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Il tornante più pericoloso in una crisi senza soluzione

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Sembra proprio che qualcosa si stia rompendo nella costruzione europea e nelle gestione della crisi. Prima di decidere se è una buona o cattiva notizia – in un paese in cui l’urgenza acefala del tifo fa sempre premio sull’intelligenza – conviene impadronirsi dei dati e farsi qualche domanda.

L’Europa sconta una classe politica votata agli interessi multinazionali ma “imprintata” dalle abitudini nazionalistiche. La Commissione e la Bce appaiono chiaramente come delle istituzioni per molti versi “lunari”, nella loro indifferenza a ciò che adde alle popolazioni dei vari paesi come conseguenza delle loro scelte. Ma al tempo stesso appaiono molto più consapevoli della natura indissolubilmente “sistemica” del meccanismo messo in funzione con la creazione della moneta unica.

Al contrario le leadership governative locali continuano a fare i conti principalmente con le preoccupazioni elettorali. Il caso più clamoroso, e il più pericoloso, è quello di Angela Merkel, ormai chiaramente incapace di conciliare ambizioni continentali e rovesci a livello di land. Ma non si tratta di difetti individuali. Un leader è sintesi di interessi, abitudini, priorità; le sue capacità sono quelle del suo blocco, né più né meno. E l’interesse tedesco – meglio: quella parte di interesse tedesco che ha fin qui parlato e agito tramite Merkel – è risultato inadatto a governare il processo di unificazione continentale verso un livello più alto, rapido, equilibrato. Le recenti interviste furibonde di Joshka Fischer e Gerhardt Schroeder – diportate anche su queste pagine – stanno lì a renderlo evidente.

Non è infatti mai stato possibile che i tempi e i modi dell’integrazionefossero calcolabili sulle esigenze interne o le idiosincrasie nazionali. Hanno sempre dovuto fare i conti con le reazioni dei mercati, interessi geostrategici complicati, scontando una velocità di “emersione” dei paesi Brics che ha reso carta pesta molte costruzioni sovranazionali. Difficile continuare a dettar legge nel Fmi o nella Banca mondiale, se devi andare in giro col cappello in mano a cercare fondi con cui rimetterti in sesto.

Ora l’eurozona è molto vicina al punto di rottura. È un “fattore di rischio” di dimensioni globali. La cosa imbarazzante è che è arrivata a questo punto non per la gravità della propria crisi, ma per l’ottusità di una governance guidata per metà da un’ideologia liberista idiota e per metà di gretti interessi nazionalistici. Il fatto che sia la prima che i secondi siano entrambi “capitalistici”, ma non coincidenti, dovrebbe far riflettere molta sinistra prima di aprir bocca e dettare “soluzioni” (inevitabilmente keynesiane, quindi impraticabili; se è vero che una politica keynesiana richiede l’esistenza di uno stato autorevole o autoritario, che a livello europeo non c’è).

Quella che voleva apparire come una marcia trionfale verso il trionfo del libero mercato continentale, aperto e senza limiti per la finanza, scorrevole ed efficiente, dominante senza contraddittorio sul lavoro e le popolazioni ridotte al silenzio, è ora un balbettio incoerente.

Non è una buona notizia per un semplice motivo: non c’è nessuna forza (rivoluzionaria, progressiva, comunista o alternativa) in grado di assumere il controllo della macchina impazzita. Sarebbe il caso di occuparsi di questo, per prima cosa.


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E anche i giornali mainstream, a questo punto, si accorgono che qualcosa non va. Suggeriamo soprattutto un’attenta lettura del comento di Bhagwati.

 

Grazie Merkel, la casa brucia
Adriana Cerretelli
La casa dell’euro brucia, l’incendio si è allargato dalla Grecia alla Spagna ma in giro continuano a non materializzarsi pompieri volonterosi né, soprattutto, affidabili. Abbondano invece gli sciacalli, quelli sì efficientissimi e sempre pronti a lucrare sulle disgrazie altrui. «Dissipate questa nebbia» ha invocato l’altro ieri Mario Draghi davanti all’Europarlamento. La struttura dell’unione monetaria, ha avvertito, è diventata «insostenibile». Parole forti ma parole al vento quelle del presidente della Bce? Di sicuro se per ora rimbalzano sulla nebbia, appunto, al riparo della quale i mercati attaccano i Paesi più deboli mentre i Governi che contano fanno “melina”, troppo presi dai rispettivi interessi elettoral-nazionali e troppo poco da quelli europei, che pure da anni si transustanziano nei primi. La verità è che anche i supertecnici molto rispettati possono poco di fronte all’immaturità della politica, alle sue latitanze continuate che ormai rasentano l’aperta irresponsabilità.
Ieri l’ennesima giornata di passione per spread e Borse. Un venerdì nero che tra pessimi dati congiunturali – disoccupazione europea all’11%, record imbattuto dal 1999, produzione manifatturiera in calo da 10 mesi consecutivi e indice della fiducia sempre in discesa – ha visto accentuarsi ulteriormente le divaricazioni dentro l’euro. Perché i mercati scommettono contro la sua tenuta, non credono che uscirà integro da questa tempesta infinita. Di fronte alle crescenti divergenze nei rendimenti dei titoli sovrani, con il Bund ormai bene-rifugio remunerato quasi sotto zero mentre i BTp stanno al 5,9-6% e i Bonos spagnoli schizzano al 6,5% cioè a ridosso della fatidica soglia del 7% che espulse Grecia, Irlanda e Portogallo dal mercato costringendoli a battere cassa in Europa e all’Fmi, che cosa fa la politica europea, che poi oggi è quella tedesca? Ciarla e gira a vuoto. Anche se il gioco si sta facendo pericolosissimo.

Non solo perché il crollo dell’euro sarebbe un cataclisma di proporzioni incalcolabili per tutti, nessuno escluso: si parla di un costo di almeno mille miliardi, alcuni ipotizzano addirittura il doppio. Ma perché la sua caduta nell’Europa in recessione rischierebbe di avvitarsi sulle evidenti difficoltà della congiuntura americana e sul rallentamento delle economie emergenti. A riprova che la globalizzazione morde tutti senza eccezioni e che se l’Europa piange, nessuno riesce più a ridere. Né a Washington né a Pechino. In breve, sarebbe un disastro mondiale. Che non a caso allarma Barack Obama.

Eppure a Berlino, se non proprio la calma olimpica, prevale un’ansia molto controllata. Reazioni soppesate con il contagocce. Business as usual. E lo si può anche capire, visto che da mesi la Germania, grazie alla crisi, sta facendo affari d’oro: si rifinanzia sui mercati quasi gratis e fa shopping in l’Europa a prezzi stracciati drenando risorse e ricchezze dei Paesi in difficoltà. Fino a quando? «Berlino deve riflettere. Di questo passo, con questi differenziali nei tassi, non ci sarà più un mercato europeo per i prodotti tedeschi, perché gli altri non avranno i mezzi per comprarli» ha avvertito il tedesco Martin Schultz, presidente dell’Europarlamento, all’ultimo vertice europeo.
La casa brucia, il tetto sta per crollare ma Angela Merkel e il suo ministro delle Finanze non se ne calano: ieri hanno rispedito al mittente anche la proposta di Bruxelles, fatta propria con estrema convinzione da Draghi, per la creazione di un’unione bancaria europea fondata sulla centralizzazione della vigilanza, sulla garanzia unica sui depositi e sulla possibilità di accesso diretto ai prestiti Esm. Bocciata: «Non rappresenta una soluzione a breve per la crisi». Bocciata come gli eurobond, come la mutualizzazione del debito sovrano.In nome della stessa logica che rifiuta il trasferimento implicito o esplicito dei rischi altrui, cioè la loro europeizzazione.
Già, perché meno si ha a che spartire con i Paesi della fascia mediterranea, meglio si sta a Berlino. Il che può anche essere perfettamente comprensibile. Però allora bisognerebbe anche spiegare agli irlandesi, che ieri hanno detto sì al fiscal compact, che i loro sacrifici non servono per restare nell’euro: chiarito l’equivoco, potrebbero almeno decidere liberamente quali sacrifici fare, senza farseli imporre. Bisognerebbe spiegarlo anche ai greci che il 17 andranno a votare se restare o uscire dalla moneta unica (e forse decideranno per il sì). E poi a tutti gli altri popoli e Paesi stretti nella morsa del rigore senza crescita e senza lavoro. «Per evitare che la crisi greca innesti quella dell’euro, bisogna trovare una soluzione europea»: ieri non l’ha detto Draghi e neanche José Barroso ma Alexis Tsipras. Se l’ha capito anche il leader della sinistra estremista ellenica, possibile che non ci riesca Angela Merkel? Molto più tristemente per l’Europa, forse non vuole.

 

Deutsche gioca sui prestiti Bce

Alessandro Plateroti

Per far irritare i tedeschi, basta accusarli di speculare sulla crisi dei Paesi periferici dell’euro: dalla cancelliera Angela Merkel ai vertici della Bundesbank, reazioni sdegnate e gesti di rabbia sono la risposta immediata a chi fa loro notare che più la crisi si trascina più i tassi tedeschi scendono, con enormi risparmi sul costo della raccolta e sul servizio del debito.
Certo, attribuire alla Germania un destabilizzante disegno occulto per guadagnare alle spalle dei «deboli» è forse eccessivo, ma sta di fatto che più peggiorano le condizioni di credito di Italia e Spagna più migliorano quelle della Bundesrepublik, i cui tassi di interesse sui Bund sono ormai prossimi allo zero.
Di questa situazione, ovviamente, beneficiano soprattutto le aziende e le banche tedesche, cha al contrario dei concorrenti italiani e spagnoli hanno la possibilità di rivolgersi al mercato dei capitali con un costo della raccolta davvero irrisorio: i bond corporate tedeschi pagano tassi di pochi punti percentuali. Senza contare che gli stessi istituti tedeschi hanno potuto attingere a piene mani anche dall’assegnazione illimitata di fondi della Bce all’1%: finanziamenti quasi-gratis che erano stati concepiti per aiutare le banche europee più in difficolta, insomma, sono finiti anche nelle casse di chi non ne aveva certamente bisogno. E proprio qui viene il problema.
Ieri abbiamo infatti appreso che la Bafin, la Consob tedesca, ha tentato di impedire a UniCredit di prendere in prestito miliardi di euro di liquidità dalla sua controllata in Germania. Nessuna legge impediva o impedisce a UniCredit una simile procedura – la banca italiana opera in Germania attraverso la rete di Hvb, che è a tutti gli effetti una banca tedesca – eppure la Bafin si è messa di traverso: raccogliendo denaro in Germania e poi trasferendolo in Italia, era la tesi dell’Authority, UniCredit metteva a repentaglio la sicurezza del risparmio tedesco. Il blitz della Bafin, fortunatamente, è stato bloccato dalla Banca d’Italia. Ma ciò che rende il fatto più paradossale e forse grottesco è che mentre l’authority tedesca dava lezioni agli italiani, proprio la più grande banca tedesca, Deutsche Bank, utilizzava le sue filiali italiane e spagnole per farsi prestare di nascosto soldi a tasso super-agevolato dalla Bce per poi trasferirli chissà dove. Un bel giochetto davvero, questo, della cui esistenza si è appreso soltanto grazie ai bilanci depositati dalle due «filiali disagiate», che nel complesso si sono fatte prestare dalla Bce circa 9 miliardi di euro rimborsabili in tre anni con tasso 1%. In particolare, Deutsche Bank Italia ha preso in prestito 3,5 miliardi di euro, mentre Deutsche Espanola ha messo in cassa 5,5 miliardi di euro. Dove sono finiti questi soldi? Sono rimasti in Italia e Spagna a beneficio dei clienti e delle imprese o sono tornati in Germania? Ovviamente, non lo sapremo mai: interpellata da Bloomberg in Germania, la Deutsche Bank si è rifiutata di fornire spiegazioni e commenti. Ma a rendere ancora più sgradevole la posizione tedesca non è l’arroganza, ma soprattutto la menzogna, la mistificazione dei fatti. In un incontro con gli analisti in 2 febbraio scorso, infatti, fu lo stesso amministratore delegato Joseph Ackermann ad affermare che la banca non avrebbe probabilmente fatto ricorso ai prestiti straordinari della Bce per evitare il rischio di «danni reputazionali», una tesi poi sostanzialmente ribadita il 26 aprile scorso dal direttore finanziario del gruppo bancario tedesco Stefan Krause: «Abbiamo preso una cifra piccola, davvero irrisoria – disse Krause agli analisti – per esigenze di cassa in Europa continentale». I casi sono due: o Spagna e Italia si sono spostate verso nord sulla cartina geografica, o i soldi presi in prestito nei due Paesi dell’Europa meridionale sono finiti altrove. Auf Wiedersehen Europa…

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È fallito il Doha Round e adesso vince il più forte

Jagdish Bhagwati

Il Doha Round, l’ultimo ciclo di negoziati commerciali multilaterali, è fallito a novembre del 2011, dopo dieci anni di trattative, malgrado i tentativi ufficiali fatti da numerosi Paesi, tra cui Regno Unito e Germania, e da quasi tutti i più importanti esperti in materia di commercio.

Il mancato raggiungimento della liberalizzazione per il commercio multilaterale, con la fine del Doha Round, implica che il mondo ha perso i guadagni commerciali che avrebbe potuto ottenere da un trattato efficace. Ma non si tratta solo di questo: il fallimento del Doha fermerà praticamente la liberalizzazione del commercio multilaterale negli anni a venire.

Ovviamente, i negoziati commerciali multilaterali sono solo una delle tre gambe rotte su cui poggia l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). La rottura di quella gamba incide però negativamente sul funzionamento delle altre due: l’autorità normativa della Wto e il suo meccanismo di risoluzione delle controversie, il Dispute Settlement Mechanism (Dsm). Anche in questo caso i costi potrebbero essere ingenti.

Sinora gli accordi commerciali preferenziali (Pta dall’inglese Preferential Trade Agreements) tra piccoli gruppi di Paesi hanno coesistito con gli accordi multilaterali non discriminatori per la liberalizzazione del commercio. Di conseguenza, le regole che governano il commercio, come i dazi anti-dumping e di compensazione per controbilanciare le sovvenzioni illegali, erano sotto il dominio sia della Wto che dei Pta. Ma, in caso di conflitto prevalevano le regole della Wto, perché conferivano diritti esecutivi estensibili a tutti i membri della Wto, mentre i diritti definiti dai Pta valevano solo per alcuni membri del Pta.

Quindi, mentre i potenti Paesi “egemoni” come gli Usa riuscivano a imporre le proprie regole sui partner più deboli nei Pta che intendevano far proliferare, le grandi economie emergenti come India, Brasile, Cina e Sud Africa insistevano nel rifiutare tali richieste se facenti parte di accordi commerciali multilaterali come il Doha.

Ora, nell’era degli accordi commerciali multilaterali e delle regole sistematiche, i Pta sono l’unica risorsa disponibile, mentre gli schemi stabiliti dalle potenze egemoni nei trattati commerciali iniqui fissati con i Paesi economicamente più deboli la faranno da padrona. Tali schemi però vanno oltre le tradizionali questioni commerciali (ad esempio, il protezionismo agricolo) e toccano vaste aree non correlate al commercio, tra cui le condizioni di lavoro, le regole ambientali, le politiche sull’espropriazione e la capacità di imporre controlli sui conti capitale in caso di crisi finanziarie.

Sfortunatamente, questo insidioso attacco alla seconda gamba della Wto si estende anche alla terza gamba, il meccanismo di risoluzione delle controversie. Il Dsm è l’orgoglio della Wto: è l’unico meccanismo imparziale e vincolante in grado di decidere e far rispettare gli obblighi contrattuali definiti dalla Wto e accettati dai suoi membri. Dà ad ogni membro, piccolo o grande che sia, una piattaforma e una voce.

Una volta stabiliti i Dsm basati sui Pta, tuttavia, le decisioni sulle controversie rifletteranno le asimmetrie di potere, avvantaggiando il partner commerciale più forte. Inoltre, i Paesi terzi avranno poca libertà d’azione sui Dsm, sebbene i loro interessi dipendano da come sono strutturate le decisioni.

(Traduzione di Simona Polverino)


 

da Il Sole 24 Ore


 

E ora Obama punta il dito contro l’Europa

 

Il titolare della Casa Bianca sarebbe adirato per l’inerzia di alcuni leader del Vecchio Continente

 

MILANO – Brutte notizie per Barack Obama. La disoccupazione negli Stati Uniti, per la prima volta in un anno, è inaspettatamente tornata a salire portandosi all’8,2%. Invece dei 150.000 posti di lavoro previsti, nel mese di maggio ne sono stati creati solo 69.000. Una nuova pesante tegola per il presidente Usa, dopo la frenata del Pil che nel primo trimestre 2012 si è fermato all’1,9%. La preoccupazione alla Casa Bianca è alle stelle, col secondo mandato di Obama che potrebbe essere messo seriamente a rischio da un acuirsi della crisi.

 

LA CRESCITA – Il presidente – commentando i dati – non nasconde che la crescita dell’economia e dell’occupazione «non è così veloce» come vorrebbe: «C’è ancora molto da fare», ha detto. Ma poi – di fronte alla prevedibile e veemente offensiva dei repubblicani, che definiscono «fallimentari» le sue politiche – passa al contrattacco, puntando il dito sul Congresso che blocca le sue misure per rilanciare la ripresa. E prendendosela anche con un’Europa incapace di risolvere i propri problemi. Problemi che inevitabilmente – sottolinea il presidente statunitense – hanno un impatto negativo sull’intera economia mondiale. «Non possiamo avere il controllo di ciò che avviene in altre parti del mondo», ha tuonato Obama, riferendosi espressamente all’aggravarsi della febbre dell’Eurozona.

 

L’INCERTEZZA – Anche nel comunicato ufficiale con cui la Casa Bianca commenta l’inaspettato dato del Dipartimento del Lavoro, il consigliere economico Alain Krueger ribadisce come l’incertezza che regna nel Vecchio Continente rappresenti un ostacolo per la ripresa negli Usa. Fonti vicine al presidente parlano di un Obama a dir poco adirato contro le capitali dell’Eurozona, sempre più divise nonostante il drammatico momento. Divisioni che lui stesso ha potuto constatare nella recente teleconferenza col premier italiano Mario Monti, col presidente francese Francois Hollande e con la cancelliera tedesca Angela Merkel.

 

IL DITO PUNTATO CONTRO L’EUROPA – Non è un caso che il New York Times – che spesso nelle sue analisi rispecchia gli umori della Casa Bianca – attacca duramente i leader europei, accusandoli di essere «complici» della situazione che si è venuta a creare, ed esortandoli a «dire tutta la verità ai propri elettori» su come uscire dalla crisi, mettendo da parte ogni contrasto. Solo così – sottolinea il prestigioso quotidiano – «si può evitare il caos». Ma se la Casa Bianca trema, il candidato repubblicano che sfiderà Obama il prossimo 6 novembre può sorridere. Mitt Romney parla di notizie sulla disoccupazione «devastanti per le famiglie e i lavoratori americani». «Sono un atto di accusa molto duro – insiste – nei confronti della gestione dell’economia da parte dell’attuale presidente, che sta schiacciando la classe media americana». Poi ironizza sullo slogan della campagna elettorale di Obama: «Avanti? meglio, Indietro». Lo speaker della Camera, il repubblicano John Boehner, gli fa eco: «Dove sono i posti di lavoro?», si chiede rivolgendosi al presidente. Dura la risposta: «Io faccio il mio meglio per famiglie ed imprese», dice Obama. Mentre di Romney una cosa è certa: «Vuole solo agevolare i ricchi».

dal Corriere della sera

 


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