazione totale propria del neoliberismo. Il “pensiero unico” ha sostituito l’articolata differenziazione che distingueva – sul piano delle visioni politiche, sbrigativamente derubricate a “ideologie” –  liberali, socialisti, comunisti, socialdemocratici, democristiani.

Sul piano della gestione delle società complesse, la difficoltà di rispettare le ondivaghe lentezze dei processi decisionali democratici ha prodotto l’ansia di governance, termine aziendalistico sufficientemente neutro da spostare il baricentro della sovranità – il luogo e le modalità di formazione della decisione – dal popolo all’impresa e quindi ai “mercati”.

Non c’è più niente di importante che vada deciso in modo democratico, quindi articolato, con sfumature e differenze che tengono nella giusta considerazione una struttura sociale complessa. Solo le questioni minori vengono agitate davanti al naso di una popolazione nel frattempo abbrutita da crisi, salari in continuo calo (parliamo di potere d’acquisto, in primo luogo, ma anche di salario nominale), precarietà, insicurezza esistenziale, disoccupazione. E quindi ritornano in funzione vecchi meccanismo, antiche logiche, preistoriche “guerre tra poveri” in cui disgraziati in balia del vento si scagliano contro altri disgraziati su comando dei bastardi che hanno creato disoccupazione, povertà, precarietà, insicurezza esistenziale.

L’articolo che qui di seguito vi riproponiamo narra – dal punto di vista dei conterranei delle vittime – la strage di operai sardi impegnati nella costruzione della ferrovia, avvenuta ad Itri, in provincia di Latina. “Dagli all’immigrato che ci porta via il lavoro”, era anche allora la parola d’ordine. Lanciata dalla camorra, cui quegli operai avevano detto un “no” di troppo…

Vi suona familiare e contemporaneo, vero?

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Il Razzismo ha la memoria corta

Era il 1911, anno in cui molti sardi riponevano nell’emigrazione la speranza di una vita migliore, la quale palpitava, fiduciosa e intrepida, sul posto di lavoro. Tuttavia, nel luglio di quell’anno per quattrocento figli della Sardegna, il sogno si frantumò nel suolo italico in una realtà di persecuzione e d’orrore. Essere sardo e per questo pagarne il prezzo, subirne il razzismo di persona, sperimentarlo sulla propria pelle fu un’esperienza, purtroppo, di molti di questi nostri conterranei.

La furia fanatica razzista, organizzata minuziosamente, si compì tragicamente nei giorni di mercoledì e giovedì 12 e 13 luglio del 1911. Al grido: «Morte ai sardegnoli», i nostri antenati furono, per quei due giorni, le prede indifese della «caccia al sardo». (…)

Nel primo giorno un gruppo di operai fu insultato e provocato nella piazza dell’Incoronazione, l’epicentro della storia. Al grido «Fuori i sardegnoli», la parola d’ordine per richiamare gli itrani in quel luogo, a centinaia accorsero armati, attaccando da ogni parte i nostri conterranei inermi. In una ridda di sorpresa, di urla, anche le autorità locali aprivano il fuoco promettendo immunità ai compaesani, non di meno fecero i carabinieri, i quali spararono sui sardi in fuga.

Quel giorno, il selciato italico s’impregnò del primo sangue dei martiri trucidati barbaramente. Gli operai scampati alla persecuzione xenofoba si rifugiarono intanto nelle campagne circostanti.

L’indomani, i lavoratori rientrarono nel paese per raccogliere i loro fratelli caduti come soldati in guerra, ma la «fratellanza operaia», «la pietà cristiana», si evidenziarono utopiche mete. Entrarono nell’abitato e nuovamente divampò la triste sinfonia di morte col grido di battaglia: «Fuori i sardegnoli».

Gli itrani, convergendo in massa, passarono prima in una bottega, nella quale si distribuivano armi per l’occasione. Qui si avvertiva: «Prendete le armi e uccidete i sardi». La seconda giornata di caccia all’«animale sardo» era aperta! Gli itrani, ancora accecati dall’odio razzista e non contenti del sangue già versato, si scagliarono nuovamente contro i lavoratori sardi inermi e, con più raziocinio criminale del giorno prima, ancora ammazzarono.

In queste due giornate furono massacrate una decina di persone, tutte sarde. Il numero esatto delle vittime non si venne mai a sapere, poiché gli itrani trafugarono numerosi cadaveri e feriti moribondi per nascondere il numero esatto delle vittime. Alcuni operai sequestrati subirono la tortura e una sessantina furono i feriti, di cui, diversi, molto gravi, perirono in seguito. Molti sardi scampati alla strage furono arrestati con la falsa accusa di essere rissosi. Mentre, altri, per la stessa accusa, furono espulsi da quella «terra del lavoro» e rispediti in Sardegna. Pagarono caro il prezzo della loro provenienza e cultura, ma la camorra, da quei fieri sardi, non vide neppure un soldo. Per questi fatti non un itriano fu punito. E il grave avvenimento fu subito occultato.

L’avvocato Guido Aroca scrisse: «Se alcunché di simile si fosse verificato ai danni siciliani o romagnoli, l’Italia tutta sarebbe oggi in fiamme».

* Tratto da Sardegna News

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3 Commenti


  • Gianfranco

    Ho letto gli atti che riguardano tali eventi e ho anche letto una arringa difensiva. Non sono convinto dell ‘articolo. Comunque ci furono carenze anche da parte di chi doveva tutelare l’ordine pubblico e furono inascoltate le richieste del sindaco.


  • coriolis

    Sono senza parole di fronte al pietismo e al vittimismo di questi giornalai sardignoli, che pur di far propaganda pro clandestini, sono riusciti addirittura a far passare i sardi come dei poveracci che venivano massacrati per ragioni di stampo razzista. Il massacro di Itri fu una vendetta della camorra nei confronti di operai sardi che rifiutarono di sottomettersi alla camorra, pagando il pizzo…si tratta di un atto di onestà, libertà, dignità e rispetto delle leggi…questo si chiama sciacallaggio giornalistico e mistificazione storica, dato che il razzismo non c’entrava nulla.


  • Legge 25 giugno 1993, n. 205

    Il commentatore Coriolis nega il razzismo contro i sardi usando l’epiteto razzista “giornalisti sardignoli”. Non serve aggiungere altro.

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