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Cameron boicotta l’Europa

Poche considerazioni a caldo. La Gran Bretagna è l’unica economia europea che sembra avere qualcosa da guadagnare da un affondamento dell’euro (sorvolando sull’Ungheria para-fascista attuale, con dirigenti intellettualmente inabili a fare qualcosa di più che raggirare il proprio popolo; ma che a fine mattinata è tornata sui suoi passi con il cappello in mano). Ma è anche questa un’illusione.

Il guadagno arriva solo dall’esistenza della City finanziaria, che è poi la portaerei da cui partono i bombardieri che attaccano il debito pubblico degli stati dell’eurozona. Da questo punto di vista (quello del capitale finanziario senza terra né legge), c’è tutto da guadagnare speculando al ribasso e sul fallimento europeo. La sterlina mantiene un valore sproporzionato e l’idea sembra quella di avere la chance di importare merci europee a buon mercato, da paesi con l’acqua alla gola e costretti o a uscire dall’euro o a strozzare la propria popolazione con “sacrifici” oltre i limiti della sopravvivenza fisica.

Dal punto di vista del capitale industriale, invece, le cose stanno all’opposto. La Gran Bretagna dipende quasi esclusivamente dai rapporti commerciali con l’Europa continentale (gli Usa sono un partner strategico sul piano finanziario e politico-militare, ma pesano assai meno sulla bilancia commerciale); un tracollo Ue renderebbe le (poche) merci inglesi esportabili un “lusso” insopportabile. La recessione sarebbe per gli inglesi forse più devastante che per l’Europa. Ma è inutile chiedere al premier meno brillante che l’Inghilterra abbia mai avuto un colpo di intelligenza… O di compassione per il proprio popolo.

EDal vertice esce però un “patto di bilancio” che obbliga i paesi aderenti a inserire il pareggio di bilancio nelle rispettive Costituzioni e avvicina il tempo di una politica economica e fiscale comune. Suicida, probabilmente, ma comune.

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L’Europa si spacca. Riesce a mettere in piedi una ‘Unione di bilancio’, fatta di rigore e stretta, per recuperare la credibilità dell’euro e garantire la tenuta della moneta unica. Ma lo fa solo a ’23’ e sotto forma di accordo intergovernativo. Una sorta di cooperazione rafforzata cioè che riesce a mettere insieme i 17 paesi di eurolandia, più altri sei, ma non la Gran Bretagna che (con l’Ungheria) si sfila e sancisce di fatto la temuta frattura.

Un’intesa al ribasso – che tra poche ore sarà subito all’esame dei mercati – per colpa di Londra, rimarca il presidente francese Nicolas Sarkozy. I leader europei lasciano la sede del vertice all’alba, dopo una maratona negoziale durata tutta la notte. Ma su cui si punta per recuperare «credibilità», spiegano i vertici Ue; mentre Angela Merkel parla di un «buon risultato per l’euro».

Il presidente del consiglio europeo, Herman van Rompuy, non nasconde che sarebbe stato meglio fosse nata all’insegna della «unanimità». Ma il patto rappresenta comunque un «passo importante» per i Paesi che l’hanno sottoscritto e che si «impegnano» a onorare – rassicura – nonostante non vi siano per ora vincoli «giudici»: chi lo «ha adottato ha preso l’impegno ad una modifica dei trattati».

In particolare i 23 recepiranno la stratta di bilancio nelle rispettive costituzioni, faranno partire – anticipandolo – il fondo permanente salva-stati (Esm) a luglio 2012 con il coinvolgimento della Bce nella gestione operativa (ma non diventerà una vera banca centrale tipo Federal Reserve o Banca d’Inghilterra), rifinanzieranno per 200 miliardi di euro l’Fmi, adotteranno sanzioni automatiche e lasceranno fuori i privati dalle ristrutturazioni del debito.

Un’ipotesi, quella del patto a ’17+’ fattibile realisticamente entro marzo, ventilata già in mattina da fonti Ue e confermata dalla cancelliera Angela Merkel che, arrivando a Bruxelles, era apparsa determinata sulla sua posizione: non so – aveva detto – se sarà possibile raggiungere un accordo a 27. Nel caso contrario – aveva aggiunto – si sarebbe passati ad un assetto a 17 aperto, ai paesi che volevano parteciparvi. Un patto che – spiega Van Rompuy – vedrà presenti e protagoniste le istituzioni europee, impegnate «in questo esercizio».

Un esercizio del tutto nuovo e da verificare. Per il quale l’Italia – non è un mistero – avrebbe preferito un approccio «comunitario» a 27 che evitasse spaccature e rilanciasse la strada del rafforzamento del mercato interno, anche in chiave crescita. Il professore incassa comunque una nuova promozione dai leader per i ‘compiti a casa’: «abbiamo accolto con favore le misure dell’Italia che rappresentano un grande sforzo», ha detto il presidente del Consiglio Ue commentando la manovra con cui Roma si è presentata a Bruxelles.

Manovra da oltre 20 miliardi di correzione che prevede anche una riforma delle pensioni, così come chiesto e preteso da Bruxelles. Ora, alla finestra ci sono i mercati che ieri non hanno nascosto il nervosismo con le borse tornate in profondo rosso e gli spread di nuovo in volata. Pronti a giudicare se l’Europa ha centrato il suo obiettivo: ridare credibilità alla moneta unica in un vertice che – aveva sottolineato Srakozy – era probabilmente «l’ultima chance» mentre dall’America Obama si diceva preoccupato chiedendo al vecchio continente di mettere in campo la sua «volontà politica».

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I perché del “no” inglese secondo Il Sole 24 Ore

 Ventitré paesi, fra cui tutti i 17 dell’Eurozona, hanno deciso di stipulare un nuovo trattato intergovernativo (‘fiscal compact’) che sarà ‘aggiuntivo’ rispetto al Trattato Ue, e raccoglierà tutti gli impegni degli Stati contraenti in materia di disciplina finanziaria e le nuove regole di bilancio concordate in base all’accordo franco-tedesco.

Fuori dall’iniziativa a 23 restano la Gran Bretagna e l’Ungheria con un ‘no’ netto, mentre la Repubblica ceca e la Svezia non hanno potuto pronunciarsi perché sprovviste del mandato parlamentare a negoziare un nuovo trattato.

«Noi non rinunceremo mai alla nostra sovranità»: il primo ministro britannico David Cameron ha giustificato così, in una conferenza stampa stamattina a Bruxelles, il rifiuto di Londra ad accettare la riforma dei trattati dell’Ue proposta da Parigi e Berlino per una maggiore disciplina nella politica di bilancio comunitaria.

Cameron ha parlato di una «decisione difficile ma buona» in cui gli interessi del suo paese sono stati tutelati. E ha aggiunto: «Se non si riescono a contenere gli eccessi all’interno di un Trattato, meglio restarne fuori». «Ciò che è uscito» dal summit Ue «non era nell’interesse della Gran Bretagna, quindi non l’ho accettato» ha proseguito il premier britannico, «non potevo presentare questo nuovo trattato al nostro parlamento» ha detto ancora Cameron, visibilmente sollevato.

Stando a quanto riferito precedentemente dal presidente francese Nicolas Sarkozy, Cameron aveva chiesto un protocollo allegato al trattato per esonerare Londra dall’applicazione delle regole sui servizi finanziari. Una condizione non accettabile – stando al leader francese – poiché proprio da questo settore sono nati molti dei problemi dell’attuale crisi.
Redazione. Qui sta il cuore vero dell’atteggiamento britannico. Le “regole sui servizi finanziari” sono l’unico punto davero inaccettabile per chi ha un’economia ormai incentrata su questo “settore”. Il resto delle chiacchiere – “mercato aperto”, “libero scambio”, ecc – sono fumo negli occhi.
Secondo Cameron, invece, devono essere tutelati «interessi britannici in ambito Ue» come il libero scambio e l’apertura dei mercati. Quando ai 17 paesi dell’Eurozona, accompagnati da sei paesi membri ‘volontari’ nell’ambizioso progetto di revisione dei trattati – che sarà verosimilmente messo a punto per marzo – Cameron ha augurato loro “buona fortuna” perché risolvano i loro “problemi”.

 

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Pesante scivolone dei mercati in attesa dell’inizio del vertice ‘salva-euro’: in un quadro di grande preoccupazione, con insistenti voci sulle divergenze tra i principali leader europei, non aiutano le notizie di giornata in arrivo e dalla Bce e dall’autorità bancaria Eba.

Milano fa un tonfo del 4,29%, ed è la peggiore nel Vecchio Continente. Ma i mercati europei vanno tutti male. L’indice paneuropeo Euro Stoxx 50 lascia il 2,43%, Parigi il 2,53%, Francoforte il 2,01% e Madrid il 2,12%; Londra si ‘salvà con un -1,14%.

Dopo una mattinata nervosa, la notizia del nuovo taglio ai tassi da parte dell’istituto centrale di Francoforte viene salutata con freddezza: un quarto di punto con il costo del denaro che scende all’1% non basta ormai per ravvivare le contrattazioni. Quando inizia l’intervento del governatore Mario Draghi i mercati però si ringalluzziscono: parla dell’alleggerimento tanto sperato sui collaterali chiesti alle banche e per un attimo le Borse ci credono. Milano inverte veloce la rotta, passa in positivo e arriva a guadagnare lo 0,89%.

A mano a mano che il numero uno a Francoforte parla, però, appare chiaro che non ci sarà alcun aumento di acquisti di bond governativi. I mercati ci avevano invece sperato e gli indici si sgonfiano in un attimo, come un palloncino: l’istituto, ha spiegato Draghi, «non ha mai discusso l’ipotesi di mettere un limite ai rendimenti» o agli spread dei Paesi in difficoltà. Non ci sarà alcun salvagente sugli spread, insomma.

E dopo che negli ultimi giorni, anche se a fatica, i Btp stavano rimontando in scia alla manovra di Mario Monti, non si è fatta attendere una nuova fiammata. Ieri in chiusura gli spread con il bund erano a 389 punti, in 24 ore tornano a quota 444 con rendimento al 6,46%. La Bce ha tra l’altro tagliato oggi anche le stime sulla crescita nell’area euro e stima ora la crescita dell’1,5-1,7% nel 2011 (tre mesi fa la crescita attesa era 1,4-1,8%), mentre si attende un pil tra -0,4% e +1% nel 2012 (tre mesi fa era tra 0,4% e 2,2%).

Insomma, c’è poco da stare tranquilli: per l’anno prossimo – anche se solo in un range statistico – non si esclude persino una recessione.

A gettar benzina sul fuoco sono arrivati poi nel pomeriggio i risultati sui test dell’Autorità bancaria europea (Eba) con le stime sul fabbisogno di ulteriori mezzi freschi sui capitali primari delle banche (core tier 1) del Vecchio Continente. Agli istituti Ue serviranno altri 114,7 miliardi, da reperire entro fine giugno indicando già per il 20 miliardi come si vuole procedere. Per l’Italia è di 15,4 miliardi di euro il patrimonio ‘core’ mancante, quello cioè che dovrebbe rendere gli istituti esaminati in grado di resistere anche all’urto di una contabilizzazione dei titoli di stato a valori di mercato, e ben 700 milioni in più rispetto alla stima preliminare di ottobre.

Le vendite, tra i singoli titoli, si sono accaniti così sulle banche. Le tedesche Commerzbank e Deutsche Bank hanno lasciato rispettivamente il 9,5% e il 4,3%. Le italiane Unicredit e Intesa Sanpaolo sono andate giù del 7,25% e dell’8,92%. Mentre la francese SocGen ha perso il 4,5%.

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