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Madrid risponde al colossale corteo di Bilbao: “niente amnistia”

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Il governo spagnolo non varerà un indulto generale per i detenuti appartenenti all’organizzazione indipendentista basca Eta, nonostante che questa il 20 ottobre scorso abbia annunciato la cessazione definitiva delle sua attività armata. Lo ha detto esplicitamente il neo ministro alla Giustizia di Madrid, Alberto Ruiz-Gallardon, nel corso della sua prima visita nei Paesi Baschi, per l’insediamento del nuovo delegato del governo nella Comunità Autonoma.
Gallardon ha spiegato che la politica penitenziaria nei confronti dei detenuti dell’Eta si baserà solo su misure individuali, come stabilito dal «principio di legalità». Ed ha sottolineato che la Costituzione vieta gli indulti generali ed «esclude la figura legale dell’amnistia», per cui la politica per i detenuti appartenenti all’organizzazione armata si centrerà su misure individuali, «a partire dalla richiesta di perdono e dalla volontà di riparazione delle vittime», che saranno avanzate dai singoli condannati. La scorsa settimana, attraverso un comunicato interno reso pubblico dal quotidiano basco Deia, l’Eta ha chiesto ai propri militanti rinchiusi nelle carceri spagnole di non chiedere perdono ma di continuare a sollecitare una soluzione collettiva al problema dei prigionieri politici.

A quella del ministro della Giustizia è seguita la dichiarazione, altrettanto sprezzante, del Ministro degli Interni Jorge Fernández Díaz, che oggi ha respinto quelle che ha definito le indebite ‘pressioni’ le manifestazioni popolari e le richieste di praticamente tutte le forze politiche basche, ribadendo che non si possono trattare i prigionieri politici da quelli comuni e che quindi non è possibile per loro nessuna soluzione che non sia individuale.

La dichiarazione di chiusura da parte del ministro della Giustizia spagnolo è di fatto la risposta del governo Rajoy alla enorme marcia che sabato ha portato a Bilbao circa 110 mila persone che hanno manifestato per il rispetto dei diritti umani e politici dei circa 700 prigionieri politici dispersi nelle carceri di Spagna e Francia. La manifestazione popolare più partecipata mai realizzata negli ultmi decenni dei Paesi Baschi ha chiesto un cambiamento netto nella politica penitenziaria dello Stato Spagnolo, a partire dalla immediata applicazione delle leggi spagnole che prevedono la scarcerazione immediata dei detenuti che hanno scontato i tre quarti della pena, che soffrano di infermità incompatibili con la reclusione. E soprattutto che i prigionieri baschi possano scontare la pena il più vicino possibile al loro territorio di origine. Norme queste sistematicamente violate da tutti i governi spagnoli dall’inizio degli anni ’80 in poi, in nome di una politica di dispersione carceraria del collettivo dei prigionieri indipendentisti mirata a fiaccarne la resistenza e la coesione. Un risultato che la dispersione, i continui trasferimenti da un carcere all’altro, la negazione improvvisa dei colloqui non hanno mai raggiunto, scatenando al contrario all’interno di settori della società basca anche lontani dalla sinistra e dall’indipendentismo un moto di indignazione e di denuncia nei confronti di una violazione sistematica dei diritti non solo dei prigionieri ma anche dei loro familiari. Un moto che sabato si è manifestato in una impressionante marea umana che ha invaso il centro della città, mandando un messaggio forte e chiaro al Partito Popolare e ai socialisti del Psoe.

Che la risposta del PP al movimento popolare basco fosse di chiusura totale si era capito dall’atteggiamento del governo spagnolo nei giorni precedenti alla grande manifestazione di Bilbao. Il Tribunale Speciale antiterrorismo di Madrid, la Audiencia Nacional, non aveva potuto proibire il corteo come avevano chiesto alcuni gruppuscoli neofascisti e le associazioni delle ‘vittime del terrorismo’ che spesso rappresentano una coperatura della destra postfranchista. Però il giudice Grande Marlasca aveva  concesso l’autorizzazione ai manifestanti a condizione che durante la marcia non fosse “reclamata la condizione di prigionieri politici” dei baschi rinchiusi nelle carceri ed “esposte le foto de detenuti”. L’irruzione di alcune camionette dell’Ertzaintza, la polizia autonoma basca, all’interno dell’enorme massa umana che si apprestava a iniziare la marcia, per notificare agli organizzatori della manifestazione le ‘condizioni’ dettate da Madrid, aveva creato alcuni attimi di tensione. Anche all’interno del Partito Socialista di Euskadi, la sezione basca del Psoe, i giudizi sul corteo di sabato erano stati negativi. In una nota il PSE aveva criticato la manifestazione ‘in quanto la richiesta di amnistia è in contrasto con la convivenza necessaria’. Da parte sua il Partito Nazionalista Basco – anche se alcuni dei suoi quadri hanno sfilato a Bilbao – non aveva aderito alla manifestazione perché il promotori non hanno chiesto anche lo “scioglimento definitivo di ETA”.

Le reazioni dell’establishment spagnolo e basco alla marcia di sabato sono finora tutte negative. E si nascondono dietro una legge che Madrid non ha mai rispettato. Una soluzione all’irlandese sembra per ora ancora parecchio lontana. Una posizione, quella del governo spagnolo, incomprensibile e irrazionale. Che però può essere almeno in parte spiegata con l’avversione ideologica radicata e ampiamente diffusa tra gli spagnoli nei confronti dei baschi, rivelata pochi mesi fa da un sondaggio il cui esito era esattamente quello riaffermato dai ministri di Rajoy: no all’amnistia per i prigionieri baschi.

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