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La ‘nuova’ Libia: tra caos e interessi stranieri

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Tolto di mezzo l’ingombrante Gheddafi, la Libia è letteralmente ‘sparita’, non se ne parla più. Eppure pochi giorni fa un rapporto diffuso dall’ONU denunciava che nelle carceri del paese sono ancora rinchiuse ben 7000 persone, tra le quali  donne, bambini e molti stranieri arrestati durante la guerra civile. Detenuti nelle mani delle bande e delle milizie che si sono impossessate del paese col determinante aiuto militare e diplomatico delle ‘democrazie occidentali’. Rinchiusi senza che siano rispettati i loro diritti all’assistenza e alla difesa, molti torturati e maltrattati, in particolari i detenuti di pelle scura che nella ‘nuova’ Libia sono considerati cittadini di serie B.

I cittadini libici neri non sono gli unici a non gradire la ‘nuova’ Libia. Anche i berberi non sono proprio contenti di come stanno andando le cose. Oltre 500 Amazighs hanno infatti manifestato a Tripoli ribadendo la protesta per l’esclusione dal nuovo governo libico. La manifestazione si è svolta a piazza dei martiri (la ex piazza verde), dove i dimostranti, comprese donne e bambini, hanno scandito lo slogan «La nostra esclusione è una grande sorpresa». All’indomani della formazione del nuovo governo, il congresso nazionale berbero ha invitato tutti i libici a interrompere la propria cooperazione con il Cnt.

A proposito del nuovo governo libico, qualche giorno fa il Corriere della Sera pubblicava un articolo che riportiamo qui sotto. A parte le dichiarazioni concilianti con il nuovo assetto determinato dall’intervento della Nato Lorenzo Cremonesi, ci fornisce alcuni elementi interessanti sulla situazione nel paese. Ad esempio il fatto che ministro del petrolio sia stato nominato un personaggio conciliante con gli interessi dell’Eni in particolare e dell’Italia più in generale. Il che potrebbe essere un risultato del nuovo posizionamento da parte di Monti a fianco di Merkel e Sarkozy all’interno dello scenario europeo. Altro elemento interessante è la bocciatura di alcuni personaggi di spicco della galassia jihadista; una buona notizia, indubbiamente. Che però lascia intendere che i leader messi da parte, le milizie e gli interessi economici e politici anche stranieri  non rappresentanti nel nuovo esecutivo non se ne staranno con le mani in mano. E quindi la tendenza alla disgregazione di un paese che di fatto già non esiste più da alcuni mesi potrebbe aggravarsi. Un risultato non ricercato dagli apprendisti stregoni della Nato e delle petromonarchie arabe che hanno sponsorizzato il cambio di regime a Tripoli. Oppure uno scenario balcanico o libico di divisione ed eterna conflittualità dal quale gli occupanti hanno tutto da guadagnare.
 

Governo laico in Libia Un ex Eni al Petrolio

Un governo composto da figure relativamente minori, ma importanti per cercare di rappresentare in modo equo le tribù e le etnie regionali. Con una novità rilevante: nonostante le aspettative delle ultime settimane, il fronte legato ai fondamentalisti islamici è stato largamente ignorato. Questa la filosofia che guida il nuovo esecutivo del governo transitorio in Libia guidato da Abderrahim Al-Keib, a sua volta nominato meno di un mese fa e sino ad allora quasi sconosciuto professore universitario legato alle università americane e del Golfo. Uno degli aspetti più controversi è che non riceve alcun dicastero Abdelhakim Belhaj, il noto e discusso capo del consiglio militare di Tripoli con un passato jihadista, ex volontario delle brigate islamiche in Afghanistan, poi prigioniero a Guantanamo e di recente figura centrale delle forze rivoluzionarie diventato ancora più prominente dopo il misterioso assassinio a Bengasi il 28 luglio di Abdel Fattah Younes, che sino ad allora era stato comandante in capo delle sommosse. Era opinione diffusa a Tripoli che Belhaj sarebbe diventato il nuovo ministro della Difesa. E invece è stato nominato Osama al Juwali, comandante delle Brigate di Zintan. Una sorta di ricompensa per il loro ruolo centrale nella presa di Tripoli il 23 agosto, seguita poi all’ impegno nella battaglia per Bani Walid tra settembre e ottobre, e infine nella cattura di Saif Al Islam, il secondogenito del Colonnello. Soddisfatte le colonne delle brigate nella Tripolitania occidentale, Al-Keib ha cercato quindi di rispondere alle aspettative della Cirenaica e soprattutto dei bellicosi guerriglieri di Misurata (non a caso definiti da taluni i «prussiani» della nuova Libia). Si spiega così la nomina del nuovo ministro degli Esteri, Ashour Bin Hayal, visto come uomo gradito nelle regioni centrorientali. Il problema del nuovo esecutivo è infatti quello di placare le violente rivalità e le frustrazioni crescenti tra i 6 milioni di abitanti di questo Paese, profondamente disuniti e voluti tali da 42 anni di dittatura secondo l’ antica logica del dividi et impera. Nelle ultime settimane sono lievitati in modo preoccupante gli episodi di scontri a fuoco tra milizie in competizione per controllo del territorio e influenza sui dirigenti di Tripoli. Una possibile rassicurazione arriva anche per l’ Italia. Il nuovo ministro del Petrolio è infatti Abdulrahman Ben Yazza, ex consigliere locale dell’ Eni e dirigente della vecchia Compagnia Petrolifera Nazionale (Noc). A fianco dei numerosi messaggi di simpatia appoggio al nuovo esecutivo è arrivato ieri anche quello di Mario Monti. Un importante riconoscimento alla nuova sovranità libica è giunto contemporaneamente da Luis Moreno Ocampo, capo giudice della Corte Internazionale dell’ Aja, che ha riconosciuto la legittimità giuridica dei tribunali locali, «a condizione che rispettino alcune condizioni», per processare in loco Saif al Islam. È stata invece smentita la notizia dell’ arresto del responsabile dei servizi d’ informazione di Gheddafi, Abdallah Sanussi, diffusa domenica.

Lorenzo Cremonesi (24 novembre 2011 – Corriere della Sera)

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