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I tre specchi del teatro: il mito, l’aletheia e la teoria del riflesso

Cos’è il Teatro? Quale la sua origine? Qual è il suo significato profondo? Che rapporto ha con la realtà contingente? Ha ancora senso, in un’epoca caratterizzata dall’entropia comunicativa e informativa? Dalla spettacolarizzazione della vita e dei rapporti sociali? Dalla mercificazione dell’arte e dell’uomo?

Quante volte ci siamo posti queste domande!

E allora, partendo da un seminario tenuto tempo fa da Gabriele Lavia – attore e regista spesso eccedente le pratiche dell’enfasi retorica e del manierismo stilistico, ma uomo di profondissima e indiscutibile cultura – e provando a saccheggiare quella meravigliosa, proteiforme interdisciplinarità di saperi di cui il teatro stesso si compone, cerchiamo qui di dare una risposta. Sintetica e assolutamente insufficiente. Ma quanto più seducente e logica, ad un tempo, possibile.

Il Teatro è il luogo della rappresentazione del mistero dell’Uomo. E del suo rapporto con il , con la Natura e la Conoscenza. Il mistero riflesso nei tre specchi del Mito.

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Il primo specchio è Lo specchio di Dioniso. Il dio teatrale per antonomasia.

Lo specchio di Dioniso è lo sguardo sulla tracotanza del sapere (come dice Giorgio Colli ne “La sapienza Greca”). Lex-stasi mista al terrore dell’essere in tutta la vita assieme.

Scrive Colli: «Perché da Dioniso faccio cominciare il discorso sulla sapienza? Con Dioniso, invero, la vita appare come sapienza, pur restando vita fremente: ecco l’arcano. In Grecia un dio nasce da un’occhiata esaltante sulla vita, su un pezzo di vita, che si vuol fermare. E questo è già conoscenza. Ma Dioniso nasce da un’occhiata su tutta la vita: come si può guardare assieme tutta la vita? Questa è la tracotanza del conoscere: se si vive si è dentro a una certa vita, ma voler essere dentro a tutta la vita assieme, ecco, questo suscita Dioniso, come dio onde sorge la sapienza.

In termini pacati, Dioniso è il dio della contraddizione, di tutte le contraddizioni – lo dimostrano i suoi miti e i suoi culti – o meglio di tutto ciò che, manifestandosi in parole, si esprime in termini contraddittori. Dioniso è l’impossibile, l’assurdo che si dimostra vero con la sua presenza. Dioniso è vita e morte, gioia e dolore, estasi e spasimo, benevolenza e crudeltà, cacciatore e preda, toro e agnello, maschio e femmina, desiderio e distacco, giuoco e violenza, ma tutto ciò nell’immediatezza, nell’interiorità di un cacciatore che si slancia spietato e di una preda che sanguina e muore, tutto ciò vissuto assieme, senza prima né dopo, e con pienezza sconvolgente in ogni estremo. E alla fine questa contraddizione è qualcosa di ancora più divergente, più insanabile di quella che i Greci hanno sperimentato in se stessi. Nel contemplare Dioniso, l’uomo non riesce più a staccarsi da se stesso, come fa quando vede gli altri dèi: Dioniso è un dio che muore. Nel crearlo l’uomo è stato trascinato a esprimere se stesso, tutto se stesso, e qualcosa ancora al di là di sé. Dioniso non è un uomo: è un animale e assieme un dio, così manifestando i punti terminali delle opposizioni che l’uomo ha in sé.

Qui appunto sta l’origine oscura della sapienza. La tracotanza del conoscere che si manifesta in questa avidità di gustare tutta la vita, e i suoi risultati, l’estremismo e la simultaneità dell’opposizione, alludono alla totalità, all’esperienza indicibile della totalità. Dioniso è quindi uno slancio insondabile, lo sconfinato elemento acqueo, il flusso della vita che precipita in cascata da una roccia su un’altra roccia, con l’ebbrezza del volo e lo strazio della caduta; è l’inesauribile attraverso il frammentarsi, vive in ciascuna delle lacerazioni del corpo tenue dell’acqua contro le aguzze pietre del fondo».

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Il secondo specchio è Lo specchio di Perseo. L‘angoscia umana condensata nel terrore di vivere. Terrore che Perseo esorcizza, tagliando la testa della Medusa in quello specchio stesso dovè riflessa la sua propria imago: concetto nel quale, come dice Lacan, si possono configurare e connettere l’immaginario e il simbolico.

Perseo, dunque, taglia la testa alla sua propria paura e se la mette sulle spalle. Ma, così facendo, taglia la testa anche a sé stesso. Lo specchio, perciò, come possibilità di conoscenza e assunzione del proprio terrore e della propria morte, come fardello inalienabile dall’esistenza.

Scrive Nietzsche ne “La nascita della Tragedia dallo spirito della musica”, facendo parlare Sileno – dio della danza raffigurato con gli attributi di una capra: il tràgos τράγος (trágos)= capro, che fondendosi al termine ᾄδω (á(i)dô)= io canto, dà luogo al “canto del capro”. Cioè, alla τραγῳδία (tragodìa), quindi alla Tragedia – il quale, rivolgendosi a Re Mida, gli dice: «Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto».

Oppure, come nota Heidegger in “Essere e Tempo”: «esserci è vivere per la morte […] La morte sovrasta l’esserci. La morte non è affatto una semplice presenza non ancora attuatasi, non è un mancare ultimo ridotto ad minimum, ma è, prima di tutto, un’imminenza che sovrasta[…] La morte è per l’esserci la possibilità di non-poter-più-esserci». Insomma, per Heidegger, l’esistenza è autentica quando è pervasa dall’angoscia che scaturisce dal prendere coscienza della nostra finitudine: questo è il “vivere per la morte”, che ha dunque una valenza altamente positiva, in quanto rende autentiche le scelte e, con esse, la vita. Cosa che non potrebbe avvenire in una prospettiva di vita eterna.

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Il terzo e ultimo specchio è Lo specchio di Narciso. Il terrore della Bellezza e del ri/conoscersi.

La Bellezza non in senso kantiano: oggettiva, senza scopo, pura forma universalmente riconosciuta. Immagine, insomma, di apollinea perfezione. Ma sentimento che atterrisce e rende ebbri, di fronte al potere lacerante della natura. Bellezza oscura, inconscia, crudele, informe, irrappresentabile. Orgiastico sentimento dionisiaco.

Lo stesso sentimento di estatica lacerazione che ci pervade e pervade ogni essere umano all’atto del ri/conoscersi. All’atto di ri/velarsi a sé stesso, con lo squarcio del Velo di Maja. L’emergere del soggetto dal mare dell’inconscio, parafrasando Žižek.

Una rivelazione e uno svelamento che sono possibili solo, come ci insegna il Mito di Narciso, in uno stato di semi incoscienza.

Uno stato simile a quello prodotto da un narcotico: ναρκωτικός che fa intorpidire e produce stupore. Stesso semantema greco (derivante da νάρκ-η, cioè sopore) da cui prende il nome il Mito di Narciso. Trasformatosi, come vuole la primigenia interpretazione mitologica ellenica, nell’omonimo fiore.

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L’essenza del Teatro, insomma, riposa nel Mito, come narrazione e conoscenza. Mito come parola e s/velamento (Aletheia-ἀλήθεια) della Verità. Una Verità riflessa.

Mai, dunque, assoluta. Perché, appunto, ri/velata. Hegelianamente e marxianamente dialettica. Possibile nell’approssimarsi all’oggettività.

Il Teatro, dunque, come discorso sulla menzogna e la verità. Il Teatro come Mistero, Mito, Conoscenza, Dialettica. Conoscenza di sé e dell’Uomo.

Ed è per questo che il Teatro è da intendersi come la forma d’Arte che più di ogni altra, iscritta nel mito e nei suoi archetipi, nella parola rivelatrice e nella sapienza, porta in sé l’origine stessa della cultura antopologica e il germe della società comunista e finanche della conoscenza e dell’epistemologia marxista. Una forma d’Arte, oggi, più che mai necessaria. In un’epoca dove tutto è comunicazione e merce.

Perché, come scriveva il nostro mai dimenticato Antonio Newiller, in Manifesto Per un teatro clandestino. Dedicato a T. Kantor:

«Bisogna usare tutti i mezzi disponibili, per trovare la morale profonda della propria arte. Luoghi visibili e luoghi invisibili, luoghi reali e luoghi immaginari popoleranno il nostro cammino. Ma la merce è merce e la sua legge sarà sempre pronta a cancellare il lavoro di chi ha trovato radici e guarda lontano. Il passato e il futuro non esistono nell’eterno presente del consumo. Questo è uno degli orrori, con il quale da tempo conviviamo e al quale non abbiamo ancora dato una risposta adeguata. Bisogna liberarsi dall’oppressione e riconciliarsi con il mistero. Due sono le strade da percorrere, due sono le forze da far coesistere. La politica da sola è cieca. Il mistero, che è muto, da solo diventa sordo. Un’arte clandestina per mantenersi aperti, essere in viaggio ma lasciare tracce edificare luoghi, unirsi a viaggiatori inquieti […] È tempo che l’arte trovi altre forme per comunicare in un universo in cui tutto è comunicazione. È tempo che esca dal tempo astratto del mercato, per ricostruire il tempo umano dell’espressione necessaria».

Il Teatro, dunque, come specchio crudele e infranto dell’ esistenza umana. Un Teatro che è corpo. Carne e materia che si fanno Teatro.

Nel Mistero. Nel Mito. Nella conoscenza. Nella Bellezza. Nella Morte.

Per parafrasare Jacques Derrida: nell’incessante rinascita organica della Vita da sé stessa.

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