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Argentina: ‘ley de medios’, la Corte Suprema dà ragione a Clarin

La Corte Suprema argentina ha respinto oggi il ricorso cosiddetto ‘per saltum’ (previsto per “casi sensibili”) presentato dal governo di Cristina Fernández de Kirchner affinché fosse revocata la misura cautelare che giovedì ha causato la sospensione dell’articolo 161 della Legge 26.522 del Servizio di comunicazione audiovisiva, meglio conosciuta come ‘Ley de Medios’.

L’articolo, che fissa il numero massimo delle licenze che ogni media può detenere e pone altri grossi limiti alla concentrazione della proprietà dei mezzi di informazione, è stato impugnato dal Grupo Clarín, principale gruppo mediatico nazionale e tra i primi in America Latina, che è riuscito finora a rinviarne l’applicazione – fissata per il 7 dicembre scorso – chiedendo la verifica sulla sua costituzionalità.

Il massimo organo giudiziario del paese ha bocciato l’iniziativa del governo perché “non è stata presentata da un giudice di prima istanza”, raccomandando che venga riproposto in modalità “straordinaria”; la stessa corte ha respinto anche una richiesta analoga presentata venerdì dall’Autorità federale dei servizi di comunicazione audiovisiva (Afsca).

Viene così ratificato il rinvio dell’applicazione di una legge approvata nel 2009 a grande maggioranza dal parlamento di Buenos Aires. E giustamente definita “un modello” dal relatore speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di espressione, Frank La Rue, soprattutto perché dividendo lo spazio mediatico in tre parti – media commerciali, pubblici e no profit – democratizza l’accesso all’informazione e permette l’ingresso nel panorama mediatico di nuovi media comunicati e associativi.

La legge, chiesta a gran voce dalle organizzazioni sociali e sindacali del paese, oltre che da alcuni settori della Chiesa, è naturalmente contestata da un variegato fronte di opposizione guidato dal gruppo Clarín e da altri gruppi editoriali del paese come La Nacion che hanno molto da perdere dall’applicazione del provvedimento.

“La nuova legge di per se è un passo in avanti verso una comunicazione più pluralista e meno concentrata. Su questo non ci sono dubbi. Il Grupo Clarín ha sempre approfittato delle circostanze per fare i propri affari, ha monopolizzato le trasmissioni televisive di calcio in modo sfacciato, ha accompagnato governi con i quali ha negoziato vantaggi. Oggi sebbene non si possa parlare di monopolio è certamente un gruppo con un peso mediatico smisurato e limitarlo è quanto meno giusto” dice all’agenzia missionaria MISNA Alberto Barlocci, direttore della rivista Ciudad Nueva di Buenos Aires.

Lo schieramento di parte della magistratura dalla parte degli interessi dei grandi gruppi mediatici e del tentativo di boicottaggio della ‘Ley de Medios’ da parte del gruppo Clarin ha scatenato le ire del governo. “Ci sono settori che continuano a seguire una logica di mancato rispetto della volontà popolare… Questi settori, quando non hanno mezzi mediatici cercano di costruire strumenti giuridici per poterci affossare” ha accusato lo domenica la presidente Cristina Fernández de Kirchner, aggiungendo che “La giustizia deve essere indipendente dalla politica e dalle multinazionali…Non lo dico solamente per la Ley de Medios”.

Qualche giorno fa il ministro della Giustizia di Buenos Aires, Julio Alak, ha sostenuto che una sentenza a favore di una proroga del periodo di applicazione della legge avrebbe costituito una forma di «ribellione contro una legge della nazione». Per evitare che l’entrata in vigore della normativa fosse bloccata l’esecutivo ha nei mesi scorsi anche ricusato alcuni giudici, ma non sembra essere servito a molto.

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