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La Turchia espelle l’ambasciatore israeliano

Il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, ha detto che la Turchia riduce la sua rappresentanza diplomatica in Israele al livello di un secondo segretario e non riconosce la legalità del blocco israeliano di Gaza.

La decisione riguarda anche la sospensione di tutti gli accordi militari con lo stato ebraico perché quest’ultimo non si è scusato per il raid dell’anno scorso contro il traghetto turco Mavi Marmara, carico di attivisti filo-palestinesi che cercavano il forzare il blocco di Gaza, raid finito con l’uccisione di 9 cittadini turchi.

In mattinata era stato pubblicato l’atteso rapporto delle Nazioni Unite sul raid del 31 maggio 2010 delle forze israeliane contro la flottiglia di Gaza in cui rimasero uccise 9 persone conclude che se il blocco navale di Gaza da parte israeliana deve considerarsi legale e appropriato, il modo in cui le forze israeliane hanno abbordato le imbarcazioni che cercavano di rompere quel blocco 15 mesi fa è stato eccessivo ed irragionevole. «Israele è confrontato ad una reale minaccia alla sua sicurezza da parte di gruppi militanti a Gaza» si legge in apertura del rapporto. «Il blocco navale è stato imposto quale legittima misura di sicurezza per prevenire l’ingresso di armi a Gaza attraverso il mare e la sua attuazione è conforme ai dettami del diritto internazionale». Il rapporto, che verrà reso pubblico oggi e di cui il New York Times ha ottenuto una copia, conclude che quando i commando israeliani sono saliti a bordo della principale imbarcazione che componeva la flottiglia hanno dovuto far fronte ad una «resistenza organizzata e violenta da parte di un gruppo di passeggeri» e quindi si sono trovati a dover ricorrere alla forza per proteggersi. Ma il rapporto definisce la forza «eccessiva ed irragionevole», definendo inaccettabili le perdite di vite umane.

Il documento di 105 pagine è stato completato mesi fa ma la sua pubblicazione è stata rinviata più volte di fronte ai tentativi edi Israele e Turchia di migliorare le relazioni in fase di deterioramento. Obiezioni alle conclusioni cui giunge il documento – che le inserisce al suo interno – sono giunte dai due governi, convinti entrambi che il rapporto renderà la riconciliazione più difficile. Il rapporto esorta Israele a formulare «un’appropriata dichiarazione di rammarico» e pagare i risarcimenti ma per la parte turca questa formula non contiene una sufficiente espressione di rimorso. L’indagine dell’Onu su quanto accadde a bordo della Mavi Marmara, che batteva bandiera turca ed era la principale delle 6 imbarcazioni, è stata guidata da Sir Geoffrey Palmer, ex premier neozelandese. Con lui hanno lavorato l’ex presidente colombiano Alvaro Uribe ed un rappresentante di Israele ed uno della Turchia. Il rapporto è duro con la flottiglia, che ha agito «temerariamente nel tentare di rompere il blocco navale». Anche se una maggioranza delle centinaia di persone a bordo delle sei imbarcazioni non aveva intenzioni violente, aggiunge questo non può dirsi per I.H.H. Humanitarian Relief Foundation, il gruppo turco principale organizzatore della flottiglia. «Esistono seri dubbi sulla condotta, la vera natura e gli obiettivi degli organizzatori della flottiglia, in particolare I.H.H».

Quanto all’abbordaggio delle forze israeliane, il comitato Palmer sottolinea come Israele avrebbe dovuto lanciare avvertimenti poco prima del raid e avrebbe dovuto tentare prima di ricorrere a metodi non violenti. E accusa: «prove che dimostrano che la maggior parte delle vittime sono state raggiunte da numerosi colpi di arma da fuoco, anche alla schiena e anche esplosi da distanza ravvicinata non sono state tenute adeguatamente in conto nel materiale presentato da Israele». Il rapporto infine critica Israele per il trattamento successivamente riservato ai passeggeri, trattamento che ha incluso «maltrattamenti fisici, intimidazioni e molestie, ingiustificato sequestro dei beni in loro possesso e la negazione di una tempestiva assistenza consolare».

Intanto, visto l’avvicinarsi dell’appuntamento all’Onu per una risoluzione sullo stato palestinese, la Ue si riunisce in Polonia. Ultimo appuntamento utile, prima dell’assemblea dell’Onu del 20 settembre, l’Unione europea cerca oggi a Sopot (Polonia) una difficile intesa sul nodo del riconoscimento dello stato della Palestina, in vista della presentazione al palazzo di vetro di New York della richiesta dell’Anp di riconoscimento dello Stato palestinese entro i confini del 1967 (con Gerusalemme est capitale) e di ammissione alle Nazioni Unite. La questione sarà al centro della riunione informale dei ministri degli esteri della Ue (per l’Italia, Franco Frattini), che si tiene sul mar Baltico, a pochi chilometri dalla Danzica dove nacque il movimento di Solidarnosc. I 27 procedono ancora in ordine sparso, ma l’ambizione dell’Alto rappresentante della politica estera della Ue, Catherine Ashton, è di arrivare a New York con una risoluzione comune, sull’esempio di quella presentata lo scorso anno – con successo – sul Kosovo. Gli esperti dei 27 sono al lavoro su un testo che oggi e domani sarà valutato dai capi delle diplomazie. Il compito si presenta arduo. «Se sarà comune, la risoluzione sarà necessariamente di carattere generale, con la riaffermazione di principi sul processo di pace che tutti i 27 possono condividere», rilevano fonti diplomatiche. «Sul riconoscimento unilaterale di uno Stato palestinese, le divisioni restano profonde ed è difficile che siano risolti in questa due giorni di Sopot». Gli schieramenti non sono ben delineati, ma secondo le stesse fonti Germania, Italia, Repubblica Ceca, Olanda e Danimarca sono tra i paesi che più si oppongono a soluzioni unilaterali, ritenute fughe in avanti. La Spagna e la Francia ritengono invece che sia arrivato il momento di riconoscere lo stato palestinese. «Abbiamo lavorato con l’idea che ci sia una maggioranza nell’Ue che possa costituire un passo avanti nel riconoscimento dello stato palestinese. Credo che in questo momento ci sia un grado sufficiente di maturità per fare un passo in questa direzione», a dichiarato recentemente il ministro degli esteri spagnolo Trinidad Jimenez. Sulla ricerca di un compromesso pesa negativamente la posizione del governo israeliano che continua a tollerare la costruzione di migliaia di nuove case a Gerusalemme Est, oltre la vecchia ‘linea verdè delle frontiere del 1967 e della legalità internazionale. Il proseguimento delle attività edilizie israeliane oltre i confini del ’67 è considerato dai 27 «un’azione unilaterale», dannosa al processo di pace.

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