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La Linke a congresso, spaccata. La destra evoca la scissione

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Le ultime elezioni regionali hanno affondato il partito della sinistra tedesca in cui ormai alcune correnti evocano apertamente il rischio della scissione.

Congresso di fuoco, ieri, per la Linke, la principale forza della sinistra tedesca nata dall’unificazione dell’ex PDS dell’Est con la scissione socialdemocratica capitanata da Oskar Lafontaine. Una forza politica che per qualche anno, pur frammentata in correnti e frazioni con visioni politiche strategiche e obiettivi tattici spesso molto distanti, ha rappresentanto una novità nel paludato panorama politico tedesco. Ma i tempi dei risultati a due cifre sembrano lontanissimi, e nelle ultime consultazioni la Linke è crollata, uscendo da molti parlamenti regionali. I suoi voti vanno a destra, verso i Verdi redivivi, ma anche verso la originale esperienza dei Piraten. In questi anni in molti Land tedeschi, soprattutto ad est, la Linke è diventata forza di governo insieme ai socialdemocratici, e non ha certo brillato per discontinuità rispetto alle solite politiche bipartizan degli esecutivi a guida Spd o Cdu. I malumori dei settori legati ai sindacati e alla scissione di sinistra del Partito Socialdemocratico tedesco che rese possibile la nascita della Linke e la sua espansione elettorale ad ovest crescono. Così come quelli della corrente marxista-leninista che non gradisce l’eclettismo ideologico e il pragmatismo governista della corrente degli amministratori molto radicata ad Est. Non mancano neanche visioni diverse sull’Unione Europea e sulle alleanze militari.

E così nel partito la diversa concezione delle correnti su una questione tanto fondamentale come quella delle alleanze e del governo – che prende spesso la forma di uno scontro quasi caratteriale tra dirigenti – rischia di mandare in frantumi la coalizione. Un racconto impietoso dello scontro feroce che ha caratterizzato il congresso della Linke – forse in qualche passaggio poco chiaro per i non addetti ai lavori – ce lo offre Guido Ambrosino su “Il manifesto” di oggi.

 

Linke, congresso di fuoco. Lafontaine si impone ma è rissa

Scelta la nuova direzione, scontro tra le anime del partito, Lafontaine impone un suo uomo, Bernd Riexinger, che affianca la 34enne dell’Est Katja Kipping. Gysi: «Se ci odiamo tanto, meglio la scissione»

Guido Ambrosino, Il Manifesto 3 giugno 2012

Congresso al cardiopalma per la Linke, che doveva scegliere ieri una nuova coppia di presidenti. La prima tornata elettorale, riservata a candidate donne, è stata vinta dalla 34enne Katja Kipping. Il secondo incarico, a tarda sera, è andato al «lafontainiano» Bernd Riexinger; battuto il «realpolitico» Dietmar Bartsch, assai popolare tra i delegati delle regioni orientali, e così pure Katharina Schwabedissen, che puntava a formare insieme a Kipping un tandem «inclusivo» e smarcato dalle logiche di fazione.
In un clima di asprissima competizione, nemmeno Gregor Gysi e Oskar Lafontaine sembrano più intendersi. Furono loro a concordare nel 2005 una lista comune tra la Pds e la Wasg, il raggruppamento «per la giustizia sociale» formatosi a ovest. In team guidarono entrambi il gruppo parlamentare al Bundestag. Nel 2007 condussero in porto la fusione politica nella Linke . Fecero insieme la campagna elettorale che nel 2009 fruttò l’11% dei voti. In più occasioni Gysi, con grande generosità, si tirò un po’ in disparte per non far ombra al collega: nel manifesto che li ritraeva vicini come capilista, Gregor si affacciava dietro la spalla del compagno Oskar. Ora però perfino Gysi si è stancato. Quando il saarlandese ha detto che non avrebbe tollerato altre candidature accanto alla sua, Gysi ha cercato invano di convincere Lafontaine a un accordo politico con l’ala riformista, ben radicata nell’est della Germania, offrendo a Bartsch almeno il posto di segretario organizzativo. Non c’è stato verso.
Lafontaine ha piuttosto preferito rinunciare a candidarsi, insistendo che nel tandem di presidenza avrebbe comunque dovuto esserci un suo fido soldato – il sindacalista di Stoccarda Bernd Riexinger – magari accanto a una donna dell’est come Katja Kipping, ma comunque nessun rappresentante dei riformisti dell’est. Una soluzione del genere secondo Gysi era fatale, perché squilibrata. Secondo lui o si spuntano le ali agli schieramenti contrapposti – fustigatori intransigenti dei tradimenti della Spd con Lafontaine, pragmatici alla ricerca di accordi a sinistra con Bartsch – e una soluzione in questo senso avrebbe potuto essere il tandem di due donne «inclusive» come la Ossi Kipping e la Wessi Schwabedissen – o entrambi i fronti avrebbero dovuto essere rappresentati, non solo quello di Lafontaine con Riexinger.
Ieri al congresso di Göttingen sono intervenuti l’uno dopo l’altro sia Gysi che Lafontaine, e si è avuta l’impressione di una grossa distanza, di una reciproca incomprensione. Gysi giudica imminente il rischio di una scissione. È convinto che la fusione tra i socialisti dell’est, gli Ossi , e dell’ovest, i Wessi , non si sia compiuta. Ha ammonito i compagni occidentali a smetterla di salire in cattedra per dare lezioni di intransigenza rivoluzionaria a chi a est è impegnato nella routine delle amministrazioni locali. Ha avuto parole di fuoco per «l’arroganza» di certe federazioni socialiste dell’ovest, che gli ricorda il modo di fare della Bundesrepublik dopo l’annessione della Germania est. Se al congresso non si troverà una direzione capace di cooperare, «meglio sarebbe separarsi senza rancori». Meglio che trascinare «un matrimonio completamente fallito, con meschini inganni, calci negli stinchi, accuse diffamatorie». Nel gruppo parlamentare non ci sono normali dissensi, «regna piuttosto un clima di odio reciproco». Da anni, ha concluso Gysi, «cerco di moderare i conflitti, ora mi sono stufato».
Lafontaine a queste disperate considerazioni non ha nemmeno risposto. Ha cercato di sdrammatizzare: «Non c’è alcun motivo anche solo di evocare la parola ‘scissione’». Ci si divide solo se ci sono gravi dissensi politici, ma non sarebbe certo il caso della Linke , che l’anno scorso al congresso di Erfurt ha approvato con una maggioranza del 95% il suo nuovo programma: un testo molto «lafontainiano», che la orienta su una linea di opposizione, con rigidi paletti sulla via della partecipazione a maggioranze di governo. Dunque, prosegue Lafontaine, la linea già l’abbiamo. Le difficoltà vengono solo da «animosità personali», che possono e devono essere superate. Come va superato l’assurdo equivoco che a ovest ci sarebbero solo massimalisti radicali: «Ma come può venirvi in mente che uno come me, che ha governato la regione della Saar con maggioranze del 60% (quando era nel partito socialdemocratico, ndr ), sia un estremista settario?». Quanto alle «animosità personali» Lafontaine si è ben guardato dal fare autocritica. Senza mai nominare Bartsch, né riferisi esplicitamente alla proposta di accordo avanzata da Gysi ha messo in chiaro che se – una collaborazione non è possibile – la colpa è tutta e sola dell’innominato: «Tra il presidente e il segretario organizzativo deve esserci fiducia completa». Ai delegati era ben chiaro che Lafontaine si riferiva a un episodio del settembre 2009. Lo Spiegel pubblicò per la prima volta un’allusione a un legame sentimentale, e non solo politico, tra Lafontaine e Sahra Wagengknecht, leader del fronte «anticapitalista» e «antiriformista». Da tempo i due si sono ormai presentati in pubblico come coppia. Lafontaine ha sempre sospettato che a passare l’indiscrezione alla stampa sia stato l’allora segretario Bartsch. Questa «slealtà», vera o presunta, non è stata perdonata.

 

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