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Una «Piombo fuso 2» sarebbe rischiosa


GERUSALEMME
«Non è finita, ristabiliremo il nostro potere di deterrenza». Aveva il tono da battaglia il ministro della difesa Ehud Barak mentre ieri visitava Ashkelon e altri centri israeliani rimasti per tre giorni nel raggio di tiro dei razzi palestinesi. Ordigni che, quasi sempre, fanno pochi danni alle persone ma sono un’arma di pressione psicologica. Ben più devastanti sono le bombe e le cannonate israeliane. Il bilancio dei morti palestinesi di questi ultimi giorni è salito a sette (cinque civili e due miliziani). È spirato in ospedale uno dei 55 feriti, Mohammed al-Qanua, colpito dalle schegge di una cannonata mentre partecipava ai funerali di una vittima dei bombardamenti.
Eppure nonostante le minacce di Barak e la riunione d’emergenza di ieri del gabinetto di sicurezza, «Piombo fuso 2» contro Gaza è diventata una opzione meno credibile in queste ultime ore. Anche se non può essere esclusa. Sono intervenuti degli sviluppi di tipo «strategico» che hanno cambiato le carte sul tavolo dei vertici politici e militari israeliani.
Non si tratta tanto dell’ammonimento, certo significativo, giunto dal Cairo che, ha avvertito, in caso di un’offensiva ampia di Israele contro Gaza, ritirerà l’ambasciatore egiziano da Tel Aviv. Quanto invece di una questione squisitamente militare. Barak parlava di ristabilire il potere di deterrenza di Israele nei confronti di Hamas ma, a quanto pare, anche il movimento islamico palestinese ha costruito una sua capacità di deterrenza. Era troppo chiaro il titolo di ieri sul quotidiano Yediot Ahronot di Tel Aviv. «Il prezzo di un’azione a Gaza: missili su Tel Aviv». Secondo l’intelligence militare israeliana l’ala militare di Hamas avrebbe nei suoi arsenali i missili “Fajr” in grado di raggiungere i sobborghi di Tel Aviv. Anche per questo la riunione del gabinetto di sicurezza di ieri si sarebbe conclusa, dicevano i media israeliani, con un limitato via libera ai cosiddetti «omicidi mirati» di esponenti, anche politici, di Gaza. Un passo che, ha avvertito Salah Bardawil, il portavoce di Hamas, incontrerà una risposta altrettanto dura. È bene sottolineare che gli omicidi mirati di palestinesi non si sono mai fermati. E in ogni caso non sono mai stati “mirati” perché il più delle volte finiscono per coinvolgere anche civili innocenti (quelli che i militari chiamano «danni collaterali»). Solo che Israele dopo il 2008 raramente ha colpito esponenti di Hamas – che in seguito a «Piombo fuso» ha limitato le attività armate e osservato un cessate il fuoco di fatto – e piuttosto ha preso di mira capi militari, veri o presunti, del Jihad e dei gruppetti salafiti. A favore dell’assassinio dei dirigenti di Hamas si sono detti il capo dell’opposizione Shaul Mofaz e il vice premier Moshe Yaalon. Non sorprende. Entrambi, in qualità di ex capi di stato maggiore, hanno fatto uso abbondante di questa pratica assimilabile al crimine di guerra, secondo le leggi internazionali. Sotto Mofaz e Yaalon gli aerei israeliani assassinarono a Gaza il capo dell’ala militare di Hamas Salah Shahadeh (assieme a 14 palestinesi, in gran parte bambini), il fondatore del movimento islamico Ahmed Yassin, il suo successore Abdel Aziz Rantisi e altre decine di capi politici e militari palestinesi e non pochi civili.
Non tutti però condividono le «certezze» di Mofaz, Yaalon e forse dello stesso premier Netanyahu e di Ehud Barak. «Quella politica non è servita, abbiamo ucciso e in cambio abbiamo ottenuto più attacchi palestinesi», ha commentato la deputata Zehava Galon (sinistra sionista). Da un altro parlamentare, Nahman Shai (Kadima), è arrivata una proposta «shock»: negoziare con Hamas.

da “il manifesto”

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